A volte riuscire a scrivere un pezzo per Digimag è un piccolo incubo: nessuno dei contatti che hai preso ti risponde, la data di scadenza si avvicina e Marco Mancuso inizia, giustamente, a starti addosso.

Questa intervista è uno dei rari casi in cui l’articolo mi è piovuto in braccio dal niente. Ho conosciuto Lorenzo Oggiano ad un’inaugurazione, e lì per lì non ho collegato il suo nome a niente di specifico. Una volta visitato il suo sito, però, ho rimesso insieme il puzzle di nome e volto con il progetto estremamente affascinante di “Quasi-Objects“, che avevo già avuto modo di vedere: mutazioni ipnotiche di entità nel mondo dell’infinitamente piccolo, con il sapore di laboratorio e l’odore del liquido di contrasto. Bene, non mi sono fatto scappare l’occasione. Oltre ad aver trovato uno dei non molti sperimentatori italiani che fanno un uso veramente consapevole e dosato del 3D, ho avuto modo di scambiare una piacevole chiacchierata con un artista dotato di una riflessività teorica fuori dal comune. Buona lettura.

.

Bertram Niessen: Prima di tutto dicci qualcosa di te, del tuo percorso personale e artistico e di come sei arrivato al lavoro che stai svolgendo in questi anni.

Lorenzo Oggiano: Infanzia felice e adolescienza inquieta a Vicenza. Determinante poi il periodo passato a Bologna, dove ho vissuto dall’86 al ’97, dividendomi tra lo studio, l’attività di grafico freelance e quella di frequentatore abituale di spazi autogestiti. Ho fatto il DAMS arti visive, laureandomi con una tesi sui rapporti tra arte contemporanea e nuove tecnologie che mi ha impegnato con entusiamo per molto tempo. Dalla fine del ’97 mi sono stabilito in Sardegna dove ho trovato la dimensione che sentivo necessaria per portare avanti la mia ricerca.

Bertram Niessen: Da dove deriva tua la fascinazione per gli ibridi bio-tecnologici? E’ un argomento che inizia a trovare sempre più spazio nel mondo dell’arte contemporanea; penso a progetti come res-qualia, al quale anche tu hai partecipato, ma anche ai lavori di Adam Brandejs, Oron Catts e Ionat Zurr. Cosa pensi del panorama internazionale al proposito?

Lorenzo Oggiano: Sì, sono numerosi gli artisti che con metodologie e visioni differenti mostrano attenzione per le tematiche legate al rapporto tra corporeità e tecnologìe, e il database del progetto res-qualia rappresenta un’eccellente piattaforma di partenza per chi abbia interesse verso le attuali sperimentazioni in quest’ambito. Se tuttavia il progresso tecnico-scientifico ci ha dotato, in questi ultimi anni, di nuovi e potenti strumenti di lavoro e di un’accresciuta consapevolezza riguardo la qualità e la portata della trasformazione in atto, credo sia importante sottolineare la continuità della ricerca contemporanea rispetto al processo di frammentazione e desacralizzazione del corpo che ha interessato, in modo parallelo, la modernità scientifica, artistica e filosofica. Certo, le recenti scoperte scientifiche e il portato di queste scoperte nelle diverse discipline e ambiti applicativi hanno gettato nuova luce sul significato stesso della vita che vediamo riflettersi in modo determinante sulla sperimentazione artistica contemporanea. Ma l’arte ha svolto, con ritmo via via più accellerato a partire dalla seconda metà del novecento, un importante ruolo di connessione / articolazione tra piani di realtà tenuti troppo spesso rigidamente separati, contribuendo tra le altre cose ad aprire il corpo verso l’esterno, con-fondendolo con l’ambiente, denaturalizzandolo, destrutturandolo, rendendolo in questo modo ‘filosoficamente disponibile’ all’integrazione, alla ricombinazione, alla riprogettazione.

.

Con queste premesse la prospettiva (post)evolutiva che va delinenadosi credo rappresenti per gli artisti un’ulteriore, stimolante opportunità per dare un contributo alla pre-figurazione e alla lettura del reale. Se le questioni che si aprono sono molte, e molto complesse, il panorama artistico internazionale mi sembra in questo senso estremamente reattivo, disposto al confronto, e – come hai osservato – le riflessioni proposte trovano attenzione e spazi sempre maggiori, segno forse della percezione di una urgenza e di una sensibilità in lenta ma graduale trasformazione.

Sul piano sociale le polemiche tra sostenitori del creazionismo e del darwinismo, l’acceso dibattito sulla bioetica, dettato dalla necessità di dare immediatamente risposte operative a problemi concreti, e molti altri segnali avvertono, nonostante le comprensibili resistenze, dell’ineludibilità di questi temi e della necessità di guidare collettivamente un processo che non ha affatto esiti scontati. Da “osservatore partecipante” sono interessato all’aspetto biopolitico, all’elaborazione di un Pensiero. Cerco di osservare e interpretare.

.

Bertram Niessen: Tu utilizzi tecniche molto diverse tra loro, ma quella che ho trovato più impressionante è il 3d, per la capacità di coniugare immaginari ai quali siamo stati ormai alfabetizzati e visioni in equilibrio tra l’eleganza formale e l’allucinazione al microscopio. Come lavori in questo senso? Come sviluppi i progetti dal punto di vista del metodo? E qual è la relazione tra metodo e tecniche?

Lorenzo Oggiano: Solitamente scelgo le tecnologie e gli strumenti in funzione dei progetti. Evidentemente, quando il focus del lavoro è – come per “Sound Generated Video Modules for Single Channel Output” – la tecnologia stessa, l’esplorazione delle sue potenzialità, il discorso non può che essere differente, anche sul versante del metodo.

Nel caso del ciclo “Quasi-Objects” le tecniche di modellazione e animazione tridimensionale mi sono sembrate invece sin dall’inizio – anche per motivi legati alla natura stessa delle immagini di sintesi – le più idonee a restituire il senso complessivo della ricerca che, in breve, riguarda la progressiva relativizzazione delle forme di vita naturali a seguito dell’evoluzione tecno-biologica.

Una valutazione preventiva rispetto a precisi obiettivi ovviamente non toglie che spesso sia il medium, la tecnica utilizzata a suggerire, in qualsiasi momento, percorsi e soluzioni… Accanto al digitale – a volte in combinazione con questo – ho utilizzato e utilizzo tuttora, quando opportuno, altri strumenti e materiali: tessuti, cera, resine, gomma piuma, vernici acriliche, pigmenti. Da qualche tempo – a più riprese – sto lavorando ad una serie di assemblaggi realizzati con metalli e materiali plastici termoformati. Scollarsi ogni tanto dal monitor dicono faccia bene.

.

Bertram Niessen: Mi sembra (correggimi se sbaglio) che il tuo obiettivo sia quello di creare micromondi, sospesi nello spazio e nel tempo. Da qui mi sembrano nascere le scelte orientate alla rinuncia ad una vera e propria narrazione cronologica. Hai mai pensato ad un progetto con una narrazione più serrata? Perché?

Lorenzo Oggiano: L’osservazione è corretta, nei video del ciclo “Quasi-Objects” – chiamati non a caso ‘cinematiche’ – la narrazione tende programmaticamente all’annullamento attraverso diverse strategie: ridondanza, frammentazione, dilatazione, circolarità. La temporalità mi interessa infatti come luogo della trasformazione ma al tempo stesso mi disturba in quanto vettore lineare. I motivi sono legati agli obiettivi specifici del progetto, e precisamente all’esigenza di dire delle dinamiche elementari di coevoluzione delle forme (tra loro e con l’ambiente) oltre la storia delle singole occorrenze, del principio di organizzazione oltre il dato sensibile… La vita è un processo reale ed autonomo indipendente da ogni specifica manifestazione materiale.

Bertram Niessen: Il concetto di quasi-oggetto deriva dal lavoro di Latour, se non ricordo male elabora la cosa ne Il Culto Moderno dei Fatticci. Si tratta di una pozione teorica tutt’altro che facile. Che legame hai con il pensiero di questo autore?

Lorenzo Oggiano: Un debito intellettuale importante, nei confronti del suo lavoro e di quello di altri pensatori, scienziati, artisti. Mutuando a sua volta il concetto da Michel Serres, Bruno Latour, in “Non siamo mai stati moderni” riflette sul ‘lavoro di depurazione’ che nel corso della modernità ha permesso la produzione di due aree ontologiche distinte, degli ‘umani’ e dei ‘non-umani’, negando costituzionalmente e strategicamente al proprio sapere, la possibilità di pensare la mescolanza, i processi di mediazione / traduzione, la realtà delle reti sociotecniche. Una modernità crollata sotto il peso di una incontrollata proliferazione di ibridi che, non potendo oramai trovare più posto né accanto agli oggetti né vicino ai soggetti, hanno di fatto reso insostenibile quella separazione tra natura e artificio sulla quale quel pensiero, quella cosmologia antropocentrica, asimmetrica, si era costruita.

.

In “Quasi-Objects” ho in certo senso raccolto e reinterpretato secondo la mia sensibilità, l’invito di Latour a pensare l’impensabile dei moderni, nell’ambito di una “Costituzione emendata in cui le reti escano dalla clandestinità, l’Impero di Mezzo, i quasi-oggetti, siano rappresentati”.

In opere precedenti, e recentemente nella serie fotografica “Sample-Kit“, realizzata tra il 2002 e il 2003, mi ero già interessato alla possibilità di ‘registrare visivamente’ le inte(g)razioni e gli spostamenti semantici nell’ambito della relazione soggetto-oggetto. “Quasi-Objects” è la continuazione di questo percorso.

Bertram Niessen: Vuoi parlarci dei progetti dei quali ti stai occupando?

Lorenzo Oggiano: Sto lavorando alla settima cinematica di “Quasi-Objects” che verrà proposta in anteprima alla Traffic Gallery di Bergamo a fine gennaio insieme a foto di grande formato dello stesso ciclo. Poi, in ordine sparso (e priorità variabile) oltre ai progetti cui ho già accennato, nuovi studi fotografici, una videoinstallazione a 3 canali e la ripresa dei materiali di “Multiple Trace Memories” un lavoro sul passato, la memoria, l’identità personale realizzato nel 2004 utilizzando vecchi filmati di famiglia in 8mm. 


www.lorenzooggiano.net

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn