Un testo illuminante è “Postdramatic Theatre” di Hans-Thies Lehmann, che affronta le mutazioni del teatro e della sua fruizione nel teatro contemporaneo, mutazioni che spesso sono state segnate daibridazioni con i nuovi media. Ricordiamoci che il teatro storicamente è sempre stato legato alla “macchina scenica”, che fin dall’inizio non ha esitato a sfruttare tutta la tecnologia disponibile di ogni epoca.

Possiamo pensare alla scienza della architettura e dell’acustica necessaria per un teatro greco, all’uso della meccanica per fare suoni o muovere la scena o a quanto sia cambiato il teatro da quando ha potuto usare la luce elettrica o l’amplificazione audio. Per questo motivo dissento con un sorriso quando mi sento dire che è sbagliato introdurre la tecnologia a teatro, in nome di una cosiddetta purezza a priori … per va bene ma allora per favore siate coerenti: non usate la corrente elettrica, non usate edifici (l’architettura implica una tecnologia ben consolidata…) e cosi via.

La tecnologia c’è a teatro da sempre. Come nei new media dunque la relazione con il tecnologico ha da sempre segnato l’arte e la introduzione delle tecnologie contemporanee (il video primo e oggi comincia il digitale) hanno spostato molti equilibri anteriori. Spesso le tecnologie , le macchine della scena diventano parte evidente della scena stessa, non come effetto speciale ma come parte della narrazione.

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Anche il ruolo dell’autore nei new media , come nel teatro post drammatico, è sempre più sfumato e confuso con quello del fruitore. In molte operazioni il concetto di testo come principio fondante della narrazione viene spesso posto in crisi e l’autore crea dei contesti, contesti che altri useranno per produrre contenuti (pensiamo alla scrittura collaborativa o ai progetti artistici su web).

Il pubblico a volte costruisce da sè i contenuti anche senza una vera direzione autoriale (vedi myspace o youtube). Si genera così un immaginario, una memoria condivisa (sia dal punto di vista tecnologico quanto culturale). Se è vero che le foto andavano sull’album di famiglia, adesso si preferisce l’online di myspace: cambia la logica a cui le immagini vengono asservite.

L’album di famiglia infatti appartiene di diritto alla narrazione lineare, storica; cresce con gli eventi e rappresenta un riferimento percepito come solido. (Nota 7)

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La memoria invece dei new media è coerente con la nostra percezione postmoderna. I siti di myspace sono fatti per essere manipolati aggiornati, decostruiti e ricostruiti. Lo scopo non è più la storia di una famiglia, quanto presentare un personaggio, che spera di essere popolare o comunque di essere. L’identità viene ricercata nel nuovo spazio mediatico, a tutti i costi.

Non sbagliano dunque le gemelline cugine della vittima di turno a ritoccare una foto comune, gli scolari a creare una scena di bullismo e a riprenderla per youtube, gli aspiranti stragisti a muoversi davanti alle telecamere. Le ragazzine dell’autoscatto a scuola si esibiscono non per i loro compagni, ma per il mondo del media. (Nota 1)

L’identità è essere nel palinsesto, o meglio nei palinsesti, non più nell’appartenenza a grandi narrative (aver fatto la guerra, essere stato partigiano, aver lavorato trent’anni in fabbrica, aver partecipato al 68 …). Il teatro contemporaneo vede spesso l’irruzione del quotidiano (o viceversa irrompe nel quotidiano, magari uscendo dai luoghi deputati). Lo stesso quotidiano che ha invaso le memorie digitali di quasi tutte le apparecchiature vendute.

La diffusione delle tecnologia audiovideo non ha portato, al moltiplicarsi di film d’autore, ma al contrario ha fatto esplodere il quotidiano, l’iperreale. I milioni di computer, telecamere e macchine fotografiche hanno fatto esplodere un immaginario fortemente debitore, in termini estetici e di linguaggio, degli aspetti più pop della cultura mediatica. Real-tv, i filmati dei matrimoni convergono sempre più verso le inchieste verità e i serial televisivi. Ovunque però la frammentazione ha portato alla stessa negazione della linearità teleologica.

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La tv stessa resta broadcasting ma sempre meno monolitica, sempre meno grande fratello. Anzi il grande fratello diventa in realtà il pubblico stesso, che finalmente può influire sulle vicende reali dei protagonisti. Ho chiesto al mio barista cosa gli sarebbe piaciuto far fare ai dvd e lui mi ha detto: cambiare le storie.

Anche i network peer-to-peer sono una memoria condivisa. Emule riflette e insieme definsce l’immaginario di desiderio e paura (filmico, musicale, testuale, visivo) dei suoi utenti. Immaginario che non è mai definitivo, ma fluttuante. Alcuni oggetti scompariranno dalla memoria, altri avranno una breve stagione di popolarità, altri resteranno a lungo solo per pochi utenti, altri ancora appariranno all’improvviso da qualche hard disk fino a quel momento sconnesso. Memoria di database, non memoria storica. Emule è strettamente legato ai new media, sia in quanto archivio di libero accesso, sia come piattaforma di distribuzione di contenuti.

La decostruzione della esperienza cinematografica, attraverso il telecomando del dvd player, segue dunque una percezione iperreale della realtà stessa. Il concetto di prodotto crossmedia ne incarna l’attuazione commerciale e l’uomo ragno si ritrova a essere decostruito nel suo stesso videogioco in simultanea al film.

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L’altra risposta paradossale è invece quella della creazione di mondi, di mcrocosmi, lucidamente folli, coerenti, ma anche impenetrabili, quasi incomprensibili, che rivendicano l’insegnamento di Ballard della propria identificazione attraverso la propria personale patologia. Unheimlich diventa così anche il fascino indiscutibile e mediatico della strage insospettabile nella casa del vicino (e anche qui Ballard è profeta, con le sue enclavi di villette e omicidi).

Si tratta però di necessità di narrazioni incomplete, di frammenti.

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