I lavori di Dias e Riedweg (coppia di artisti, rispettivamente brasiliano e svizzero) sono sicuramente “un’esperienza”. Vogliono coinvolgere lo spettatore nella vita delle persone con le quali hanno parlato e lavorato. Il loro lavoro è da una parte politico e dall’altra sensoriale. Riescono a suscitare emozioni, a coinvolgere.

Ed è questo il loro punto di forza. Le loro opere vogliono, in questo modo, riuscire a mettere in contatto realtà sociali diverse, quella di persone che vivono in situazioni precarie e ai margini, e quella di chi vive invece integrato nel sistema capitalistico. Desiderano far comunicare questi due mondi, così che uno si infiltri nell’altro, per creare una crepa nel sistema. Per questo Dias e Riedweg non si rivolgono solo al pubblico dell’arte, ma cercano di far penetrare il loro messaggio il più possibile, in modo che abbia una grande eco e venga recepito da un pubblico molto ampio.

Come ad esempio nel loro primo lavoro: Devotionalia (1994). E’ un progetto realizzato nelle favelas di Rio de Janeiro, in cui sono stati coinvolti anche enti sociali brasiliani e organizzazioni non governative. Per circa tre anni il loro atelier mobile ha girato nelle strade per raccogliere l’ex voto dei bambini e degli adolescenti che vivevano lì. Il risultato sono i calchi delle mani e dei piedi di più di 600 ragazzi, accompagnati dai video in cui ognuno di loro faceva il proprio voto. Quando è stata esposta l’installazione, il pubblico della mostra era per metà costituito da persone provenienti dalle favelas e per loro era la prima volta che entravano in contatto con il mondo della video arte e dell’arte in generale.

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Nel 2003 gli artisti hanno ripreso il lavoro, andando a cercare i ragazzi che avevano intervistato. Hanno scoperto che molti di loro erano morti, ed hanno quindi raccolto le testimonianze di cosa era successo, come e perché, dalle voci di chi era coinvolto. Hanno poi realizzato un montaggio alternando queste testimonianze e i resoconti che davano i giornali delle stesse storie. La freddezza dei media è esasperata ancora di più dai racconti di chi aveva vissuto sulla propria pelle quei fatti. La comunicazione diventava così ancora più intensa, più penetrante.

Anche in “Inside and outside the tube” (1998) gli artisti hanno voluto mettere in atto una “comunicazione intensiva”. Hanno raccolto i racconti di alcuni rifugiati in attesa di asilo politico, temporaneamente sistemati in un centro di accoglienza ad Adliswil, in Svizzera. Si sono fatti raccontare le loro storie e quelle delle loro famiglie, le loro prime impressioni sulla Svizzera, cosa avevano provato, che sensazioni avevano avuto. Successivamente tutte queste voci registrate, sono state trasmesse in alcuni luoghi pubblici della città. Le installazioni prevedevano che le voci fossero incanalate dentro dei tubi solitamente usati per il riscaldamento. I tubi erano sia l’installazione, l’opera, che il mezzo per trasmettere un messaggio, “collegavano” due mondi distanti, gli abitanti della città, e i rifugiati, senza dimora e senza diritti.

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Nel loro ultimo lavoro Funk Staden, presentato quest’anno a Documenta, hanno tratto ispirazione dalle illustrazioni di Hans Staden, personaggio vissuto nel sedicesimo secolo e originario di Kassel. Staden, durante un viaggio in Brasile era stato catturato dagli indigeni per essere mangiato, ma poi fu liberato perché non si era dimostrato abbastanza coraggioso per essere “incorporato”. Non volevano ingerire la sua diversità. Una perfetta metafora del lavoro dei due artisti.

Dias e Riedweg hanno reinterpretato le tavole di Staden, ambientando l’azione nelle favelas di Rio de Janeiro. Su tre schermi si potevano vedere le immagini riprese da tre telecamere montate su dei pali di legno (una citazione dello strumento usato dai cannibali per uccidere la vittima designata). Su un tetto di una casa si svolgeva una sorta di festa e i partecipanti si passavano le tre telecamenre di mano in mano mentre ballavano. Era come se si stesse consumando un rito, un rito del XXI secolo in cui gli antropofagi sono gli abitanti delle favelas e ciò che viene cannibalizzata è la tecnologia, per diventare uno strumento di diffusione del loro canto.

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I lavori di Dias e Riedweg, coniugando l’aspetto politico con quello più emozionale, cercano di abbattere le barriere che dividono due società opposte, che difficilmente comunicano in modo sincero l’una con l’altra. Abbattendo gli stereotipi e i luoghi comuni, mettono in mostra la materia vibrante e sensibile della quale siamo tutti composti. 


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