Dal 1 al 21 ottobre 2007 il Palazzo Frizzoni di Bergamo, nell’ambito di Bergamo Scienza, ospita la mostra NAN°ART, a cura di Stefano Raimondi, con opere di Alessandro Scali, Robin Goode e Grit Ruhland.

L’esposizione rappresenta la prima occasione di riflessione sull’utilizzo della nanotecnologia nell’arte italiana, e il duo Scali-Goode rappresenta realmente in Italia uno dei primissimi casi, se non unico, in cui la nanoarte trova uno spazio proprio e personale per evolversi e mostrarsi. Come sottolinea il curatore Raimondi, proporre questo genere di opere significa stabilire un “patto di fiducia” tra pubblico e artista: i lavori sono esposti in una piccola sala, in cui lo spazio è ridotto al minimo, e sono visibili grazie all’uso del microscopio. Il visitatore deve, dunque, avvicinarsi ad esse con lo spirito della curiosità e la voglia di scoprire un nuovo mondo, andando a cercare cosa c’è oltre.

È indubbio il merito del curatore e del comitato scientifico che supporta questa iniziativa, che testimonia l’interesse per le nuove ricerche, l’apertura alle pratiche artistiche che dialogano costantemente con ambiti diversi e stimolanti, come quello della scienza e della tecnologia. Per capire il percorso di NAN°ART, ho fatto due chiacchiere con gli artisti italiani le cui opere costituiscono il nucleo dell’esposizione e che sono nate grazie alla collaborazione con gli scienziati del Politecnico di Torino.

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Silvia Scaravaggi: Come si è formato il duo Alessandro Scali – Robin Goode?

Scali-Goode: Ci siamo conosciuti a Torino nel 2002 perché lavoravamo nella stessa agenzia di pubblicità – la Bgs D’arcy, oggi Leo Burnett. Visto che il lavoro di agenzia lasciava uno spazio relativamente limitato all’espressione creativa più pura e fine a se stessa, abbiamo iniziato a lavorare insieme al progetto di una rivista di arte-creatività-design, chiamata Paperkut.

Silvia Scaravaggi: Come avete iniziato a collaborare con il Politecnico di Torino?

Scali-Goode: La collaborazione con il Politecnico è stata, se vogliamo, un’evoluzione naturale del progetto Nanoarte. Torino è uno dei centri di eccellenza della nanotecnologia in Italia e nel mondo, e ci è sembrato logico andare proprio al Politecnico a raccontare le nostre idee. Abbiamo così avuto la fortuna di conoscere il Professor Rossi e in seguito il Professor Fabrizio Pirri, che ha fatto di un’idea un po’ folle una realtà concreta. Oggi la nostra Nanoarte è possibile soprattutto grazie alla passione e all’impegno non solo del Professor Pirri ma di un gruppo di 7 dottorandi che utilizzando le risorse messe a disposizione dal Politecnico trasformano i nostri concetti in opere vere e proprie.

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Silvia Scaravaggi: Come siete arrivati a nanoarte?

Scali-Goode: Per pura e semplice curiosità. Abbiamo iniziato a leggere e interessarci alle nanotecnologie circa 4 anni fa. Subito ci è venuto in mente il folle progetto di realizzare opere d’arte in scala nanometrica, e gli anni passati sono stati impegnati nel cercare di dare concretezza a questo sogno. Dopo aver contattato (ed essere stati) il Dipartimento di Fisica di Trieste – e soprattutto dopo l’incontro con il Professor Enzo di Fabrizio – abbiamo capito che forse c’era davvero il modo di realizzare opere d’arte con l’impiego della nanotecnologia.

Silvia Scaravaggi: Che tipo di rapporto avete costruito attraverso l’interazione tra arte, scienza e design?

Scali-Goode: Un concreto rapporto di collaborazione tra due mondi che spesso, erroneamente, sono considerati agli antipodi: il mondo della scienza e quello dell’arte. È importante sottolineare come il nostro non sia un rapporto di consulenza o a distanza: è un rapporto fattivo, che coinvolge sia la fase creativa che quella realizzativa.

Silvia Scaravaggi: Come sarà per voi la mostra di Bergamo, cosa significa?

Scali-Goode: La mostra di Bergamo ha senza dubbio un significato particolare: se vogliamo è la nostra prima vera personale artistica (se si fa eccezione per l’opera di Grit Ruhland), e nello stesso tempo è la prima volta che esponiamo 6 opere di nanoarte insieme. Non solo: la mostra è la manifestazione concreta ed evidente della collaborazione tra mondo artistico e scientifico.

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Silvia Scaravaggi: quali opere esporrete?

Scali-Goode: Esporremo Oltre le colonne d’Ercole (una passeggiata micrometrica su una superficie di silicio), Actual Size (un continente africano di dimensioni micrometriche), Libertà condizionata (una statua della libertà infinitamente piccola), Scemo chi legge (la stessa scritta è stata incisa con il laser su un wafer di silicio), Fiato sprecato (un’opera interattiva, che indica il numero medio di respiri che un essere umano può effettuare nel corso della vita), Chiave per il paradiso (un cammello nella cruna di un ago).

Silvia Scaravaggi: Quali sono gli argomenti a voi più cari?

Scali-Goode: Non c’è solo un argomento che ci sta a cuore: i temi sono molti, e sono i più disparati. In realtà, oltre agli argomenti, ci sta a cuore il modo di comunicarli. Vorremo cioè farlo in modo semplice, intuitivo, senza bisogno di complesse didascalie o apparati critici che spieghino ragioni e riferimenti, senza per questo rinunciare alla profondità o alla complessità dei concetti stessi.

Silvia Scaravaggi: In che modo si integra il vostro progetto con la cura dell’esposizione?

Scali-Goode: Nanoarte pone degli interrogativi riguardo al modo di esporre le opere. Poiché le opere sono sostanzialmente invisibili a occhio nudo, si pone il problema di come visualizzarle. Ad oggi abbiamo utilizzato diversi criteri espositivi: a Bergamo, per esempio, le opere saranno esposte sotto le lenti di microscopi ottici; al MIAAO, invece, le immagini delle opere saranno visibili sullo schermo di un computer.

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Silvia Scaravaggi: Qual è il valore aggiunto di questa esposizione rispetto ad una singola opera (penso a ” Oltre le colonne d’Ercole” con cui avete vinto il terzo posto del Premio Arti visive San Fedele di Milano nel 2006)?

Scali-Goode: Il valore aggiunto potrebbe essere rappresentato dal fatto che nell’insieme di una esposizione è possibile cogliere il senso complessivo del nostro modo di fare arte, dei contenuti e degli argomenti che trattiamo e del modo in cui lo facciamo.

Silvia Scaravaggi: Pensate che ci sarà un mercato per quest’arte? Vi interessa?

Scali-Goode: È possibile che presto parteciperemo a qualche fiera internazionale proprio per testare la reazione del mercato alle nostre opere. In realtà vendere non è il nostro primo obiettivo, in quanto per sopravvivere contiamo sul nostro lavoro di creativi presso l’agenzia di comunicazione che abbiamo fondato più di tre anni fa.

Silvia Scaravaggi: Che ruolo ricoprono la letteratura e la speculazione filosofica ed antropologica nel vostro lavoro?

Scali-Goode: Un ruolo essenziale: il fatto di essere una coppia ci ha permesso di integrare un background più orientato alla creatività, all’arte, all’illustrazione e al design, ad un background umanistico, intriso di letteratura, filosofia, antropologia, semiotica, teologia. Ai quali si aggiungono, recentemente, riflessioni di tipo scientifico che riguardano soprattutto la fisica, la meccanica quantistica e le sue implicazioni filosofiche.

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Silvia Scaravaggi: Che tipo di comunicazione vorreste tra le opere che proponete ed il vostro pubblico?

Scali-Goode: Un rapporto semplice ed immediato, coinvolgente ed emotivo, ma anche un rapporto intellettuale e culturale. Ci piacerebbe che le nostre opere potessero essere interpretate a diversi livelli, a seconda delle competenze e delle conoscenze dello spettatore, senza la necessità di dover ricorrere a complesse spiegazioni o critiche.

Silvia Scaravaggi: qual è il ruolo della nanotecnologia nella vostra ricerca?

Scali-Goode: Dal nostro punto di vista la nanotecnologia non è nient’altro che un mezzo – senza dubbio radicalmente innovativo – che ci permette di esprimere determinati argomenti o concetti nel modo che noi riteniamo più appropriato. 


www.nanoarte.it

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