Il pomeriggio del 29 giugno 2007, sono in trepidante attesa fuori dei cancelli del SecondFest, evento musicale di grandi proporzioni che durerà tutto il weekend, e che prevede una serie di esibizioni di artisti più o meno noti. Una piccola quanto colorata folla si è già accalcata all’ingresso, quando con leggero ritardo rispetto all’orario stabilito dal programma, vengono aperti i cancelli.

La location del festival, dove trascorrerò i prossimi tre giorni, è davvero immensa, talmente estesa che lo sguardo non riesce a misurarne l’ampiezza. Cerco di orientarmi, e solo dopo aver vagato a lungo fra chioschi di cibi e bevande, bancarelle di vestiti da raver, toilette biologiche e tende da campeggio, capisco finalmente dove sono differentemente posizionati i cinque palchi destinati alle performance. Echeggia nell’aria la musica dei primi concerti e la gente si raduna attorno alle arene o nelle grosse tende da ballo, muovendo i primi passi di danza e cercando di socializzare in modo più o meno discreto.

Il numero di presenti non è molto elevato, cosa che non mi sorprende essendo il primo giorno di festival e non essendoci molti gruppi in programma per la serata. Ci si comincia a scaldare sulle note del dj set di Groove Armada, per finire con Toby Tobias. Alcuni irriducibili festaioli, fra i quali io, restano anche dopo l’ultima esibizione della giornata, ballando fino all’alba su scalette preregistrate, e intrattenendosi vicendevolmente con virtuosismi da giocoliere a base di luci colorate.

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Dopo aver vagato, durante il primo giorno, in lungo e in largo lo spazio del festival, finalmente il sabato mi muovo con cognizione dicausa da un palco all’altro: dal concerto della cantante soul Tawiah a quello dei New Young Pony Club, dal dj set di Tiga che fa ballare praticamente tutti, a quello del dj londinese Gilles Peterson, creatore dell’etichetta Acid Jazz. Ogni tanto vado a riprendere fiato in una delle sale conferenze che sono praticamente vuote, e prendo quasi sonno in una poltrona del teatro durante una soporifera performance teatrale. Passa così anche il secondo giorno di festival, mentre l’affluenza del pubblico continua a crescere.

La domenica pomeriggio seguo il live elettronico di Dan Berkson e James What, che mi entusiasma non poco, e decido di andare a scambiare due parole con loro. I due inglesi sono disponibilissimi: ricordiamo assieme la loro performance al Sonar dell’anno scorso, e mi danno un numero imprecisato di link a video e registrazioni varie reperibili nel web, molto interessanti. Chiacchieriamo a lungo, fino all’attesa performance dello storico dj David Mancuso, un vero mito che non ha bisogno di presentazioni avendo creato la scena garage newyorkese all’inizio dei ’90, e mi ributto quindi nuovamente in pista.

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Nel frattempo il pubblico è aumentato esponenzialmente, e davanti allo psichedelico palco allestito per l’esibizione degli Strangefates siamo davvero in tanti, così tanti che in certi momenti fatico a muovermi.

Ma l’apice assoluto di presenze si raggiunge sicuramente la domenica sera per l’ultima esibizione. Già un’ora prima dell’inizio del concerto dei Pet Shop Boys, che chiuderà il SecondFest, la gente si ammassa davanti allo stage principale. Scalpitano le ballerine nel backstage, freme il pubblico davanti all’arena, e finalmente sale sul palco il duo britannico. Dopo appena un paio di canzoni arriva talmente tanta gente che non riesco a ballare, non riesco nemmeno ad andarmene lontano dalla folla, non posso fare praticamente nulla. E resto lì appiccicata, invischiata, con una sensazione di impotenza nella fanghiglia melmosa della lag, che si conclude col definitivo crash del mio computer…

Tutto ciò è accaduto nel weekend dal 29 giugno al primo luglio 2007, in una location raggiungibile esclusivamente da appartenenti alla comunità virtuale di Second Life e costruita ad hoc per il SecondFest.

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SecondFest è stato il primo evento di portata così ampia ospitato all’interno del metaverso ideato dall’artista americano Rosedale e dalla Linden Lab, e fruibile dal 2003. La manifestazione, patrocinata dal tabloid inglese The Guardian e da Intel, ha proposto una serie di performance musicali (live e non) che prevedevano l’esibizione di avatar corrispondenti a musicisti ‘reali’, e di artisti noti esclusivamente nelle loro spoglie digitali.

Alcune esecuzioni erano registrazioni audiovisive di recenti concerti; altre, forse più interessanti, erano eseguite live e trasmesse in real time alla comunità di Second Life; alcuni gruppi infatti suonavano davanti a una telecamera, esclusivamente per il SecondFest, e trasmettevano le immagini, che venivano quindi proiettate su grandi schermi posizionati sui palchi.

Ospitare eventi come il SecondFest è una delle tante possibilità offerte dal mondo virtuale della Linden Lab. Sono state fatte varie sperimentazioni in campo educativo, sociale, e anche commerciale all’interno di questo ambiente 3D; e il modo nel quale viene utilizzato è variato nel tempo, come sono cambiati i suoi residenti.

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Le multinazionali più conosciute, dopo un primo momento di curiosità e di conseguente colonizzazione del territorio virtuale, si sono tirate indietro. Second Life non pare essere un terreno fertile per l’espansione commerciale, e l’interesse economico dei grandi marchi è presto scemato; forse anche per il fatto che il numero dei residenti attivi è in calo e non rispecchia assolutamente le cifre relative agli utenti iscritti, che supera di gran lunga quello della popolazione effettiva.

Resistono solo alcuni brand, che cercano altri modi di instaurare un dialogo con la comunità di Second Life, ed è questo il caso di Intel, che negli ultimi tempi ha dato vita a diversi eventi: dai contest fra sviluppatori agli incontri che promuovono la formazione online, dagli ambienti dedicati alla prototipazione ai convegni per tecnici. Questo è tuttavia ancora un esperimento, e non si sa se la strada della promozione di contenuti editoriali e di eventi legati all’arte o alla musica, rappresenti una delle future appetibili applicazioni della creatura della Linden Lab.

Uno degli aspetti interessanti riguardanti questa modalità di fruizione potrebbe essere la dimensione sociale dell’interattività offerta da Second Life, che a differenza di altri metodi di diffusione delle informazioni online, offre una condivisione di esperienze in tempo reale all’interno di una comunità.

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Senza contare il fatto che produrre eventi in Second Life è comunque meno dispendioso ed impegnativo che farlo nella real life , e gli artisti potrebbero vedere in questo mondo virtuale condivisibile online una piattaforma per la diffusione dei loro lavori. È comunque impossibile prevedere gli sviluppi a venire di questo microcosmo: c’è chi prospetta una sua ibridazione con altre applicazioni, c’è chi vede in esso un possibile futuro browser attraverso il quale navigare ‘fisicamente’ i siti web, o c’è ancora chi lo vede già solo come uno strumento di chat.

Magari il fenomeno si spegnerà semplicemente, come una moda passeggera; ma una sola cosa è certa: Second Life si lascerà dietro una traccia indelebile, per l’eco mediatica che ha suscitato, ma soprattutto per l’influenza che il virtuale, in questo caso, è riuscito ad esercitare nei confronti del reale. 

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