Uno dei meriti del lavoro Territory, Authority, Rights di Saskia Sassen è di riuscire a proporre un’analisi dei mutamenti moderni che parte dal periodo medievale per arrivare a quella che definisce la “global digital age”. In poche parole, la Sassen riprende “le grandi narrazioni sociologiche” di un tempo. Per fare ciò ha utilizzato innanzitutto la storia come fonte di intelligibilità dei cambiamenti sociali, in particolar modo ha tracciato e indagato un campo di analisi ai cui vertici possiamo trovare le categorie politiche di territorio , autorità e diritti .

Sassen ha saputo infatti reinterpretare le vicende di generazione e degenerazione dello stato moderno (cfr. P. Schiera, Lo stato moderno : origini e degenerazioni , Clueb, 2004) attraverso tre momenti fondamentali della sua storia: la costruzione (intesa come “montaggio” o “assemblaggio”, in inglese assembling ) del nazionale, la sua decostruzione e la nuova costruzione dell’era digitale globale. La prima fase, quella medievale, è caratterizzata soprattutto dall’emergere di un potere che va oltre la semplice sovranità: è l’autorità statale una forma di astrazione del potere che può esercitarsi su un territorio non più ristretto a quello della sovranità feudale, ma che ha il potere di attivare network comunicativi, quali quelli delle città, delle norme e dei diritti e doveri che riescono ad avvicinare territori compositi.

Tale fase di assemblaggio del nazionale trova il suo massimo compimento tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nel periodo che la Sassen definisce di Hypernationalism and Imperialism, ovvero in quel fenomeno, sottovalutato spesso dagli studiosi delle scienze della comunicazione, della prima globalizzazione. E’ il periodo storico dello sviluppo di scale economiche mondiali: le multinazionali operano in una logica capitalistica internazionale che però trova le sue ricadute politiche a livello nazionale (es. si sviluppano, nazionalmente, i sistemi finanziari, postali, telegrafici, le ferrovie, le organizzazioni meteorologiche, ecc.).

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E’ un “capitalismo regolato”, nel senso che le multinazionali poggiano le loro solide basi sul potere politico nazionale, sebbene coordino le loro attività secondo una logica capitalistica internazionale. Lo spazio geografico mondiale si trasforma in questo periodo in territorio di conquista della nazione e per questo motivo le economie nazionali non potevano che essere indirizzate al dominio militare, attraverso un meccanismo crescente di istituzionalizzazione formale del privato e del pubblico (questa è l’essenza del nazionalismo secondo la Sassen, l’individuo, anche nella sua sfera simbolica e cognitiva, assoggetta i propri bisogni e aspirazioni alla grandezza sempre crescente della nazione-stato).

La seconda fase, definita di “decostruzione del nazionale” è contraddistinta dalla crescita della distanza tra cittadini e stato-nazione e micro-mutamenti del concetto di cittadinanza che però hanno forti ricadute nel medio-lungo periodo. Tale distanza è un fenomeno interno agli stati-nazione ed è determinata dal “restringersi” delle interazioni tra cittadino e stato, ad esempio l’aumento dei problemi legati alla doppia nazionalità, oppure, attraverso la professionalizzazione dell’esercito, quindi il venir meno di quel rapporto fondamentale di partecipazione allo stato attraverso la sua difesa. A partire dagli anni Ottanta, lo stesso governo è stato eroso nei suoi poteri dietro spinte neoliberiste, quando ha subito un processo di privatizzazione del potere.

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Nell’era digitale globale, la più interessante per noi, il processo di decostruzione della nazione raggiunge il suo apice. Lo stato-nazione, sebbene non venga eliminato, si arricchisce, o meglio, si complica, con una serie di nuove dimensioni spazio-temporali che ne determinano una nuova configurazione in scale subnazionali con originali rapporti tra autorità e territori. Tra le maggiori cause di questo mutamento troviamo la digitalizzazione dei saperi e delle pratiche sociali che contribuisce a creare appunto “territori di potere” al di fuori dello spazio nazionale. La Sassen si chiede fin da subito quanto siano autonomi questi nuovi campi globali, individuandone le attività dominanti: i mercati finanziari e le forme di attivismo realizzate attraverso i network comunicativi.

Per definire il rapporto tra la società attuale e il fenomeno di digitalizzazione, la Sassen utilizza il termine di imbricazione, ovvero un fenomeno biologico grazie al quale un componente di una coppia ha origine dall’altro, realizzando quindi una trasformazione che sebbene imprevista negli esiti, ha però dei vincoli sequenziali e relazionali con il componente originario (è questa forse ancora l’autopoiesi luhmaniana?). In questo senso il digitale e il sociale sarebbero fortemente correlati, tanto da non riuscire spesso a distinguerli; al contrario di quello che fanno le scienze della comunicazione o la sociologia che pongono, esagerandone il peso, gli accenti sull’uno o sull’altro termine.

L’ipermobilità e la dematerializzazione, tipici processi delle nuove tecnologie, sono prodotti di variabili collocate in una dimensione temporale stabilissima e concentrata in determinate zone fisiche, quale ad esempio le corporate e la stabilità dei loro capitali realizzata attraverso monopoli finanziari. Non dobbiamo dimenticare che Internet, il protagonista della digitalizzazione (protagonista ma non unico attore del fenomeno digitale), sebbene venga spesso celebrato come il mondo della libertà e della creatività, è oggi fortemente “infrastrutturato” e attraversato da pilastri di proprietà privata.

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A tali fenomeni si aggiungono nell’”era digitale globale” quelli dell’emergere di nuovi attori e modi politici che la Sassen definisce come informali e transnazionali perché non utilizzano i confini dell’ordinamento stato-nazione e i canali formali del sistema politico (i tipici canali formali della politica sono il voto e la possibilità di eleggere un governo), ma ne moltiplicano il vocabolario e le alleanze che hanno ora uno spazio transnazionale. Tra i nuovi attori politici informali troviamo i migranti che, appunto perché privi di voto nella maggior parte dei casi e sottoposti spesso a trattamenti di “sospensione dei diritti civili”, spingono gli stati-nazione a ripensare i propri canali politici formali e di cittadinanza. Ciò avviene soprattutto nelle città (Cfr. S. Sassen, Le città nell’economia globale, Il Mulino, 2004) che come i borghi nelle città medievali, costituiscono la risorsa per un esercizio produttivo di ripensamento del potere politico.

Per concludere, ammessa la peculiarità dei mutamenti moderni (che alcuni come John A. Hall del Dartmouth College non suffragano), la Sassen ha il merito di argomentare le caratteristiche dell’ era globale digitale senza scadere nella retorica della rivoluzione (digitale). Sarà certamente necessario prestare maggiore attenzione alla categoria dei “nuovi attori politici informali” – quali i mercati finanziari e gli attivisti di network – per la quale non troviamo convincenti approfondimenti nel testo.

L’informale politico del digitale rimane insomma una zona oscura che la Sassen lascia grigia, ma che ci indica come campo dove puntare in futuro il fascio di luce dell’indagine.

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