Feed, performance audiovisiva di sperimentazionale elettronica sensoriale spazializzata, dell’artista austriaco Kurt Hentschlager (una delle due anime dei Granular Synthesis per chi non lo conoscesse, insieme a Ulf Langheinrich) è al momento un progetto unico nel suo genere, al di fuori dei comuni linguaggi estetici e tecnici nell’ambito delle performance e delle installazioni multimediali più attuali. Su questo c’è per una volta poco da discutere, l’opinione è unanime e concorde da parte di pubblico e critica.

Chi ha avuto modo di “fare esperienza”, per di questo si tratta innanzitutto, con Feed sa bene di cosa sto parlando. Progettato per la Biennale di Teatro di Venezia del 2005, passato poi al Netmage 2006 e replicato a più riprese in tutto il mondo fino ad arrivare poschissimo tempo fa al Sonar di Barcellona, Feed è il progetto artistico e di ricerca che racchiude efficacemente tutto il percorso, le idee, le teorie di uno dei pionieri della ricerca estetica e sensoriale della relazione ta suono e immagini.

Feed è a mio avviso oggi il progetto artistico che può rappresentare un “modello di riferimento” e un “cambio di rotta” di una scena, quella dell’arte multimediale audiovisiva per l’appunto, che non avendo sviluppato ancora a pieno le potenzialità offerte dall’interazione con le persone, ha con il progetto di Kurt Hentschlager per lo meno la possibilità di iniziare a indagare quelle che sono invece le relazioni fisico-sensoriali-percettive che si possono creare tra l’opera e lo spetattore appunto. Sì perchè Feed è un progetto artistico sotto forma di live performance che gioca proprio sulla perdita delle consuete coordinate fisico-spaziali, sulla continua sollecitazione retinica e al rapporto diretto di essa con aree specifiche del cervello umano, sull’approccio multisensoriale sinestetico tra suono e pattern 2D e 3D creati autonomamente da ogni singolo soggetto presente alla performance, sull’immersività fisico-sensoriale e sulla risultante emotiva che deriva dall’esperienza diretta e dalla corrispondenza diretta tra corpo e tecnologia.

.

Ma alla fine, Feed è “semplicemente” un’esperienza, da fare, da vivere, per riuscire a stupirsi anche delle nostre stesse reazioni di fronte a stimoli ben precisi. Ho avuto modo di parlare del progetto direttamete con Kurt Hentschlager in occasione del festival Elektra a Montreal, e tante sono le domande che inevitabilmente sono scaturite alla fine della performance. Sedetevi calmi quindi, rilassatevi, aspettate il suono digitale che salga, quando il fumo inizia a saturare velocemente la stanza fino a non vedere più niente rilassatevi, abbandonatevi alla perdita di qualsiasi percezione tridimensionale dello spazio attorno a voi e guardatevi attorno: le luci strobo avvolgeranno lo spazio attorno a voi di una abbagliante luce bianca a intermittenza e bellissimi pattern 2D e 3D si disegneranno davanti a voi senza il minimo sforzo. E da quel momento in poi sarà solo stupore, per oltre 20 mai così brevi minuti….

Marco Mancuso: Mi potresti raccontare quale è il concept che sta alla base di Feed? Abbiamo avuto modo di discutere a Montreal circa la relazione tra suono, luce, percezione fisica del pubblico, perdita della percezione spaziale tridimensionale. E abbiamo parlato della relazione e della trasmissione neuronale del segnale tra la nostra retina e le immagini in specifiche aree del nostro cervello….

Kurt Hentschlager: E’ probabilmente inutile dire che un progetto come Feed copre in un’unica opera tutti i temi che esteticamente e psicologicamente mi sono interessati nel corso del tempo. E’ al contempo la somma di una ricerca molto lunga nell’ambito dell’immersività e della composizione audiovisiva, sia in termini di installazione che di performance, così come una anteprima di tutto quello in cui vorrei avventurarmi partendo da questo punto.

Feed è composto da due parti, apparentemente opposte un all’altra: la prima è frontale nel modo più classico, un’esperienza cinematica nel più selvaggio dei sensi, non narrativa, che mostra una sorta di balletto sinistro di corpi in 3D convulsi e sonorizzati. La seconda parte è invece il momento in cui la percezione dello spazio e quindi il classico set cinematografico svaniscono in un istante, sostituiti da un innesto considerevole di nebbia artificiale. Le proiezioni video sono sostituite da flicker stroboscopici e luci che pulsano, creando l’impressione di una completa immersione, un collasso dello spazio visibile e del senso familiare della percezione.

.

Mentre quindi il sound-scape nella prima parte proviene prevalentemente dai movimenti dei personaggi 3D sullo schermo, nella seconda parte è originato dalle luci stesse, in particolare da pick solari e acustici incanalati attraverso una catena di effetti e feedback. Nella seconda parte ho quindi cercato di cerare un equivalente in suono alla sublime qualità dei fenomeni di interferenza e di tripping che si osservano.

E’ veramente difficile cercare di descrivere cosa uno vede realmente nella parte strombo-nebbia, in quanto differisce da persona a persona e non può essere certamente documentato con una videocamera. Io adoro questo, perché ho sempre pensato che questa fosse una delle maggiori frustrazioni, il bisogno di documentare dell’effimero per questo tipo di esperienze fisiche: trattandosi di qualcosa che può essere provato solo buttandosi dentro l’evento, la documentazione diventa qualcosa di molto differente volta per volta. Quindi, la seconda parte di Feed è assolutamente non-documentabile, perché le impressioni visive sono renderizzate direttamente nel cervello, non sono viste realmente, anche se un è convinto di “vederle”. O meglio, ciò che è visto attraverso gli occhi e trasferito alla corteccia cerebrale in modo diretto è causato dal contrasto del flicker delle luci strombo, mentre i pattern psichedelici 2D e 3D che ogni singolo elemento del pubblico crede di vedere sono visualizzati solo all’interno del cervello.

.

In accordo alla mia ricerca, che non vuol dire sia esaustiva, quello che accade è il clash tra ciò che accade tra il ciclo di refresh del cervello interno (di quella parte del cervello dedicata al processamento delle immagini) e i cicli di flickering esterni delle luci strombo. Una volta che la nebbia è partita, la frequenza delle strobo è circa di 8 Hz, salendo fino alla fine del pezzo a un massimo di circa 25 Hz. Normalmente, all’inizio della parte della nebbia, il pubblico, in termini di cicli di refresh del cervello, arriva a uno stato alfa e il loro cervello, o più nello specifico la loro corteccia visiva, applica un refresh tra 8 Hz e 13 Hz a seconda dei soggetti. A questo punto due cose possono accadere: a) Generalmente, i flicker delle luci strobo in un range tra 8 Hz e 13 Hz fanno collassate alcune delle barriere psicologiche tra differenti regioni del cervello e b) la frequenza di flicker esterno delle luci strobo interferisce con la frequenza di refresh della corteccia visiva del cervello interno provocando dei pattern di interferenza. Questi pattern 2D/3D psichedelici, sperimentati in questo tipo di ambiente, sono differenti da individuo a individuo, in risposta alla personale frequenza di refresh del cervello e su altri fattori più legati all’immaginazione e ad altri tipi di predisposizioni. L’intensità dei cambiamenti di questi pattern 2D e 3D dipende dall’aumentare o diminuire dell’intensità della luce delle strobo, dalla frequenza di flickering e dalla durata dei flash, tutti elementi legati alla mia improvvisazione durante lo show. Essa inoltre cambia con l’intersezione delle luci a pulsazione, che temporaneamente sottolineano e riaccendono queste visioni/impressioni.

Feed quindi utilizza due sezioni indipendenti di strobo che, settate a differenti frequenze, creano interferenze che costantemente “frustrano” i tentativi del cervello di “vedere” normalmente, animandolo invece ad avere costantemente nuove interpretazioni della realtà.

.

Marco Mancuso: Quando e come hai deciso di iniziare a lavorare su Feed. Naturalmente, e me lo hai detto, è un passo ulteriore della tua ricerca nell’ambito della sinestesia audiovisiva del concetto di immersività che hai sempre seguito con Ulf Lagheinrich come Granular Synthesis. Allo stesso tempo però, sembra veramente un passo ulteriore nel mondo delle performance audiovisive elettroniche, qualcosa al confine tra un’esperienza estetica, emotiva e fisica.

Kurt Hentschlager: Ho sperimentato con il flicker nei miei lavori di video e suono con Granluar Synthesis per circa 6 anni, nel tentativo di spostare in qualche modo il video fuori dallo schermo piatto, in modo da farlo riverberare visivamente nello spazio. L’elemento della luce nel video diventa ugualmente importante proprio quando usi i flicker, ma è chiaro che la piattezza intrinseca dei video proiettati rimane una grandissima fonte di frustrazione.

L’idea quindi di lavorare con la nebbia e le luci strobo si rifà a un paio di esperienze piuttosto intense nella nebbia, entrambe in montagna, dove camminando in un banco di nuvole in una giornata di raggi di sole sono stato trasportato in un momento sereno di pace e bellezza ma anche a una hard core techno night in un club saturato di nebbia artificiale a Brussels nei primi anni novanta. Mi sono portato dietro questa idea per un po’ di anni, fino a quando ho ordinato una macchina del fumo, ho riesumato le mie luci strobo e ho iniziato a lavorare, in modo molto empirico nel mio studio. Ero molto eccitato all’inizio, nel vedere che la mia immaginazione era stata del tutto superata dai primi risultati ottenuti. Da allora, attraverso una serie di test e sequenze, ho iniziato a costruire un vero e proprio vocabolario che continuo ad espandere ancora oggi. Considero quindi il progetto un vero e proprio work in progress, che diventerà un lavoro molto grande.

Feed quindi è stato realizzato per la Biennale di Teatro di Venezia del 2005, per questo sono stati progettati gli “umani”, i pupazzi umanoidi in 3D della prima parte dello show. Anche in questa prima parte si affronta il tema del “vuoto”, non tanto nei termini di corpi che abitano uno spazio scuro interstellare, ma più nel senso del loro totale isolamento. Essi appaiono come un gruppo, ma non si possono vedere l’uno con l’altro, non si preoccupano degli altri e i loro corpi si attraversano come se fossero dei fantasmi. Per questo, la seconda parte di Feed, riflette in un certo qual modo il setup virtuale della prima parte, all’interno però dello spazio fisico del pubblico. Quando in altri termini lo spazio fisico collassa nel vuoto, continui cambiamenti arrivano dall’esterno, non in maniera spaventosa, quanto piuttosto in maniera contemplativa, sebbene sicuramente invasiva.

.

Marco Mancuso: A Montreal mi hai detto che hai lavorato con scienziati e neuro-psichiatri, per capire a fondo quali sono gli effettivi delle luci strobo e della loro interazione appunto con la nebbia, il suono e la percezione umana. Mi anche detto che hai studiato molto, navigato in internet e letto molti libri sul tema. Mi puoi dire quali sono stati le referenze per il tuo lavoro e come hai lavorato appunto con questi scienziati e neuro-psichiatri?

Kurt Hentschlager: Al momento non ho ancora veramente lavorato con neurologi, ma ovviamente ho letto molto nello sforzo di comprendere il processo all’interno del cervello umano e tutti i possibili effetti collaterali su alcune persone, specialmente per quelli che soffrono di epilessie foto sensibili. Per le persone fotosensibili infatti, il flicker delle luci può indurre effetti che spaziano dalla nausea a brevi periodi di incoscienza e di perdita della memoria. In realtà questi effetti sono di natura benigna e del tutto effimeri e non hanno mai disturbato seriamente coloro che ne hanno fatto esperienza. Alcuni incidenti sono accaduti e quindi un modus operandi è stato stabilito fornendo informazioni e avvertimenti per il pubblico, istruendo delle guide dentro e fuori lo spazio della performance, fornendo un team di prima assistenza in caso di necessità.

Per quanto riguarda le referenze, c’è un’introduzione perfetta nel libro intitolato “Chapel of the Estreme Experience – Brev storia del Flicker Stroboscopio e della Dream Machine” di John Geiger per la Soft Skull Press. Il libro guarda alle origine del flicker scientifico dagli anni cinquanta agli anni settanta da una prospettiva artistica in riferimento però alla cultura beat e psichedelica. Un altro ancora che mi è piaciuto molto è “A brief tour of human consciousness” di V.S. Ramachandran per la Pi Press. Questo libro guarda invece a come il cervello crea le illusioni e le delusioni, la sinestesia e la sua relazione con la metafora e l’arte, analizzando e localizzando i processi nel cervello attraverso lo studio dei difetti nella percezione di pazienti neurologici.

.

Marco Mancuso: Quali possono essere i riferimenti storici, scientifici e artisti per un opera come Feed? In altri termini, ci sono altri progetti artistici analoghi nel passato che hanno ispitato il tuo lavoro?

Kurt Hentschlager: Penso che soprattutto qualcosa dai film strutturali di Paul Sharits, Tony Konrad e Peter Kubelka sono un riferimento piuttosto ovvio. Ho visto molti di questi film sperimentali all’inizio degli anni settanta ma per la maggior parte li ho dimenticati. Una volta che ho riscoperto il concetto di flicker come qualcosa che è emerso dal campionatore software video che io e Ulf avevamo sviluppato nel 1997, sono tornato indietro con la memoria e ho cercato di nuovo questi films. Il lavoro di Paul Sharits per fortuna ha tra l’altro avuto una sorta di revival all’inizio di questa decade.

A ben pensarci, quando ero un giovane artista, sono stato seriamente intrigato dai lavoro di optical art del pittore ungherese Viktor Vasarely, soprattutto il suo lavoro negli anni ottanta. Era considerato prevalentemente un artista quasi kitsch, oppure troppo pop, ma io mi ricordo di essere andato al suo museo a Budapest di essere rimasto stupefatto.

.

Marco Mancuso: In conclusione, parlavo sempre a Montreal con Scanner riguardo all’attuale necessità da parte delle performances e delle installazioni elettroniche multimediali, di doversi focalizzare non più troppo sulla volontà di impressionare con un forte carico nel flusso audiovisivo, quanto più sul dialogo emotivo con il pubblico, sull’immersività fisica e sulla perdita di percezione, oltre che magari anche sui concetti e i messaggi che si vogliono far passare. Cosa pensi di tutto questo, in relazione ovviamente a Feed?

Kurt Hentschlager: Penso la stessa cosa. La mia sensazione con alcuni suoni elettronici e con l’arte digitale è proprio quello che spesso essa si rilassa troppo sulla sensazione del suo stesso avanzamento tecnologico. Penso ci sia una chiara gerarchia stabilita nel termine “new media art”: in primo luogo la parola “new”, quindi la parola “media” e infine la parola “art”. L’aspetto formale di tutto ciò diventa quindi dominante sull’aspetto estetico/emotivo, comportandosi come una facciata di fronte a un qualche palazzo insistente. Sembra in altri termini che ci sia un po’ di confusione nelle terminologie, dato che molte espressioni culturali di oggi devono necessariamente essere etichettate come arte, anche se sono semplicemente design o arte applicata. Sì, è vero quindi che ci sono confini sempre più sottili, ma non sono ancora la stessa cosa.

Io personalmente guardo ai media come a un’estensione del nostro corpo, o meglio dei nostri sensi e dei nostri organi di comunicazione. Poiché ci è chiaro che siamo strettamente connessi ad essi a un livello molto profondo, siamo di conseguenza coinvolti emotivamente e ci rispecchiamo estesamente in essi. Il mio lavoro è quindi sotteso a questa relazione, in particolare al feedback loop provocato nella parte più interna di noi, essendo noi sia creatori che consumatori di tecnologia e media.


www.hentschlager.info/

http://en.wikipedia.org/wiki/Photosensitive_epilepsy

http://en.wikipedia.org/wiki/Brain_waves

http://en.wikipedia.org/wiki/Visual_perception

http://en.wikipedia.org/wiki/Structural_film

www.fondationvasarely.fr/main.html?lang=fr

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn