Assistere ogni volta a un live di Pierre Bastien è sicuramente un momento speciale per chiunque ami la musica contemporanea, e ama altresì sorprendersi di fronte al tocco audiovisivo lievemente poetico e quasi giocoso del poli-strumentista francese tanto caro ad Aphex Twin che lo produce con la sua Rephlex.

Sì perché, come molti sanno, Pierre Bastien non suona tramite i computer e non si sente molto a suo agio nella fredda estetica digitale. Pierre Bastien per la verità suona strumenti meccanici, meccanismi, oggetti: niente elettricità, niente flussi di elettroni, niente circuiti, niente informazioni, niente strumentazioni robotiche complesse e nemmeno softwares. Niente di tutto questo, no. Pierre Bastien suona modellini meccanici autocostruiti, a mano, dai quali sembra scorrere il grasso necessario per lubrificarli: avete presente il Meccano? Magari quelli tra di voi che hanno intorno ai trent’anni, gli altri magari non ne hanno trovato traccia tra Internet e Second Life.

Ecco il Meccano dicevamo, un kit di costruzione che comprende lingue di metallo, piatti, ruote, griglie, angoliere, ghiere e viti e bulloni per collegare i pezzi tra loro. Uno strumento in altre parole, uno tool in grado di innescare percussioni, movimenti, rotazioni, strusciamenti nello spazio allo scopo di emettere suono in due modi principali: o esercitando attività fisica su uno strumento organico, suonandolo quindi, oppure amplificando acusticamente il suo stesso movimento. Questo è quello che accade nelle orchestre meccaniche del geniale musicista francese: il Mecanium, il Mecanology e il più recente Mecanoid.

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Ogni traccia di un concerto di Pierre Bastein ha una struttura che si ripete: le mani del musicista che si muovono agili all’interno della sua mini-orchestra meccanica fatta di decine oggetti e ingranaggi, i movimenti ritmici e ipnotici dei particolati meccanici che si ripetono all’infinito con lo scopo di costruire la base ritmica del brano, i suoni infinitesimali e pur udibili che vengono sovrapposti uno sull’altro allo scopo di arricchire l’ambiente sonoro e quando ormai il livello ipnotico ha raggiunto il suo massimo….ecco la tromba che interviene, suonata dal vivo of course, romanticamente triste, ironicamente contrastante con la fisicità che ammanta l’aria, con il suo suono in grado di suscitare emozioni e calore.

Tanti sono stati nel corso degli ultimi dieci anni gli strumenti meccanici costruiti da Pierre Bastien, tante le Orchestre Meccaniche e tantissimi i live e le esibizioni che lo hanno visto protagonista. E’ altresì vero che da sempre Pierre Bastien ha prestato molta attenzione all’aspetto visivo del suo lavoro, ottenuto mediante una semplicissima operazione di video-recording live di ciò che accade sul palco. Cinema-verità quasi, sia perché è assolutamente fondamentale vedere come si costruisce il brano e, come dice lui stesso, focalizzare ogni singolo suono sul corrispettivo meccanico che lo genera. Ma anche perché, e questo lo aggiungo io, l’impatto audiovisivo genera un livello di immersione e ipnosi che lascia sempre stupiti coloro che hanno la pazienza e la voglia di approcciarsi al suo live.

Qualcuno quindi potrebbe dunque dirmi: ma cosa c’è di digitale, tecnologico, sperimentale in tutto questo? Niente, appunto, e allora? In attesa di vederlo a Firenze al secondo Screen Music a fine Ottobre, ho deciso di farci due chiacchere…

 

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Marco Mancuso: Inizierei parlando del tuo passato come musicista. Vorrei sapere qualcosa sui tuoi studi e sulle tue esperienze successive come poli-strumentista e compositore, nonché conoscere di più anche della tua esperienza con la Compagnia di Danza Dominique Bagouet.

Pierre Bastien: Io ho iniziato a fare concerti nei primi anni settanta, quanto la maggior parte delle band erano dei collettivi: ogni membro era compositore che contribuiva all’approccio musicale complessivo del gruppo. Quando il nostro quartetto si ridusse a un duo con Bernard Pruvost (1), entrambi cercammo di compensare il gap suonando tutti gli strumenti mancanti. Questo fu realmente il punto di partenza di tutto il mio poli-strumentalismo. Lavorare poi con una compagnia di danza mi ha spinto ulteriormente oltre: il manager di Dominique Bagouet aveva in carico un’ampia collezione pubblica di strumenti musicali da tutto il mondo.

Quindi, per la seconda partitura musicale che scrivemmo per la Compagnia , fummo invitati a scegliere quali strumenti volevamo suonare da quella collezione. Fu come una sorta di super-regalo di Natale. Dai corni Tibetani alle arpe e xilofoni Africani, dagli organi a bocca dell’Asia ai violini Arabi: sperimentammo con i suoni del pianeta invece che focalizzarci solo sui ben noti timbri Occidentali. Anni dopo, mi è quindi piaciuto essere circondato da 150 strumenti provenienti dai cinque continenti nell’esperienza dell’Orchestra Mecanium….

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Marco Mancuso: Come e perché hai iniziato il progetto dei “mechanical instruments” e l’Orchestra Mecanium nonché il progetto per l’Orchestra di Bel Canto di Pascal Comelade? Alla fine, l’orchestra contava circa 80 elementi/strumenti, quindi mi domando come facessi a controllare tutto. Tendi a lavorare ancora dal vivo con l’Orchestra?

Pierre Bastien: Mecanium e Bel Canto sono due progetti che appartengono e intersecano la mia vita musicale. Mi ci è voluto quasi un decennio dal momento in cui ho costruito la mia prima macchina nel 1978, fino al momento in cui ho avuto un numero sufficiente di robots per suonare un intero concerto: era il 1988 al Forum Art Fair di Amburgo. Nel 1983 al contempo, quando la mia band dei Creative Methods interruppe la sua attività live, Pascal Comelade mi chiese di unirmi al primo concerto della sua Orchestra di Bel Canto. Non solo l’esperienza fu fantastica, ma mi aiutò anche a trascorrere tutti questi anni senza una mia propria band. Infatti, devi pensare che dieci anni sono un periodo troppo lungo per pensare di costruire una orchestra meccanica fatta di pezzi del Meccano e di piccoli motori elettrici presi da vecchi giradischi e strumenti musicali acustici. Oggi, quando voglio rinnovare il mio sistema con nuovi macchinari, il processo mi costa solo all’incirca 3 mesi. Ma alcuni anni fa niente era chiaro nella mia mente: ho costruito la prima macchina per un breve concerto a Parigi senza pensare che ce ne sarebbe stata una seconda. Dopo un po’ di tempo e siccome mi ero divertito a suonare con essa, decisi di costruire due altre macchine, ma le critiche furono così negative che mi fermai per alcuni anni, fino a quando alcuni amici mi incoraggiarono a rincominciare.

A quel punto non mi sono più fermato fino a quando arrivai a costruire un’orchestra di 80 pezzi, anche se non ho mai suonato dal vivo con effettivamente più di 15 macchine. Nel 1996 mi venne proposta una esibizione celebrativa presso l’Apollohuis di Eindhoven, in Olanda. Lì, installati ben 66 macchine e mi ci volle circa una settimana per organizzare tutta l’orchestra: nessun festival può offrirti questo lusso. Come installazione, l’Orchestra è quindi condotta attraverso diversi programmi meccanici: invece quindi di suonare uno strumento, queste macchine pigiano e rilasciano degli interruttori che a loro volta fanno partire o interrompono differenti ensambles che suonano in questo modo la rispettiva composizione sonora automatica. Non uso più in una performance la prima versione del Mecanium dal 1997: ma dopo di essa ho creato il Mecanology, che suona oggetti della vita di tutti i giorni come forbici, martelli, spazzolini da denti, teiere, ecc…(2). E inoltre ho creato differenti versioni del Mecanoid, dove le macchine del Meccano non suonano su strumenti od oggetti, ma suonano direttamente su altre parti di Meccano per una partitura visuale che lentamente rivela la sua potenzialità sonora. Infine, sto iniziando a suonare con macchine ad aria-compressa, allo scopo di ottenere nuove melodie e ritmi meno prevedibili.

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Marco Mancuso: Mi puoi dire anche qualcosa circa le tue installazioni? TI senti in un certo qual modo appartenente alla tradizione dei musicisti meccanici partendo dalle origini del Ballet Mecanique?

Pierre Bastien: La mia attività espositiva è veramente iniziata per caso: non mi considero propriamente un artista. Ma è comunque bello pensare che mentre ti sto rispondendo da Rotterdam, il Mecanoid come installazione sta suonando nel Sud della Francia e i Paper Organs stanno suonando con la Enclave Dance Company a Barcellona o Bruxxels, e ancora che il Steel-Drum Ensamble sta suonando in un museo di strumenti musicali e altre mie macchine ancora stanno per suonare in Giappone o Portogallo. E per quanto riguarda il Ballet Mecanique: mi sento molto più dalla parte di Leger che di Antheil. Come ho detto prima, le mie macchine suonano generalmente poche note e quasi mai in sincrono. Esse inducono quindi una musica che è radicalmente differente da qualsiasi ricerca sulla robotica. Devo infine ammettere che il mio primo impulso non è fu propriamente musicale: l’idea di costruire un musicista automatico mi venne mentre stavo leggendo una descrizione di un’orchestra termodinamica in “Impressioni D’Africa” di Raymond Roussel.

Marco Mancuso: l’idea che sta alla base delle tue composizioni è una vera sfida ed è ovviamente del tutto originale, il risultato finale è francamente romantico e sensuale, specialmente nel momento in cui suoni la tua tromba sulle base meccanica ormai strutturata della traccia, decisamente ipnotica e infinita. Non ti consideri una sorta di alieno all’interno del mondo della musica digitale/elettronica? Perché, secondo te, sei quindi invitato nei festival di arti digitali come il Todaysart? Sembra quasi che la tua musica e il tuo lavoro siano importanti per i geeks allo scopo di tenere sempre presente quanto sia importante lavorare con la materia, costruire qualcosa con le proprie mani, essere capaci di suonare uno strumento e unire differenti attitudini….

Pierre Bastien: Il medium oggi sembra diventare il genere. Non pensi che stiamo facendo un grave errore a prendere così in considerazione lo strumento invece del risultato? “Electronic”, “digital”, “multimedia”, vengono sicuramente prima nella lista e io non sono certo la persona più adatta per essere d’accordo: nel passato, ho spesso messo la parola Meccano davanti a tutto, e questo mi ha aiutato parecchio. Da allora, i giornalisti e il pubblico hanno incominciato a scrivere e parlare della mia musica. Parlare del medium, sembra essere molto più facile che parlare dell’estetica: ma tu puoi suonare musica con l’ultimissimo dispositivo hi-tech o con ciotoli e ramoscelli, ma se sei in grado di “toccarmi”, beh allora io amerò la tua musica alla stesso modo. Un’altra cosa ancora: io non sono propriamente un nuovo arrivato e mi sono sempre sentito un alieno qualunque cosa questo termine significhi. Negli anni Settanta, c’erano la musica Impro e il Punk, negli anni Ottanta la musica Acusmatica e l’Avant-Rock, negli anni Novanta la musica Elettronica e la Sperimentale : se ti senti un musicista è molto meglio essere te stesso e dimenticarti di tutti i flussi principali e pure di quelli secondari.

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Marco Mancuso: nei tuoi spettacoli dal vivo, presti moltissima attenzione all’aspetto visual del tuo lavoro, come mi hai detto tu stesso poco fa. C’è una videocamera o un operatore che filmano tutto, tutti i circuiti in movimento. Come costruisci tutto il sistema, come funziona e come suona? Se guardi lo schermo e ascolti la musica, il risultato finale è realmente delicato e ipnotico. Pensi quindi che l’aspetto visuale del tuo live è importante come elemento che si aggiunge alla musica o come pura documentazione di quello che stai facendo?

Pierre Bastien: Non fare mistero delle fonti sonore è una vera preoccupazione per me. Una volta suonai in una scuola per alunni non vedenti. Essi ascoltarono con attenzione e dopo il concerto vennero tutti sul palco a toccare ogni strumento. Mi ricordo che insistevano nel chiedere quando esattamente questo strumento aveva suonato, e quest’altro e quest’altro ancora. Essi stavano facendo nuovamente esperienza della composizione, “guardandola” da vicino. Quindi io realizzai quanto è importante sentire la musica con i tuoi sensi, specialmente con gli occhi quando non sei cieco ovviamente. Ma tu hai ragione: l’aspetto ipnotico è altresì importante nel mio lavoro audiovisivo. Sono sicuramente fortunato per il fatto che la mia musica è tridimensionale. Non è puro etere che svanisce con l’ultimo suono: dopo un concerto le macchine rimangono e testimoniano cosa è accaduto realmente. Io no ho bisogno quindi un Vj che sia più o meno connesso con la mia musica: il vjing nel mio caso consiste nel posizionare una videocamera di fronte all’orchestra meccanica per una proiezione in tempo reale di quello che accade. Una sorta di cinema-verità del suono e della musica.

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Marco Mancuso: Infine, quando e come ti ha contattato Aphex Twin? E perché, secondo te, uno come lui decide di inserirti nella sua label ( la Rephlex Ndr ) che normalmente produce Idm e musica elettronica d’ambiente?

Pierre Bastien: Beh, non ti so dire delle motivazioni di Aphex Twin. Penso che sia molto più attento di chiunque altro a ciò che accade nella musica moderna. E’ una coincidenza? Mi mandò un fax nel 1999 subito dopo che la mia musica era stata prodotta su un’etichetta Fiamminga, ed egli ebbe la sua prima composizione realizzata sulla Distance. Il messaggio era pieno di belle parole e un invito a unirsi all’etichetta. Al Barbican Center, presso la sala degli specchi, alcuni anni fa, Aphex Twin suonò invisibile per circa 200 persone che indossavano delle cuffie, affinché gli uccelli esotici che c’erano lì potessero dormire normalmente. Quasi alla fine delle due ore di concerto, lui utilizzò uno dei miei pezzi per circa 20 secondi e improvvisamente capii da che cosa era realmente composta la musica: quella notte Aphex Twin suono migliaia di estratti da molteplici fonti, imponendole all’interno di un sottile arrangiamento. Questo significava che lui aveva ascoltato milioni di dischi per la sua selection: io ero solo uno dei milioni. Ammiro moltissimo Aphex Twin per la sua musica e per essere una persona così aperta e così audace: per la stessa ragione ammiro Squarepusher che ha osato invitare Evan Parker e me a suonare al suo spettacolo di basso solista. E in generale mi sento molto fortunato ad essere così ispirato dalle loro recenti produzioni e live sets, invece di essere rimasto immobile ai miei primi amori.

(1) Nu Creative Methods: “Nu Jungle Dances” is now available on Chevrotine, distr. Orkestra.

(2) Mecanology can be heard on “Boîte N°7”, ed. Cactus.

(3) “Mecanoid” and “Pop” on Rephlex, “Téléconcerts” on Signature.

(4) “Musiques Paralloïdres” on Lowlands .

(5) “Selected Ambient Works” on Distance. 


www.pierrebastien.com

www.rephlex.com/

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