Immaginate un tavolo con un EMS Synthi A e un laptop, un sassofono alto riposto per terra, dentro la sua custodia aperta, in attesa di essere risvegliato…ed un ragazzo alto, biondo con un viso da ragazzino ma serissimo, concentrato.

Basta incrociare per un secondo il suo sguardo, prima che tutto cominci, per cogliere immediatamente nei sui occhi quel guizzo che svela tutta la vivacità in procinto di essere colta. All’improvviso un’esplosione di suoni accompagnata soltanto dai movimenti rigidi, secchi delle mani di Thomas Ankersmit sul suo sintetizzatore EMS synthi A che, già solo per il fatto di essere uno strumento degli anni 70, carica di tensione “poetica” la live performance. Caos e delirio magistralmente orchestrati da un talento viscerale! E di nuovo all’improvviso: silenzio! Ankersmit si alza e abbandonata l’apparente rigidità del movimento, si snoda lentamente ad abbracciare il suo sassofono come nell’atto di cullare un bambino. Comincia a respirare, il sassofono si anima ed il suono emerge avvolgendo e riempendo lo spazio.

A questo punto si è già Immersi in un nuovo flusso sonoro, lungo, intenso, teatralizzato dal seducente oscillare del corpo del musicista e del suo strumento che ormai sono un tutt’uno, tra il muro alle sue spalle e il pubblico trascinato nel flusso sonoro. Come a chiudersi nella propria intimità, come a voler rimanere solo con la sua musica, Thomas si volge al muro continuando a suonare. Tutto è forte, passionale, intenso a dispetto della semplicità e della spontaneità d’approccio. Thomas Ankersmit, è virtuoso sassofonista, musicista elettronico e artista installativo. Nato nei Paesi Bassi, combina l’astratto suono del suo sassofono con sintetizzatori analogici iper-cinetici e improvvisazioni elettroniche tramite computer. Abile nel realizzare installazioni in cui il suono, l’infrasuono e le “modificazioni delle caratteristiche acustiche dello spazio” si combinano e scardinano il normale processo di percezione dello spazio dell’ascoltatore fruitore e la sua presenza all’interno stesso di questo spazio. Quindi gente se avete la possibilità di ascoltarlo e vederlo dal vivo, non perdetela.

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Claudia Moriniello: Hai studiato all’accademia d’arte in Amsterdam e poi alla School of visual arts a New York. Il tuo background accademico sembra essere più artistico che musicale. Ci racconti come ti sei avvicinato alla musica e quando?

Thomas Ankersmit: Ascoltando rock underground (Sonic Youth etc.) ben presto mi sono spinto alla musica più d’avanguardia, sebbene guardando indietro è difficile dire perchè ho cominciato ad interessarmi a questa. In quel periodo ho cominciato a giocare con una chitarra e materiale elettronico trovato qua e là (registratori di cassette audio etc). Da lì ho proseguito qualche anno dopo e ho cominciato con il sassofono, anche stavolta un po’ per caso (trovai un vecchio sassofono dell’esercito russo al mercato delle pulci). Nell’estate del 1997 ho cominciato a frequentare l’accademia d’arte ad Amsterdam e da lì poi New York dove parallelamente ai miei studi ho continuato a suonare. Non ho mai molto integrato tutto questo con il lavoro che stavo facendo in accademia. Sebbene abbia cominciato a lavorare con il suono anche lì, non pensavo a quella come “musica”.

Claudia Moriniello: Un approccio quindi spontaneo e viscerale. Quali sono state le tue influenze musicali?

Thomas Ankersmit: Suppongo che le prime cose che in qualche modo mi abbiano coinvolto siano state legate alla libera improvvisazione (non tanto il free jazz), noise, minimalismo e musica elettroacustica. Tutto questo, realmente nello stesso momento. Per il sassofono in particolare sono stati importanti gli ascolti di Evan Parker, Mats Gustafsson, Don Dietrich e Jim Sauter of Borbetomagus e Tamio Shiraishi. Tutta gente con un approccio strumentale virtuoso e personalissimo, ma con background diversi. Ricordo di aver ascoltato molto tra il ’97 e il ’98, “Noise Capture” di Gert-Jan Prins e il primo Cd di Kevin Drumm. Quella combinazione di estrema crudezza e tensione era estremamente affascinante, una specie di incontro tra il mondo sonoro del noise dotato di una intensa pulsazione ritmica. Pensandoci bene queste sono le cose che possono aver avuto influenza.

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Claudia Moriniello: I Paesi Bassi rappresentano una sorgente importante per la scena musicale europea di qualità, crescendo e producendo validi musicisti e artisti. New York è un crocevia importantissimo per la scena artistica sperimentale. Cosa ti ha spinto a trasferirti a Berlino?

Thomas Ankersmit: Quando sono arrivato ad Amsterdam mi sono sentito abbastanza isolato. Alla fine degli anni 90 ho avvertito che c’era una scena free jazz, una spiccata scena di musica contemporanea, forse anche una specie di scena post-industriale ma io non mi sono mai legato a nessuno di questi contesti. I seguaci del noise/industrial odiavano i sassofoni in generale l’idea del suonare uno strumento, credo. La scena jazz era troppo jazz e la maggior parte dei musicisti aveva l’età di mio padre (anche se ora sono spesso in tour con un musicista di settantatre anni, che importanza ha). Avevo sempre voluto passare del tempo a New York. Sono stato lì due o tre volte per visite brevi prima di trasferirmi lì nell’estate del ’99. Dovevo viverci circa un anno, il mio visto era scaduto e dovevo tornare ad Amsterdam per continuare lì la scuola. A New York ho capito che non dovevo necessariamente vivere nel paese dove ero nato, che potevo scegliere un posto interessante, andare lì e vedere se la cosa poteva funzionare. Fu importante per me rendermi conto di tutto questo in quel momento. Per un po’ ho considerato l’idea di trasferirmi a New york, lasciare la scuola e non tornare più a casa, ma sono felice di non averlo fatto. Avevo alcuni amici a Berlino e nell’estate del 2000, ho pensato semplicemente di andare lì per un po’, come alternativa ad Amsterdam. Fino ad ora è stato bello. Tuttavia sono a Berlino solo per la metà del mio tempo. Continuo a stere spesso ad Amsterdam dove ho ancora un appartamento.

Claudia Moriniello: Qual è la tua percezione della scena tedesca, olandese, italiana e newyorkese?

Thomas Ankersmit: Naturalmente posso solo parlare della piccola parte di cultura musicale che conosco, delle cose nelle quali sono coinvolto. probabilmente non dovrei parlare della scena olandese o italiana. Le persone che conosco lì sono piuttosto isolate per quello che so. Gert-Jan Prins ad Amsterdam, Domenico Sciajno e Giuseppe Ielasi in Italia. A Berlino sembra che molte delle persone che fanno musica sperimentale in un modo o nell’altro si conoscano e passino molto tempo insieme. Ci sono molti musicisti lì e molti concerti, sia di gente locale che di un costante e continuo flusso di gente di passaggio. La cerchia della improvised music che io conosco meglio (ndr. il riduzionismo berlinese) sembra si stia smembrando un po’, cosa probabilmente inevitabile e positiva. Recentemente non ho passato molto tempo in un posto specifico degli USA da averne un’idea chiara, ma sembra che anche lì ci sia un grande network di musica sperimentale. Lì é sempre molto più di una scena fai-da-te. In America nessuno si mantiene con i concerti di musica sperimentale (siano essi musicisti o organizzatori). In Europa qualcuno ce la fa. La scena europea è sempre stata più professionalizzata. E poi ancora: in Europa spesso le persone che organizzano i concerti sono fans loro stesse, non produttori professionisti.

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Claudia Moriniello: Spesso suoni con il grande Phill Niblock. Come nasce questo incontro?

Thomas Ankersmit: Phill ed io ci siamo incontrati nel 1999, quando vivevo a New york. Ci incontravamo ai concerti l’uno dell’altro. Phill è una persona molto socievole così quando è in città va sempre ai concerti degli altri. A quel tempo lui ancora insegnava, credo, così era molto più spesso a New York di ora. Lui organizza performances nel suo loft tra Soho e Chinatown, così la gente visita anche casa sua. Tuttavia abbiamo iniziato a collaborare e fare concerti insieme nel 2003, quando dovevamo fare un tour del Giappone affiancati negli stessi programmi.

Claudia Moriniello: Ci spieghi come convivono nella tua musica elementi elettronici, acustici, analogici e digitali? Quali di questi ha il sopravvento? Quali di questi tendenzialmete prediligi?

Thomas Ankersmit: Fondamentalmente coesistono tutti affiancati. Le parti elettroniche, analogiche e digitali, sono molto interconnesse tra loro. Uso il computer per registrare, modificare, eseguire e controllare i sintetizzatori analogici: la maggior parte della musica è “creata” con i sintetizzatori. Durante i concerti il computer è soprattutto usato come un campionatore: lo uso per eseguire frammenti di suono pre-registrati e quei suoni sono trasmessi attraverso gli strumenti che processano il segnale analogico. Non uso il computer per generare suono o processarlo, è più uno strumento di registrazione, modifica ed esecuzione. Come strumento musicale preferisco l’elettronica analogica perchè mi piace modellare e intervenire direttamente sul segnale elettrico. La possibilità di collegare tutto a tutto sul synth modulare è fondamentale per me. Faccio anche un rozzo disordine con i segnali: inserendo e disinserendo i connettori, generando cortocircuito, etc. Sono piuttosto attratto anche dal suonare acusticamente. Apprezzo la fisicità e la specificità del suonare uno strumento acustico, avere il suono che proviene da dove ti trovi piuttosto che da un paio di altoparlanti posizionati da qualche parte nella stanza.

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Claudia Moriniello: Nelle tue live performances utilizzi quell’affascinante strumento che è l’EMS Synthi A, un sintetizzatore analogico modulare, costruito nel 1972 . A parte il fascino poetico di un vecchio strumento di seconda mano racchiuso dentro una piccola valigetta di pelle, utilizzato da musicisti quali brian eno, klaus schultze, pink floyd e perchè no thomas lehn, l’EMS Synthi A è uno strumento prestigioso dotato di molteplici possibilità operative. Come lo utilizzi? Qual è la logica e la dinamica di utilizzo? Ovvero lo usi così per come è stato progettato o cerchi una via personale estendendone o alterandone le tecniche operative? E quale ruolo ha il laptop nell’interfacciarsi con l’EMS?

Thomas Ankersmit: Uso i sintetizzatori modulari EMS e Serge per generare suono e anche per processare segnali esterni (registrazioni dal computer, microfoni, pickup della chitarra). Generalmente ci sono alcune cose attive simultaneamente, differenti catene di segnale, e differenti cose che avvengono a diversa velocità. Molte di queste hanno un carattere simile a quello del cut up, inserendo e disinserendo connettori e cavi dal patch bay del synth. Alcuni dei suoni sono ottenuti attraverso le tecniche di sintesi standard, oscillatori modulati e processati in modo diversi e alcune di queste più complesse e sperimentali attraverso moduli in feedback, cortocircuitando i segnali e facendo collegamenti quasi casuali. Il synth è piccolo e ha solamente dieci moduli con funzioni specifiche che puoi collegare insieme per modellare un suono. Il Serge è molto più grande per cui è possibile avviare più processi simultaneamente. Non ho mai ascoltato i musicisti che tu hai elencato ( Eno, Schultze, Pink Floyd). Mi piace Thomas Lehn. Non sono un grande fan della musica per sintetizzatore, è semplicemente lo strumento con il quale sperimento. Credo sia la stessa cosa per il sassofono.

Claudia Moriniello: E il sassofono quindi? Che rapporto hai con questo strumento?

Thomas Ankersmit: Il fatto che il sassofono sia acustico legato all’energia e alla posizione del corpo è per me molto importante. Apprezzo inoltre le sue limitazioni, il fatto che si resti bloccati con un qualcosa di specifico e al suo “design”. Ovviamente, e per buone ragioni, il sassofono è principalmente visto in contesti jazzistici, ma fondamentalmente questo non mi riguarda completamente. Non ho mai provato a suonare jazz. Sono interessato a fenomeni acustici, in una sorta di densità sonora focalizzata e mi piace creare questo con le mie stesse mani, respiro e voce. A volte suonando note sostenute e complesse in una sorta di stato di trance, dove non pensi a quale sarà la prossima mossa musicale ma semplicemente riversi suono nella stanza e nel caso in cui questa sia riverberante rimane lì per un po’ per poi tornare indietro su te stesso.

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Claudia Moriniello: La contrapposizione di elementi separati (acustici ed elettronici) talentuosamente da te giostrata nella tua musica, svela un approccio postmoderno e un risultato romantico. Come spieghi questo paradosso?

Thomas Ankersmit: Non ci penso mai in questi termini ma suppongo abbia senso. Sono solo due cose alle quali sono interessato che combino una con l’altra. Non provo a trasporre le stesse cose che faccio con uno strumento sull’altro, ma ci sono delle ovvie differenze tra gli approcci. Presumo che le parti elettroniche abbiano la tendenza a riferirsi al tempo mentre quelle acustiche allo spazio. Il mio suonare il sassofono è spesso piuttosto statico, cerco di creare un suono denso e complesso che si muove a secondo di dove ti trovi nella stanza, piuttosto che offrire una sequenza di eventi. Il materiale elettronico tende a muoversi velocemente nel tempo, e più un cut up, i suoni sono più distinti gli uni dagli altri. Mi piacerebbe essere in grado di creare una sorta di collage sonoro non lirico anche sul sassofono, ma quando ci provo non ne apprezzo il risultato. Non voglio dedicare troppo tempo a una preparazione elaborata per emettere suoni alternativi anche dal sassofono, per cui mi concentro in piccole aree sonore dello strumento e le esploro a lungo. La gente generalmente considera il modo in cui suono il sassofono la parte più espressiva del mio lavoro, è quindi possibile che a volte sia in contrasto con gli altri suoni/rumori.

Claudia Moriniello: Per scelta, ad oggi non hai ancora pubblicato nessun cd se non in forma assolutamente privata ed in edizione limitata, perchè?

Thomas Ankersmit: Semplicemente non ci ho ancora pensato e probabilmente preferisco viaggiare e suonare dal vivo piuttosto che lavorare a una registrazione. Quest’anno potrei fare un CD di solo sassofono o musica elettronica o di entrambi. Il fatto che le poche cose che ho prodotto erano in piccole quantità era solo per liberarmene velocemente, non erano cose da “collezionisti”. Non penso che lo siano diventate in ogni caso.

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Claudia Moriniello: Che ruolo ha il pubblico nelle tue performance? Che rapporto hai con chi ti ascolta?

Thomas Ankersmit: Durante i concerti non sono pienamente consapevole del pubblico presente, mi concentro esclusivamente sul suonare. Detto questo, trovo difficile improvvisare in uno studio davanti a un microfono. Così probabilmente il pubblico mantiene alta la tensione. Mi piace il rischio di costruire qualcosa di fronte al pubblico con la possibilità che il tutto si disintegri. Questo è importante per me anche quando vado ai concerti di altri: la presenza del pubblico di fronte a te concentrato sul suono senza sapere dove questo andrà. Mi piace incontrare le persone prima e dopo la performance ma non parlo al pubblico dal palco. Per me è importante che ci siano persone ad ascoltarmi. Sebbene siano rari, ritengo che i concerti con poco pubblico siano assai frustranti. Sembra uno spreco di energia e di denaro (da parte dell’organizzatore) quando nessuno si presenta.

Qualche volta mi muovo o mi giro verso un muro nello spazio della performance per ottenere le riflessioni sonore, altre volte do la schiena al pubblico, per quel che mi riguarda questo è semplicemente legato agli aspetti acustici e sonori piuttosto che una sorta di gestualità performativo-comunicativa. Chiaramente ad alcune persone piace vedere una gestualità significativa nella fisicità dell’esecuzione musicale. Questo va bene ma non è intenzionale da parte mia. Anche quando sono da solo urlo nel sassofono e ondeggio avanti e indietro. Non mi sono mai guardato in videoriprese in cui suono quindi non so esattamente che aspetto abbia. 

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