La recente pubblicazione di un bellissimo Dvd (presentato al festival Elektra di Montreal e ora distribuito in tutto il mondo), rappresenta il capitolo più recente di Silent Room, lavoro degli artisti canadesi Skotz Kolgen nato nel 2003 e negli anni rielaborato in modalità differenti, che vanno dalla video installazione al live cinema audio-video.

Ognuna di queste forme è stato un modo differente per reinterpretare il flusso di poesia audiovisiva originario, e sperimentare modi differenti di narrare. Ma il Dvd appena prodotto rimane un gioiello di gusto e packaging, con un doppio contenuto interno (cd audio e dvd video ricco di extra sulla fase di produzione dell’opera) e un booklet ricco di bellissime immagine in 3 lingue: inglese, francese e….italiano!

“Ce ci n’est pas un film”. Parafrasando Magritte, gli Skotz Kolgen introducono il visitatore/spettatore tra le stanze delle quali si compone il film-poem di Silent Room. Il gioco concettuale di collegare questo lavoro al medium cinematografico e di smentirlo allo stesso tempo, riassume aspetti importanti di questo lavoro: porsi in una zona liminare tra video e cinema, individuare attraverso la mescolanza di mezzi video digitali, pellicola e suono, il filo rosso che collega alcune caratteristiche del cinema sperimentale con gli sviluppi successivi del linguaggio audiovisivo, dalla video arte al live.

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Silent Room si colloca negli interstizi tra le diverse categorie del linguaggio audiovisivo. La pellicola, il film, è usato dagli Skotz Kolgen per ripensare una delle caratteristiche principali del linguaggio cinematografico: la costruzione di una storia. Ogni stanza è un tableau vivent, un nucleo che compone, insieme agli altri, una narrazione modulare, un narrare dato da elementi slegati e ricomposti di volta in volta in percorsi sempre diversi creati dallo spettatore che si muove tra le installazioni o tra le tracce del dvd, o dalla rielaborazione del materiale in live, che mescola le identità dei vari personaggi su cinque schermi. Ogni vita ed ogni storia è una monade isolata, i personaggi non si mostrano, i loro sono racconti muti, accomunati proprio dalla loro segregazione, dal proprio trovarsi chiusi in uno stato che è puro esistere.

La similitudine della loro condizione fornisce il trait d’union grazie al quale trovare una traccia comune nella molteplicità: “Silent Room” è composto difatti da elementi ma riesce al tempo stesso ad essere poema, opera organica sulla solitudine, nella quale ogni stanza è una sfumatura del tema dell’alienazione. Ogni personaggio è circondato unicamente da se stesso, immerso in una condizione nella quale, anche l’ambiente, gli oggetti intorno, diventano esternazioni della psiche.

Gli Skotz Kolgen fanno un uso surrealista dell’oggetto che perde ogni funzionalità e diviene simbolo, lessema di un linguaggio privo di parole, con il quale scrivere “cieli di silenzio” e permettere allo spettatore di sentire lo spazio mentale di ogni stanza. Altra voce che descrive è il corpo di ciascun personaggio, che diventa filtro e manifestazione di stati interiori. La deformazione del corpo parla come manifestazione organica di anomalie dell’esistenza. Allo stesso tempo ogni corpo è il metronomo di un tempo concentrico e claustrofobico, attraverso gesti ripetuti in loops e rituali senza scopo.

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Gli artisti canadesi descrivono, attraverso piani ravvicinati, dettagli che mescolano riprese in 35 mm , video digitale e foto, un tempo ed uno spazio che sono insieme prodotto e gabbia di ciascuna stanza, essendo entrambi proiezione psicologica del personaggio. Un avvicinarsi visivo che non racconta ma si lascia deformare, immerso dalla realtà osservata.

Claudia D’Alonzo: Com’è nato il concept di Silent Room?

Skotz Kolgen: A dire il vero Silent Room ha preso forma in modo graduale. Inizialmente, ci siamo messi a fare dei disegni, degli schizzi su carta senza uno scopo ben preciso, prendevamo solamente del tempo per noi, in relax, la mattina all’ora del caffè. Come modo per distendere il nostro ritmo di vita e dedicare del tempo all’introspezione.

Abbiamo abbozzato delle forme umane a matita e carboncino, delle impressioni emotive, forme allungate, deformate come se il loro stato interiore avesse deformato il loro stato fisico. Infine ci siamo ritrovati con un gran numero di concept che, un po’ alla volta, ci hanno invogliato a procedere. Dei temi sono coincisi, hanno formato delle associazioni e la maggior parte dei temi di Silent Room ha iniziato a prendere forma.

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Claudia D’Alonzo: Come avete trovato i personaggi? Qual è il senso della struttura in stanze?

Skotz Kolgen: Discutendo dei nostri disegni, ci siamo trovati ad immaginare ed estrapolare delle situazioni, dei luoghi, dei personaggi. Volevamo creare degli snapshots audiovisivi per ciascun personaggio in mezzo alla propria vita privata, la propria stanza. Seguendo le nostre impressioni, illustrare il momento in cui alcune persone possono proiettarsi nel loro mondo interiore, a causa dell’isolamento. Trasformarsi a poco a poco fino ad essere un’estensione del loro stato d’animo. Il luogo che abitano diventa un rifugio senza testimoni, dove possono, senza contatto con l’esterno, sviluppare una personalità psicologica sempre più a senso unico. I muri diventano i loro confini, gli oggetti diventano il riflesso della loro interiorità. Come se la loro stanza fosse l’estensione della loro camera interiore.

A partire da questi temi abbiamo elaborato dei mini storyboards flessibili. Questi ritratti astratti ci hanno ispirato il contesto, l’ambiente estetico e l’asse creativo di ciascuna stanza. Una volta iniziato, è stato subito chiaro che non cercavamo una struttura rigida e lineare, ma piuttosto delle costruzioni a spirale con delle astrazioni temporali, il processo si colloca tra il tableau vivant e la poesia.

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Claudia D’Alonzo: In che modo avete realizzato le riprese, costruito il set ed elaborato il materiale filmato?

Skotz Kolgen: Per il set, abbiamo improvvisato uno studio in una vecchia fabbrica tessile di Montreal. Ci siamo chiusi per più di un mese in questa fabbrica. Ogni mattina, costruivamo le scene, sceglievamo gli oggetti personali e a fine giornata, fino a notte, filmavamo con il personaggio, spesso a porte chiuse. Ci concentravamo, in genere, sulle riprese di una camera al giorno.

Anzitutto abbiamo fatto una ricerca per reperire i figuranti. Non volevamo degli attori professionisti, quindi abbiamo fatto dei casting in strada e conosciuto gente. Ci è sembrato più adatto trovare delle persone che, già al naturale, si avvicinassero fisicamente ai nostri personaggi. Abbiamo quindi puntato sulla loro spontaneità e il loro lasciarsi andare durante le riprese. Per gli oggetti, i mobili, gli abiti, le tappezzerie, con l’aiuto di alcuni amici, abbiamo fatto delle scoperte un po’ ovunque dai rigattieri, nei mercatini delle pulci e in vecchie boutiques.

Per le riprese, volevamo filmare con più ottiche e punti di vista simultanei. Abbiamo costruito dei sistemi di camere sincronizzate. Volevamo allo stesso tempo combinare e confrontare uno stile digitale con quello più organico delle immagini filmate su pellicola 35mm.

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Claudia D’Alonzo: Che tipo di legame avete cercato tra immagini e tracce audio? Che lavoro avete fatto sul suono?

Skotz Kolgen: Ci sono stati tanti modi di lavorare sul suono quante sono le stanze. Per alcune, avevamo già pensato una base che avevamo durante le riprese per sincronizzare le camere. Per altre stanze, l’architettura sonora è stata costruita prima dell’editing, abbiamo sviluppato dei software per legare il movimento del suono ai software di montaggio. In altre, come l’Usure du temps, la trama sonora è stata costruita in parallelo al montaggio e in modo intuitivo. Ciascuna traccia sonora è stata creata appositamente per ogni stanza e tutte le sorgenti audio sono state create da noi.

Claudia D’Alonzo: In alcuni video sono presenti degli animali, hanno un particolare valore simbolico ? C’è un legame tra gli animali e i corpi, che mi sembrano molto importanti nella costruzione delle identità dei personaggi ?

Skotz Kolgen: A dire il vero noi non avevamo nessuna volontà particolare di utilizzare degli animali. Erano presenti sin dalla fase degli schizzi. Mettendo insieme tutti i nostri disegni preliminari, è vero che ce ne sono molti. Io penso che vi fosse interesse al rapporto uomo/animale nei suoi sviluppi più peculiari. Ma anche per il confronto tra la condizione umana e quella animale. C’era probabilmente (intuitivamente) l’idea dell’animale da compagnia, portata all’estremo, del mimetismo progressivo dell’animale e dell’uomo in condizioni di coabitazione prolungata.

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Claudia D’Alonzo: In che modo utilizzate il materiale originale nelle tre modalità di presentazione di Silent Room (DVD, installazione, live) ?

Skotz Kolgen: L’idea di partenza era di proiettare ogni capitolo nelle camere di un vecchio hotel in Argentina. Immagina l’odore di queste stanze, i loro muri sbiaditi, le tappezzerie floreali scolorite, i letti, i vecchi oggetti…Gli spettatori nell’ascensore avrebbero scelto il piano e il numero di camera degli abitanti. Si sarebbero seduti sul letto di Milka o di Rudolf e avrebbero visto sul muro ciò che era stata la camera dell’occupante. Tutto questo, circondato dagli oggetti privati del personaggio.

L’idea era stimolante, ma ci è sembrato rischioso accedere ai contesti che permettono questo genere di diffusione. Abbiamo quindi semplificato il concept e abbiamo deciso di farne una versione lineare con tutte le tracce, in un’unica sequenza, per presentare il lavoro all’interno di festival cinematografici. E’ in questa forma che S.R. è stato proiettato per più di tre anni. Sul DVD si ritrova questa versione insieme a delle traccie inedite, che erano state escluse nella versione per i festival.

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Il festival italiano Transart di Bolzano ci ha dato la possibilità di presentare S.R. sotto forma d’installazione. Abbiamo avuto a disposizione delle camere di una caserma in un campo militare. Abbiamo allestito ogni stanza con degli oggetti, degli animali che introducessero nello spazio elementi dell’universo intimo di ogni stanza. Ciascun personaggio occupava la stanza attraverso la proiezione video. Il pubblico passava da una camera all’altra attraverso dei corridoi e restava nelle stanze quanto voleva. La fruizione era dunque completamente diversa per ogni spettatore, a seconda del percorso e del ritmo scelti.

Nella performance, è molto più intenso, perchè utilizziamo 5 proiettori simultaneamente. Questo ci permette di confrontare l’identità di più personaggi insieme. Abiamo optato per una sonorizzazione avvolgente, dunque la tonalità emotiva è molto dinamica.

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Claudia D’Alonzo: Silent Room è un film-poem. In effetti si tratta di un lavoro estremamente poetico, se per poesia s’intende l’impulso ad una profonda introspezione, ad una riflessione sull’individuo e sulla sua condizione esistenziale. Pensate che attualmente la poesia trovi spazio nell’ambito dell’arte digitale?

Skotz Kolgen: L’arte digitale è l’utilizzo della potenza del computer per creare delle opere artistiche con o senza poesia. Riconsiderare la nozione di poesia nell’arte digitale attuale e l’aggiunta di organicità nel processo digitale è fondamentale per noi. 


www.skoltzkolgen.ca

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