Avendo maturato l’impressione che troppo a lungo sia gli studiosi della Mente che quelli d’Intelligenza Artificiale avessero adottato punti di riferimento concettuali inappropriati, ho sviluppato all’inizio dell’anno (2007) il concetto d’Intelligenza Polimorfa, paradigma che, successivamente è stata richiesta ed accolta caldamente un po’ in tutto il mondo.

Il mio è un tentativo di far luce, attraverso un semplice costrutto teorico, su quella che chiamiamo relazione uomo-macchina cercando di rispondere ai molteplici falsi paradigmi ed orientamenti filosofici che pervadono diversi settori di ricerca prossimi al mentale, nel tentativo di liberare da qualsiasi forma d’ambiguità il nostro pensiero, per puntare diritto verso una nuova definizione di mente e d’intelligenza che abbandoni per sempre il pregiudizio per cui l’intelligenza costruttiva – e, simmetricamente, distruttiva – sia una prerogativa esclusiva dell’uomo (o del biologico), riconoscendo agl’artefatti la capacità di creare, di esprimere una reale forza collaborativa e competitiva o, comunque sia, di saper produrre ideazioni e ispirazioni contribuendo al patrimonio di idee che andranno a far parte del nostro mondo e delle nostre future esistenze.

In altre parole, anche la macchina, con tutte le nuove artificiosità fondate sull’elettronica e sul digitale è da collocare in un ruolo che la veda decisiva e decisionale, creativa ed intelligente e, a tutti gli effetti cointerprete della realtà. Il punto di partenza è che nella robotica e nell’AI, tanto quanto nella letteratura, nell’arte e nelle scienze psicologiche, l’eredità di alcuni antichi paradigmi, idee e approcci fa sì che l’interpretazione del concetto d’interazione uomo-macchina venga fondata su una sorta di reciproca alienazione e, così facendo, strangola il fabbisogno, opposto e crescente, per una definizione del rapporto uomo-macchina integrata.

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Purtroppo per noi, tali idee provengono da testi talmente popolari che le riflessioni riportatevi sembrano avere inquinato ad aeternum l’intero patrimonio filosofico, artistico e scientifico degl’ultimi cent’anni.

Probabilmente, tra tutte le teorie più influenti e ” pericolose ci son quelle nate dai manoscritti di A. Turing e I. Asimov, densi di un approccio filosofico per cui la distanza tra uomo e macchina è pensata quale assoluta. La loro nozione di macchina (e di conseguenza di machine-intelligence ), difatti, è costruita sul principio di oggetto esterno ed isolato dall’entità uomo, mentre la pratica relazionale che ipotizzano di poter costruire con la macchine è essenzialmente estrinseca, sia fisicamente che mentalmente.

Ora penso che queste siano le prime concezioni da rottamare se si vuole pensare in termini moderni alla macchina intelligente. Da secoli ormai, esseri umani e macchine condividono lo stesso spazio – sia fisico che geografico, sia mentale che virtuale – e, in altre parole, le macchine sono parte integrante del nostro Ego o, nella peggiore delle ipotesi, parte del nostro mondo e della nostra quotidianità.

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Per superare tal alienazione rispetto agl’artefatti moderni sembra che ci sia un’unica via, quella tracciata dalle culture Orientali, Indiane e degl’Indio-Americane e, più di recente, integrata all’interno di quelle Occidentali attraverso le riflessioni e studi di J. Piaget ed altri teorici quali G. Bateson e J. Gibson. Tutte queste teorie, che costituiscono le basi della “Ecologia Psicologica” o “Psicologia Ambientale”, muovono dall’idea che l’intero universo prenda parte alle attività del nostro “cervello computazionale ” e rappresenti un vero e proprio potenziale intellettivo integrante il nostro sistema nervoso.

Ora se ciò è vero, per coloro che si occupano di A.I. e di Robotica diviene obbligatorio ereditare il principio di Bateson per cui “il bastone del cieco è parte del suo sistema senso-motorio, delle aree associative del suo cervello e della sua mente”, e far propria l’idea che gli artefatti possono essere parte integrante delle nostre capacità di elaborazione, oltre che di percezione e azione. Del resto, anche grazie all’estrema sofisticazione e diffusione dei sistemi informativi digitali, ciò è da considerarsi inequivocabile.

Difatti, mentre le moderne Psicotecnologie si differenziano da quelle tradizionali – ad esempio la bicicletta (sistema motorio) e il telescopio (sistema sensoriale) – e in accordo con la classificazione di De Kerckhove, includono la radio, la televisione (connettività) e soprattutto i computer ed Internet (interconnettività), è da notare che oggi molte forme di automazione, più che integrative, assumo le sembianze di funzioni pervasive e, ancor più, stanno integrando e sostituendo i processi cognitivi dell’essere umano anche ad livelli cognitivi altissimi, quali, ad esempio, creatività e problem-solving.

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Impressionante è che malgrado tutto ciò sia sotto i nostri occhi, in molti fanno ancora una gran fatica a prendere coscienza dei cambiamenti in corso. Così, mentre comprendiamo ed accettiamo facilmente che l’agenda del telefonino sta cambiando le caratteristiche e l’uso delle memorie a breve e a lungo termine, ci resta ben più difficile consapevolizzarci del fatto che l’uso dei famigerati “copy&paste”, “undo” e “T9text input” abbiano cambiato il nostro modo di scrivere e, di conseguenza, di pensare e comunicare (a tal proposito ho sviluppato anche un modello di riferimento chiamato The Darwinian Composer , e volendo ve ne parlerò in seguito). A farla breve, il sistema simbolico che andiamo man mano ereditando dalla cultura elettronica sta contaminando le nostre menti e, con buone probabilità, porterà ad un autentica rivoluzione dell’intero sistema semeiotico umano.

Elementi quali, ad esempio, ipertesto, ricerche globali, mappe digitali e satellitari, GPS, wearable computers, robot autonomi e via discorrendo non rappresentano altro che il numero incrementale di funzioni con cui il cervello biologico si va arricchendo e che va, parallelamente, delegando alla macchina.

In altre parole, tal artefatti da una parte sono la testimonianza del livello di ristrutturazione a cui il cervello umano è spinto e, dall’altra, rappresentano il crescente livello di “dipendenza” che l’intelligenza umana sta destinando alle stesse macchine.

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Pertanto, credo di poter affermare che l’intelligenza ha raddoppiato la sua velocità evolutiva ed ampiamente allargato il suo dominio d’azione. Accade che oltre che per i classici fattori biologici evoluzionistici, l’intelligenza si stia evolvendo anche quale definizione. Ciò è dovuto sia al potere delle nuove tecnologie di migliorare le nostre percezioni e propriocezioni che dal fatto che la mente stessa viene influenzata dagl’artefatti intelligenti. Difatti, come G. Rizzolati osservava successivamente a la scoperta dei Mirror Neurons, gli esseri umani affidano una gran parte dell’apprendimento all’imitazione. Quindi se da una parte lasciamo che le macchine imitino l’intelligenza biologica, dall’altra, non possiamo evitare d’imitare alcuni dei loro comportamenti e, conseguentemente, inizializzare un processo ricorsivo infinito, per cui insegnare ed apprendere son praticamente simultanei.

Tutto ciò ci sta portando direttamente verso le prime forme di intelligenza ibrida proprio mentre, e come se non bastasse, l’intelligenza stessa si va evolvendo in una nuova dimensione poiché alcune tecnologie software quali reti neurali ed algoritmi evolutivi iniziano a creare forme d’intelligenza, pensiero e metacognizione autonomamente.

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Ora, se da una lato è molto semplice prevedere ciò che fu enunciato Alexander Chislenko , che “l’abilità delle future macchine di condividere le esperienze, la conoscenza, porterà ad un evoluzione dell’intelligenza da funzione relativamente isolata a altamente interconnessa” e che “la continua evoluzione del network di strumenti mobili e stazionari può essere vista quale una naturale continuazione del processo biologico e tecnologico per una comunità di strutture intenzionalmente concepite verso un interconnessione globale”, dall’altro, ciò che rimane più difficile da comprendere è che il nostro stesso cervello non è affatto estraneo a tutto ciò e che, al contrario, viene terribilmente influenzato dall’Intelligenza Artificiale in azione.

Tutto questo è parte di ciò che chiamerò Intelligenza Polimorfa

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