Stop motion, 3D, videogame, anime, cultura 8-bit. E come piattaforma di distribuzione, Internet. Il prodotto finale è We Are The Strange, un film di 90 minuti indefinibile e sfuggente, dove l’autore, M dot Strange, ha riunito tutto quello che lo attira visivamente, tutto il suo universo di immagini e stili.

Personaggi realizzati con diversi media, dialoghi ridotti e una trama ai limiti della narrabilità diventano il marchio di un nuovo modo di raccontare per immagini – ribattezzato dallo stesso autore “Str8nime“- . Realizzato con un budget limitatissimo e un equipaggiamento essenziale, il filmdi M dot Strange è stato proiettato al Sundance Festival, dove ha ricevuto un’accoglienza tiepida dai filmmakers “classici”. Ma è ovviamente su Internet invece, che l’originalissima opera ha avuto una circolazione straordinaria, grazie al passaparola di tutti gli “strange people” che ne hanno ammirato l’approccio visivo assolutamente diverso.

Un lavoro questo realizzato dal giovanissimo artista senza alcuna preparazione tecnica o teorica, senza studi di arte o cinematrografia, senza l’aiuto di una vera e propria produzione come ci si aspetterebbe da un lungometraggio di 90minuti. No, We Are The Strange è un prodotto figlio del suo tempo, nato dal mix&paste spontaneo e intuitivo di un figlio di Internet e dei videogiochi, nato e cresciuto con software e codici nascosti nel cassetto, alimentato quitodianamente con un estetica visiva fatta della commistione di differenti messaggi e linguaggi. Un’opera sotto molti aspetti rivoluzionaria, anche se quasi totalmente ignorata dai media di massa e dalla cultura tradizionale: un lavoro realmente a cavallo tra media ed estetiche, realizzato da un non-artista nel senso tradizionale del termine, ma che attraverso un uso sapiente degli strumenti digitali ha saputo cortocicuitare i gangli dell’arte e della comunicazione contemporanei.

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Senza una vera trama narrativa lineare, struttura tanto cara a molto cinema sperimentale e al live cinema elettronico di oggi, strutturato come l’avanzare dei livelli di un videogame, secondo gli schemi teorizzati e spesso falliti dei machinima, questo e molto altro è We Are The Strange, come ci raccontato lo stesso M dot Strange….

Monica Ponzini: Che cosa ti ha ispirato nella realizzazione di We Are The Strange? Da dove nascono questi personaggi e il mondo in cui si muovono? In questo film si ritrova una messe di referenze che si intrecciano continuamente…

M dot Strange: l titolo We Are The Strange viene da una canzone che ho composto 4 o 5 anni fa. Per tutta la vita mi sono sentito un escluso, volevo sempre fare cose “diverse” e sentivo di essere una persona “strana”. Ho scritto una canzone che raggiungesse tutte le persone strane nel mondo. E sono sempre stato un grande fan dei vecchi video games – sono rimasto “bloccato” nel 1986: ho cominciato a interessarmi ai fratelli Quay e a Jan Svankmajer, poi mi sono appassionato di animazione giapponese. Ho passato un periodo in Giappone e la sua cultura mi ha affascinato molto. Mi piacevano tutte queste cose e volevo metterle assieme. La storia di We Are The Strange è molto semplice, ma in realtà parla dell’essere esclusi, del non aderire perfettamente al mondo che ti circonda. I personaggi stessi sono realizzati con media diversi non solo rispetto all’ambiente circostante, ma anche tra di loro. Mi piaceva l’idea di tutti questi media diversi che “funzionano” insieme, ed era una sfida mixarli senza farti esplodere il cervello mentre li guardi. E ho deciso di farlo, tutto da solo….

Monica Ponzini: E’ notevole il fatto che tu abbia realizzato tutto il film da solo. Non hai una formazione formale in video-making, e già questo è particolare. Inoltre, quando si pensa a una produzione video, di solito si pensa a un team. Come mai questa scelta?

M dot Strange: Non ho mai frequentato un corso di film, ne’ un corso d’arte, ho studiato Kinesiologia, e ho semplicemente usato la Rete e letto libri. Se hai un desiderio, una passione, al giorno d’oggi puoi raggiungere quello che vuoi. Tutto quello che vuoi imparare e’ accessibile su Internet e tutti quelli con cui sono in contatto tramite YouTube, vogliono realizzare la stessa cosa – ragazzi di 14-15 anni che vogliono fare animazione utilizzando quello che gli consiglio io, guardando su Wikipedia. Le scuole di cinema formano persone con una certa visione predefinita. Io non ho nemmeno finito la scuola e mi sono istruito da solo. Voglio vedere cose che escono dagli schemi, cose che mi sorprendano e l’unico modo di farlo è definire il proprio spazio. Quando mi guardo indietro sono contento di quello che ho fatto, perché ho creato questa cosa unica ed era l’unico modo per farlo. Ho cominciato a lavorare a questo progetto con un paio di persone, ma tutti i registi sono fissati col controllare le cose…alla fine ho deciso di continuare da solo. Inoltre, quando lavoro sono un masochista, mi piace lo sforzo. Nel fare questo tipo di lavoro tutto da solo, ne sono completamente consumato, raggiungo quello stato che durante la guerra del Vietnam chiamavano ” thousand-yard stare”, ma ne sono anche molto fiero, mi piace poter dire che ho fatto un film da 90 minuti tutto da solo. Immagino sia la mia natura competitiva.

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Monica Ponzini: Dove hai trovato i fondi per realizzarlo?

M dot Strange: L’ho finanziato da solo. Tutto il film –tre anni di lavorazione- è costato circa 20.000 dollari. Ho lavorato come designer e animatore, ho vissuto in economia e lavorato in economia. Dato che facevo tutto io non c’era nessuno da pagare ed essenzialmente i miei costi sono stati comprare i computer e l’attrezzatura.

Monica Ponzini: E ho letto che anche quando il tuo computer si è rotto, hai trovato un modo per utilizzarlo…

M dot Strange: Sì, il mio laptop si è rotto, ma non mi sono lasciato fermare. All’inizio ero disperato, perché lo usavo per le animazioni, ma poi ho cominciato a guardare i cristalli liquidi sullo schermo frantumato e mi è sembrato un cielo, così l’ho fotografato. L’ho scannerizzato ed è diventato il cielo alla fine del film.

Monica Ponzini: Metterai tutto il tuo film in Rete alla fine di ottobre. Distribuirai (se ancora si può usare questo termine) il film in una maniera assolutamente inusuale. Perché questa decisione?

M dot Strange: Ho ricevuto offerte per distribuire il mio film nei cinema, ma per me il film deve essere messo online gratis. Sono più un artista che un uomo d’affari, per me la cosa più importante è che la gente possa vederlo, anche se non se lo possono permettere. Fra l’altro, adesso il mio film è sottotitolato in 17 lingue: tutti i sottotitoli sono stati realizzati da fan in giro per il mondo. Se un distributore l’avesse comprato, l’avrebbe distribuito solo in inglese e solo in Nord America, ma io voglio renderlo disponibile per tutti – c’è gente strana in tutto il mondo, io la voglio raggiungere. Quando parliamo di distribuzione “classica”, parliamo di un sistema che vuole raggiungere una grossa fetta di persone “nel mezzo”, non le persone ai margini. Se il film non piace alle persone “comuni”, non viene distribuito. Magari qui non ci sono molte persone a cui piace questo film, ma se hai un pubblico globale su Internet, allora puoi fare qualcosa. I distributori fanno le cose per la gente comune. Io no. C’è già abbastanza in giro per la gente comune e sono convinto che si debbano correre dei rischi. Voglio fare cose per la gente ai margini, mentre i distributori mainstream non vogliono. Tutto questo va decisamente contro il modello tradizionale….

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Monica Ponzini: Cosa pensi del tuo pubblico? Come lo definiresti?

M dot Strange: Penso che sia una rumorosa minoranza: si fa conoscere, gli piacciono le cose lontane dal gusto comune. E penso che ci siano molte persone stanche di vedere sempre le solite cose, ma che ancora non hanno fatto il salto e non dicono ancora che queste strane cose sono di loro gradimento. Io metto la mia creazione lì fuori e quelli che sono con me sono una rumorosa minoranza che però ha parecchia influenza sugli altri. Il mio pubblico online è come il mio agente, mi procura interviste, fa un sacco di cose per me e io sono felice di fare film per questo tipo di gente, è sincera ed è unica, si sente fuori posto nel proprio ambiente, abbiamo questa sorta di legame. E anche se quello che ho fatto sembra strano – una persona sola nella sua stanza con il suo computer – sono sicuro che, dopo quello che ho fatto, un sacco di persone in giro per il mondo stanno realizzando nelle loro stanze film o altro, cose che vedremo nei prossimi anni. Ecco perché lo faccio, sono ispirato da queste storie.

Monica Ponzini: Il tuo film va contro un sacco di modelli tradizionali, non solo per la distribuzione, ma anche per la trama, quasi inesistente. Più che una sceneggiatura, il tuo schema sembra la progressione a livelli di un videogioco: che ne dici?

M dot Strange: Sì, all’inizio volevo addirittura mettere i nomi dei livelli, per indicare l’avanzamento. Sto sperimentando e questo era solo l’inizio. Il mio prossimo film non sarà nemmeno propriamente un “film”. Non mi piacciono le restrizioni. Sto prendendo elementi narrativi dai videogame, dai film, dal Kabuki e dall’opera e li voglio mettere insieme. We Are The Strange era il primo esperimento ed era la cosa più vicina a un film tradizionale, per lo meno da un punto di vista narrativo. Subito dopo il Sundance Festival, ho pensato di diventare più “normale”, conformato, ma dopo aver letto e parlato con altre persone, ho deciso di spingermi ancora più al limite. Certo, We Are The Strange è basato sul modo di narrare tipico dei videogame e ho scritto anche un intervento in cui affermavo che per me i videogame hanno un effetto più interessante sulla narrativa tradizionale odierna che non i film di Hollywood. Ognuno comunica in maniera diversa: io gioco più ai videogame e guardo più animazione giapponese di quanto guardi i film “normali”. Ma penso che non si debba avere paura di creare cose nuove.

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Monica Ponzini: Pensi che ci stiamo muovendo verso nuove estetiche narrative?

M dot Strange: Sicuramente, ci sono milioni di modi diversi: dipende da come funziona la nostra mente, da come funziona il mondo. Ci sono i film cosiddetti “realistici” e poi ci sono film come quelli di David Lynch – e quelli sono più vicini alla realtà -, ma la gente è talmente legata alla convenzione dei generi che non lo capisce. Ci sono milioni di possibilità, ma non verranno mai esplorate se la gente continua a fare le stesse cose, a lavorare entro gli stessi confini. Per me è più emozionante fare qualcosa che è intangibile: visivamente vedo scenari, colori, la musica, ho una comprensione basilare dei personaggi e della storia, e penso che si debba essere liberi di fare cose del genere. C’è sempre un messaggio sotto e se lavori nella maniera giusta, il messaggio arriva al pubblico.

Monica Ponzini: Pensi di muoverti fuori dai confini dello schermi, di passare anche alle installazioni?

M dot Strange: Penso di rimanere legato al video, ma il mio prossimo film sarà in 3D stereoscopico, e come la storia verrà narrata e quello che si vedrà sarà completamente diverso. Sono aperto a diversi progetti, ma c’è sempre poco tempo. Ed è anche per questo che voglio percorrere questa nuova strada: quella vecchia richiede molto più tempo. Se domani una compagnia di produzione mi offrisse 20 milioni di dollari per fare un film sui Ninja –cosa che non è poi così lontana dalla realtà- mi ci vorrebbe un sacco di tempo. Essere creativi vuol dire far scattare una scintilla e agire, non far scattare la scintilla e sedersi, pensarci, farla approvare e poi agire.

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Monica Ponzini: Sei interessato all’interattività?

M dot Strange: Ho fatto dei lavori in precedenza –spin-off dei miei personaggi- che non sono più online. Ma questa è una delle tante possibilità oggi: connettere direttamente la tua creatività attraverso Internet e attraverso diversi media.


http://www.wearethestrange.com/

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