E’ passato poco più di un anno dalla scomparsa di un artista determinante ed essenziale per tutta la storia dell’arte contemporanea; un artista senza il quale forse tutto sarebbe diverso nel panorama delle arti figurative, nel teatro e nella performing art odierna.

Allan Kaprow ha gettato le basi di gran parte della cultura espressionistica americana, della partecipazione attiva dello spettatore nell’opera d’arte, del cambiamento della percezione dinanzi ad uno spettacolo/evento e quindi del ruolo che doveva incominciare ad assumersi il fruitore. Fu il primo nel 1959, sulla rivista The Antologist e successivamente in una sua opera, 18 Happenings in 6 parts a usare e a far entrare nel linguaggio comune il termine happening; gli inviti della mostra, che consistevano soprattutto in buste di plastica contenenti piccoli collages, fotografie, legno, frammenti dipinti e figure ritagliate, includevano l’affermazione “you will become a part of the happenings; you will simultaneously experience them”.

La rappresentazione era suddivisa in sei parti contenenti ognuna tre happening simultanei dove durante gli intervalli tra gli atti, gli spettatori cambiavano stanze e posti a sedere prendendo parte di volta in volta ad un accumularsi illogico di eventi visivi, sonori e olfattivi. Parola nuova happening – arte di tipo teatrale basata sulla multimedialità, sulla interazione e sulla stimolazione sensoriale – entrata inconsapevolmente a far parte per prima istanza nella scultura e precisamente nelle opere di Jean Tinguely o Claes Oldenburg , poi proprio nei lavori assemblati di Kaprow dove sfidavano la bidimensionalità per tendere verso la terza dimensione, veri e propri ambienti dove intervenire per stimolare la sensazione dei suoni, rumori e odori.

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Da qui, il passo verso l’ environment è breve; l’opera-ambiente è nata, ora bisognava solo far interagire e “riattivare” lo spettatore con interventi di testi drammatizzati o vere partiture scritte appositamente per i partecipanti ignari. Come in A Spring Happening, presentato nel marzo del 1961 alla Reuben Gallery di New York, dove gli spettatori erano confinati dentro una sorta di vagone bestiame; nelle pareti di legno erano stati praticati degli spiragli attraverso i quali si poteva vedere cosa accadeva all’esterno. Alla fine la pareti crollarono e gli spettatori vennero cacciati via da un tale che manovrava una falciatrice meccanica.

Eravamo di fronte alla negazione di qualsiasi continuità narrativa, un’opera d’arte senza struttura vera e propria; solo attesa, sospensione, indecisione, a volte scocciature e spaventi. Ecco quindi i legami con Cage, il Living Theater ed Artaud. Addirittura in Courtyard del 1962 alcuni spettatori ricevevano delle scope ed erano invitati a spazzare; in Eat il pubblico era condotto in una rete di sotterranei dove si scontravano con cibi appesi al soffitto. Nel 1979 in Station Hotel riunisce un piccolo gruppo di persone davanti alla stazione di New York, dà loro istruzioni su azioni da compiere e poi le riconvoca per registrare le esperienze che ne hanno ricavato. Era iniziata una rivoluzione. Ed oggi qualcuno pensa ancora di aver inventato chissà cosa, mentre è solo un’appendice rivisitata e magari mascherata sotto spoglie tecnologiche o digitali.

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Niente di nuovo, Kaprow ha già dato, forse rimanendo al suo posto anche troppo , assistendo da protagonista alla nascita di una nuova era che aveva sostituito Parigi con New York. Il “Non-Artista”, come si definiva, vedeva l’arte come un gioco non separato dalla vita di tutti i giorni, ma piuttosto come qualcosa che coincide con la vita quotidiana: “everything is art, art is everything” . Ecco allora dove si sono incubate ed assimilate le varie arti elettroniche, le installazioni interattive, l’urban-art, l’iperrealismo, l’arte contestuale fino alla net-art e al teatro digitale. Sembra ieri.

“Allan Kaprow_Arte come Vita” al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova aperta dal 30 novembre 2007 al 10 febbraio 2008 è la prima grande mostra dedicata all’artista, curata congiuntamente dall’ Haus der Kunst di Monaco e Van Abbemuseum di Eindhoven, sotto l’egida del Kaprow Estate, unica istituzione autorizzata a promuovere e a esporre il lavoro del Maestro; prevede 2 sedi europee, Berna e Genova, prima del trasferimento negli USA, a Los Angeles, da cui prenderà le mosse un tour extra-europeo.

Si tratta dunque di un’iniziativa di rilevanza internazionale cui Genova partecipa in virtù di contatti diretti del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce con l’ Haus der Kunst e dei rapporti intercorsi con l’artista e la sua famiglia in occasione del Workshop di una settimana, “Just doing”, tenuto da Allan Kaprow al museo nel 1998, di cui si conserva documentazione video e fotografica che sarà esposta nell’occasione.

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La mostra espone opere inedite dell’artista (10 tra dipinti e collages di grandi dimensioni) realizzate negli anni ’40 e ’50. Accanto a queste opere, alcune delle quali recentemente acquisite da grandi musei europei come il Centre Pompidou di Parigi, saranno esposti per la prima volta i documenti dell’archivio Kaprow, scritti, registrazioni audio, video, acquisiti dal Getty Research Institute , Los Angeles, California. Secondo la volontà dell’artista, la mostra dedica ampio spazio alla “reinvenzione” di Happening ed Environments che, con la regia dell’artista fluxus Geoffrey Hendricks e la collaborazione di docenti tra cui Franco Sborgi e Cesare Viel, coinvolgerà soprattutto gli studenti dell’Accademia di Belle Arti e dell’Università di Genova e, in una dimensione più allargata, studenti dei licei artistici, scolaresche, pubblico adulto, invitati a intervenire sulle installazioni modificandole.

Questa sezione della mostra, documentata in tempo reale sul sito kaprow.org sarà realizzata, oltre che negli spazi del museo, in altri luoghi cittadini, pubblici e privati, tra cui Accademia Ligustica di Belle Arti, la Loggia della Mercanzia di Piazza Banchi e la Galleria Unimediamodern.

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Questo evento unico in Europa, colloca al centro della scena il più effimero lavoro performativo rispettando la volontà dell’artista secondo la quale “… il museo moderno … si spera diventerà un istituto educativo, una banca dati della cultura storica, ed un’agenzia per l’azione”. (A.K) Sia i primi dipinti, che i collages, come l’opera “Rearrangeable Panel” (il Chiosco) dimostrano come Kaprow esplorò le differenti categorie dello spazio: spazio privato (lo studio e la sua residenza) e spazio pubblico (stazioni della metropolitana e ponti). I documenti degli Scores (i canovacci) e i pezzi letterari sono esposti su tavoli ricoperti da una lastra di vetro e l’ordine cronologico illustra il loro sviluppo formale.

All’inizio gli Scores erano simili a partiture musicali, non molto diverse da quelle elaborate da John Cage, successivamente si tratta di vere e proprie istruzioni molto dettagliate; infine egli usa espressioni sintetiche, tali da permettere la maggior libertà d’esecuzione e i testi diventano simili a poesie concrete. La mostra rende giustizia alla centrale importanza che Kaprow attribuisce alla mediazione e all’insegnamento grazie al suo carattere interattivo che coinvolge direttamente il pubblico. Genova torna protagonista quasi inatteso.

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