Se pure ogni città del mondo ha ormai le sue musiche, i suoi club e i suoi festival, per gli appassionati di musiche avanzate e/o elettroniche il Sonar rimane un evento catalizzante.

E se pure quelli che vanno poi realmente al festival sono ormai solo una parte di quelli che arrivano a Barcellona (ai due estremi: alcuni non hanno nemmeno la possibilità di comprare il biglietto e cercano concerti e party alternativi, altri hanno perfino i pass ma non la voglia di immergersi nella folla, e ugualmente preferiscono fare gli alternativi…), è l’aria che si respira durante il Sonar che rende tutto comunque speciale, dentro e fuori il festival.

Questa edizione, poi, per me è stata più interessante e divertente delle ultime. La line up mi appassionava di più già sulla carta, e così, superando snobismi e pigrizie, mi sono comunque dedicata. Nell’arco di soli 3 giorni sono passata attraverso epoche e atmosfere diverse, stili e linguaggi lontani tra loro ma vicini a me, artisti che conosco da sempre e altri che non avevo mai incontrato prima. E ne sono uscita felice e contenta. Ovviamente, non sono mancate alcune perplessità. (una su tutte: perché Fangoria!?!), ma nel complesso è stato un Sonar che ricorderò con piacere.

Procedo in ordine cronologico, e sfioro solo quello che sono riuscita a vedere/sentire.

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Giovedì, giorno.

E’ stato difficile apprezzare lo show case Accidental nel Village, di cui mi sono piacute solo alcune melodramatic popular songs (come le autodefiniscono) dei The Invisible. Il resto forse non era adatto al contesto, o forse non a me in quel contesto. Comunque non mi ha convinto. Bello, bellissimo, però, il dj set di 2 ore di James Holden, che, dalla consolle piccola del Village, quella dietro gli alberi, con la sua sequenza di tracce allo stesso tempo acide, basse, melodiche, spezzate, atmosferiche e ovviamente ipnotiche, ha fatto gioire proprio tutti, perfino chi non si è nemmeno reso conto di cosa stava accadendo.

E invece deludente, purtroppo, il live dei Night of the Brain, il nuovo progetto collaborativo e strumentale di Cristian Vogel: rock elettronico un po’ dark e un po’ dimesso, perfino prevedibile, la sua voce non particolarmente graffiante e gli arrangiamenti non esattamente memorabili…Peccato, eravamo arrivati al Dome in tanti, e pieni di aspettative. Evidentemente eccessive.

Per la Station 55, però, ci ha poi pensato la performance di Burbuja a riconquistare almeno un po’ di fans: un mix di musica concreta, voce angelica e liriche di fantasia, ma soprattutto di staticità e teatralità… che ha conquistato i pochi appassionati presenti.

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Nel frattempo, per le anime post-industrial, almeno un po’ dark ma con un gusto per l’ambient, glitch o noise che sia, sono stati intriganti i live presentati dallo show case Capsule nel Complex: per quanto sono riuscita a sentire, Black Galaxy; Burning Star Core e Jazzfinger, pur se ognuno in modo diverso, con un gusto antico per l’invenzione, l’improvvisazione, la manipolazione, hanno scomposto, ricomposto e sovrapposto i linguaggi ormai classici dell’elettroacustica, dell’industrial, del noise e sono riusciti a intrattenere, stupire… innovare.

Perfino ovvio, ma non per questo criticabile, lo speciale sulla Cina nell’Escenario Hall, che dopo il live dei White (che purtroppo ho perso, ma che immagino potente…), si è concluso con FM3 e Blixa Bargeld, in bianco loro e ovviamente in nero lui, per un insieme imprevisto e ispirato di suono elettronico e voce elettrificata. Anche in questo caso: bello.

E per concludere, al Village, Gus ha suonato un po’ di seria techno. Tanto seria da essere al limite dell’hard core. Un ottima fine giornata e un buon inizio festival!

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Giovedì, notte.

Beastie Boys e Narod Niki. Che dire? Non sono un esegeta dei BB, ma una appassionata si… Però il loro live non mi ha appassionato. Non so argomentare il motivo del mio sconforto, per cui non lo farò. O meglio: mi aspettavo di più dalla musica, per quanto, o forse proprio in quanto, concerto strumentale; non mi aspettavo che “strumentale” significasse solo basso, chitarra e batteria…e alla fine ho sentito la mancanza dei vinili sui piatti e delle basi elettroniche, perchè il loro mcing, invece, non mi convince più. Ma probabilmente anche questo è stato un caso di aspettative esagerate, perché la folla, invece, era in delirio…

Narod Niki, il progetto collettivo di improvvisazione diretto da Villalobos, un altro dilemma: ho amato la techno minimale, in tutte le sue declinazioni, ma, molto banalmente, ora non ne posso più. Per cui, che ci sia uno di loro o siano in sei, che sia un live o un dj set, che sia tutto improvvisato o preprogrammato, non mi emoziono più. Fine. Anche in questo caso, attorno ci sono migliaia di maniaci in estasi, ma per noi è una buonanotte anticipata…

Anzi no, già che ci siamo (la notte infatti è sempre meno solitaria del giorno…) passiamo alla festa di Vice, che con tutti i freak rock’n’rave del caso, da Para One a Surkin, insieme ai litri di birra nella stiva o ai fiumi di cocktail sul ponte della Naumon (la nave/stato libero della Fura del Baus attraccata nel Porto e prestata per una sera ai quei buontemponi di Vice, appunto), ci ha permesso di percepire qualche vibra non diluita… Bene, ora davvero buonanotte, siamo solo all’inizio e abbiamo già fatto un bel pieno.

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Venerdì, giorno.

Nel Village risuonano soul, disco ed electro della Hot as Hel, ma non mi trattengono mai a lungo… Sarà sempre perché c’è un via vai eccessivo per godere di qualunque cosa. O perché so che, nel frattempo, nella Hall i Sunn O))) devastano i corpi stanchi e le menti felici con frequenze disumane prodotte da chitarra, basso e voce distorti a creare scuri, acidi e monolitici drones, e con questa sorta di rito riescono sempre ad incantare una piccola folla di folli… tra cui, questa volta, anche me.

Alla fine, già provata, decido per un passaggio al Complex, che mi fa scoprire Haswell & Hecker: i due disturbano ad arte con una delle perfomance più immersive del festival, ovviamente basata tanto sui suoni sintetici quanto su laser, strobo e fumo. Il loro tributo a Xenakis e al suo sistema di traduzione audiovisiva del disegno digitale è scuro, acido, industriale. Serio. Il Sonar colpisce così.

Ora però Clark è iniziato e la Hall è chiusa, c’è troppa gente. Disdetta e rabbia. E il bello è che non fanno entrare ma nemmeno uscire! Solo dopo numerose rimostranze finalmente capiscono che lasciare la gente fluire è forse la soluzione migliore, tanto quando è murato nessuno (soprattutto, nessuno di quelli capitati lì per caso, e sono sempre tanti) resiste più di 5 minuti…Per cui dopo un po’ riaprono. Meno male: il live di Clark è un mix di strumentale ed elettronica ruvido e raffinato, è un tessuto di suoni e ritmi su cui lui ricama trame e disegni, e si fa ascoltare, ballare, e un po’ amare. Per alcuni, sarà il miglior live del Sonar. Forse anche per me.

Al Dome questa volta non ci arrivo nemmeno. Il Village non mi interessa. Andiamo a immergerci in Feed, la perfomance di Kurt Hentschlager al Centro Santa Monica. La conosciamo già, ma fa sempre piacere essere scossi fino in fondo. Ci sono dei problemi tecnici, ma comunque noi usciamo, come le altre volte, con un vero sorriso. E iniziamo davvero a pensare che questo Sonar è di nuovo generoso.

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Venerdì, notte.

Purtroppo perdiamo Signal speriamo ad una prossima occasione. E perdiamo anche i Beastie Boys. Invece, ci dedichiamo all’inizio di Cornelius, che, come previsto, è pop e psichedelico allo stesso tempo, a tratti anche geniale, proprio come i suoi video… Ma poi corriamo fuori per la fine di Kode 9 & the Spaceape, che per noi sono comunque imperdibili. Dopo di che, un po’ di Modeselektor: che sia dub roots, dark hip hop, electro o techno, con il loro ‘permanent party spirit’ sono la cosa migliore con cui -finalmente!- aprire le danze. E per concludere la serie torniamo a Skream. In sintesi, il dub step ci piace davvero assai, e più ascoltiamo quei ritmi sincopati, quei bassi profondi e quei suoni acidi e spezzati, e più ci piacciono. No doubt: è la nostra braindance per questo inizio di XXI secolo.

Nel frattempo, però, è iniziato il circo Ed Banger, e anche questo rock’n’rave, nelle sue forme migliori, nonché nei contesti giusti e con le compagnie adatte, a noi piace assai: è la nostra bodydance dell’inizio XXI secolo! Per cui, non resistiamo e ci dedichiamo anche a DJ Mehdi, che poi rock’n’rave non è, perché è molto più blackish e soulful, deep and dirty… ma pur sempre estremamente happy. Uffie invece non convince in questa sua versione live, per cui proviamo con Richie Hawtin, ma la questione minimal è sempre la stessa: non ne possiamo più. Ci riposiamo, e poi passiamo direttamente ai Justice. I Justice possono essere tutto e niente. Sono stati tutto. Un dj set electro e techno, pop e weird, suonato e ballato senza mai prendere fiato, con tracce nuove (poche) mischiate a quelle che ormai fanno parte nel nostro DNA (molte, ma suonate sempre in versioni, o comunque con manipolazioni, inedite). Un ora e mezza di delirio. Che festa! Magari prevedibile, ok… Ma la festa può anche essere così. L’importante è che sia festa. No?

Non ci vogliamo perdere nemmeno la fine dei Digitalism, per cui proviamo ad andare verso il Park e per fortuna stanno ancora suonando. Anche per loro: possono essere tutto e niente, dipende dall’intorno e dall’atmosfera. Sono stati tutto pure loro: potenti, seri, grandi. Passiamo poi dai Simian Mobile Disco, ma in questa versione da Club non ci convincono. O meglio: chiudere le serate al Fabric significa anche poter mettere cose psichedeliche e retrò, e in questo sono perfetti, ma chiudere il Club al Sonar significa techno, e l’esperimento non sembra riescire altrettanto bene (però, solo chi l’ha ascoltato tutto potrà dire qualcosa di davvero sensato…).

Non ci rimane che Timo Maas, che se pure non è tra i nostri preferiti, comunque è un professionista, e ci fa ballare fino alla fine… e, per la gioia di grandi e piccini, conclude con il suo mix di Personal Jesus dei Depeche Mode. Improvvisamente sono le 7 e per fortuna si va verso casa.

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Sabato, giorno.

E’ dura uscire dal letto, è dura uscire di casa. Ma comunque non c’è fretta: niente live dei Various Production nella Hall, perché li ho appena visti e sentiti a Dissonanze (ho poi colto i commenti, e anche qui erano entusiasti). Invece, devo arrivare per i Wolf Eyes. Noise come piace a chi ama il noise, per cui so che il loro muro di suono elettrico sarà un altro momento di dura prova delle mie capacità di resistenza. Arrivo tardi nel Complex, ma quel che ascolto, invece, mi aiuta a risvegliare i sensi. Totali.

Passo poi a sentire Claro Intelecto e Andy Stott al Dome, ma sono entrambi più minimal di quanto mi aspetto, o di quanto io sia disposta a sentire in quel momento, per cui in entrambi i casi non mi fermo. Forse sono io che sono un po’ troppo impaziente, però, perché sento poi che i due live hanno fatto muovere menti e corpi. Va bè. Mi sono comunque fatta un giro alla Redbull Academy Lounge, che è sempre un ottima alternativa, con ottima musica e ottime feste, e poi rilassata con i Lovemonk nel Village, e va bene così. Però poi…via! prima delle prime note dei Junior Boys, perché ho una strana repulsione per il loro live, troppo debole e fake per i miei gusti.

Meno male che ci sono i KTL, e meno male che in questa occasione sono anche più sporchi, ruvidi e fumosi che in altre precedenti (vedi Dissonanze), per cui in pochi minuti completano l’opera iniziata dai colleghi WY: volumi incredibili, abissi di suoni, nebbia impossibile, darkness infinita. Bello. Non mi fermo nel Complex per Planningtorock perché anche lei l’ho già vista più volte, e pure niente Mira Calix e niente Khan, perché non ce la posso più fare a stare non solo al chiuso, ma anche sottoterra… Barcellona effect: let’s go open air!

Decidiamo perciò di lasciare il campo di battaglia e ci dirigiamo verso un bar, e poi al Centro Santa Monica, dove come ultimo spettacolo è previsto il Black Out Concert di Tres. Idea interessante e stimolante quella di farci ascoltare il silenzio una volta spenti tutti i motori (di condizionatori, di centraline telefoniche, di computer, di video…), ma realizzato in modo bizzarro (cioè parlando in continuazione con chi eseguiva questi comandi), per cui alla fine una performance non esattamente riuscita. Rimane però una buona idea e la voglia di riprovare. Chissà.

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Sabato, notte.

Cristian Vogel all’arrivo nel Park prende subito bene: questa volta, infatti, è ai piatti. E poi i Devo. Chissà come saranno…c’è l’ovvio timore della delusione. E invece spaccano. Un live ispirato e tirato, senza un ammiccamento di troppo o un cedimento imprevisto, con i pezzi storici riarrangiati che sembrano scritti ieri, suonati con una grinta incredibile che non fa rimpiangere il tempo passato, anzi, e con un atteggiamento convinto ma non presuntuoso, assolutamente ironico e però non comico… Che dire? Bravi! Un piacere davvero vederli e sentirli per la prima e, probabilmente, l’ultima volta! Il Sonar colpisce anche così, appunto…

E poi: un po’ di Tractile al Lab, che ci piace perché è techno ma, nonostante sia M_nus, è ancora sexy, deep and dirty. Un po’ di Matthew Dear’s Big Hand al Pub, che rivela una voce dark incredibile, oltre che la solita magia al laptop, e una intesa con basso e batteria che rendono lo show davvero eccezionale nel suo genere: come si legge, è techno for rock lovers e vice versa. E poi inizia lo showcase della Innervision, con Dixon, Chateau Flight e Ame, ma noi non siamo in quel mood house, o tutt’al più tech house, e preferiamo dedicarci ad altro. Tipo la Lo Recordings, con i grandi (ma esteticamente squallidi…) Black Devil Disco Club (da ascoltare ma da non guardare!), e il super Cursor Miner, uno dei live più incastranti della serata, se non del festival. Nel frattempo, al Club è il momento di Jeff Mills. Entriamo superando ogni ostacolo (avete presente il Club Sonar pieno come non mai???), riconosciamo che ha sempre stile, ma non resistiamo troppo nemmeno con lui, perché la monotonia e la malinconia ci assalgono… Meglio tornare al Lab: ci sono gli Altern8, che ricreano un atmosfera techno hard core d’altri tempi, e la cosa ci diverte di più!

E poi inizia Dave Clarke: electro ma soprattutto techno potente in questa occasione (è al Club…), che è ovviamente un insieme di classici e novità, ma senza celebrazioni, e tantomeno autocelebrazioni, perché lui è tutto qui e ora per noi che siamo qui e ora. Clarke si dà senza limiti e non ci fa rimpiangere il passato, tutt’al più ce lo fa rivivere. Diverso dal set più electro e rock dello scorso anno al Park, ma altrettanto bello.

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La curiosità però, nel frattempo ci porta di nuovo al Lab per Radioslave, che ci appassiona per un po’ ma non ci trattiene fino in fondo… Per non finire al buio, decidiamo di andare verso la Miss (Kittin) al Pub, che però ci delude con le sue egomanie e i suoi gorgeggi. Ultimo scatto di volontà e torniamo al Club giusto in tempo per l’ultima sequenza di cassa acida e basso profondo di Clarke. E siamo felici di averlo fatto. Gran finale! Un ultimo giro al Pub per un po’ di note alla luce dell’alba, e poi si torna a casa. Peccato, questo festival ci stava piacendo… Mi sa che torneremo anche il prossimo anno.

E’ stato un Sonar di emozioni nuove ed emozioni confermate (e col tempo si inizia a capire che queste sono forse le più importanti…), che, con meno snobismo o pigrizia (vale anche per gli organizzatori) è tornato a considerare i gusti della gente e le mode, perché no! (post-industrial, dubstep, rock’nrave…) rendendo davvero felici gli 85mila presenti. Non a caso, per chi ha saputo dove cercare, l’atmosfera, è stata bella dall’inizio alla fine … perchè la proposta era interessante, divertente e diversa, appunto. Perfino coraggiosa in alcuni casi. E il pubblico lo sa.

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E poi, è ovvio, è stato anche un festival che ha provocato qualche perplessità. Per esempio: la Spagna va rappresentata, ok… ma non troppo, please, se non ne vale la pena! Fangoria, appunto, perché? E poi…il Village e il Pub, cioè l’aria aperta e le ultime note: a quando dei set davvero funny and happy come quando eravamo piccoli? Questi sono interrogativi a cui non troviamo risposta…Ma comunque: un Sonar che chi ha vissuto dal di dentro ha potuto di nuovo godere.

Bene lo stesso per chi si è fatto solo i party al di fuori, ma secondo noi quest’anno è stata un’ occasione sprecata. Barcellona è incredibile ma può esserlo anche il Sonar. E se non è più incredibile per chi ormai lo conosce bene, rimane comunque unico. No?.


www.sonar.es

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