Gli ultimi decenni hanno visto un’esplosione della tecnologia e dell’informazione con una diffusione, quantità e velocità mai viste prima. Questa ipertrofia tecnologico-mediatica non ha portato – e continua a portare – solo cambiamenti a livello economico e sociale, ma ha ovviamente impattato anche la comunità artistica.

L’utilizzo dei nuovi mezzi digitali, dell’interattività e di Internet ha aperto un territorio completamente inesplorato e ha posto questioni non solo di ordine puramente teorico e sociologico, ma anche meramente pratico, come quando, in alcuni casi, le “nuove” piattaforme su cui gli artisti avevano lavorato diventavano obsolete nel giro di poco tempo. Durante questo percorso di crescita di nuove forme d’arte inizialmente forse ingenue, a volte schizofreniche, sicuramente vitali e ricche di desiderio di sperimentazione dei nuovi strumenti a disposizione, anche i musei di arte contemporanea hanno piano piano incominciato ad accendere i loro riflettori.

Proprio nei giorni scorsi, al MoMA di New York, cinque installazioni di altrettanti artisti hanno dato un piccolo quadro, variegato e irriverente, degli ultimi dieci anni di questa evoluzione: dalla comunicazione al modo di interfacciarci alle macchine, dal frenetico aggiornamento delle tecnologie di uso comune allo slittamento di prospettive e valori.

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Da sempre impegnato nella realizzazione di opere interattive e nell’impiego di interfacce di varia natura, Rafael Lozano-Hemmer apre la mostra con l’installazione 33 Questions per Minute (2001–02), fatta di 21 piccoli schermi LCD e un computer: un software crea domande grammaticalmente corrette attingendo le parole da un vocabolario e dagli input (parole o frasi) immessi dagli stessi visitatori, mentre i quesiti – virtualmente infiniti grazie agli apporti esterni – appaiono sugli schermi al ritmo di 33 al minuto.

La coppia Jennifer e Kevin McCoy crea invece un gioco di prospettive multimediali nel loro Our Second Date (2004): una serie di modellini rappresentano rispettivamente una scena del film Week End di Godard e i due artisti mentre guardano la scena durante il loro secondo appuntamento; sei telecamere riprendono i diversi punti di vista, mentre un computer processa le immagini e le proietta alternamente sul muro di fronte.

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Con la consueta ironia, nel suo ultimo lavoro Two Keystoned Projectors (one upside down) (2007) Cory Arcangel offre l’ennesimo sguardo alle “ex-nuove” tecnologie: due proiettori, sottosopra, riflettono da un videoregistratore due fasce di colore e il numero di un canale, come se l’innovazione tecnologica si fosse fermata a questo primo prototipo di interattività.

Una divertita comparazione con il passato è anche alla base dell’installazione Book from the Ground (2007, work in progress), di Xu Bing, dove i visitatori possono comunicare tramite due computer che utilizzano essenzialmente icone. Usate al giorno d’oggi per esprimere concetti “universali” senza dover passare per le parole (dalla segnaletica pubblica, ai loghi, allo schermo di un computer), le icone in passato erano rappresentazioni del divino, e, in quanto tali, oggetto di venerazione.

E un paradossale slittamento di valori è rappresentato anche in John 3:16 (2000) di Paul Pfeiffer: un montaggio di passaggi di palla durante varie partite di basket, proiettato in loop su un piccolo schermo, tratteggia quello che per molti oggi è il vero modello di vita. Il successo (sportivo, ma non solo) è diventato il culto del nostro tempo e non la salvezza professata nel passo di Giovanni….

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E se anche la semantica sfugge a se stessa, se non riusciamo ad assorbire il fiume informazionale che ci investe giornalmente, se la realtà diventa una proiezione, se i dispositivi elettronici d’uso comune cambiano prima che abbiamo finito di leggere il manuale di istruzioni, non c’è da preoccuparsi: siamo o non siamo nell’era dell’ Intangible Economy ?.


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