Il fuoco che Prometeo prese agli Dei per donarlo agli uomini, sancì un cambiamento decisivo nelle vite di questi ultimi. Al tempo stesso portò guai alla razza umana, che per tale “furto” fu condannata a vivere in una triste condizione esistenziale. Il fuoco fu allora un’innovazione tecnologica, un fenomeno della natura che lungo il corso della storia abbiamo imparato a dominare e a utilizzare come strumento. Certo il mito di Prometeo non sfiora più la nostra memoria quando ci accingiamo ad accendere il fornello di casa nostra.

Nella più recente contemporaneità Roland Barthes ci ha nuovamente avvertiti: ogni nuova invenzione umana verrà inevitabilmente resettata al grado zero della nostra natura. Tuttavia è necessario prestare attenzione agli effetti collaterali: se l’uomo crea un artefatto tecnologico e lo usa ai propri fini, inevitabilmente finisce per assorbirlo nella propria sfera quotidiana e viene da esso de-formato. E’ l’inarrestabile corso della naturalizzazione del culturale lungo il quale la nostra specie e la tecnologia hanno da sempre stretto un rapporto osmotico, di reciproca influenza, generando un rapporto circolare fra atteggiamento mentale e artefatto culturale.

Ma ogni cambiamento è una sfida e, per sopravvivere, l’uomo ha messo continuamente in atto delle strategie di adattamento e selezione culturali. Questione di conservazione della specie e sopravvivenza delle civiltà. Questione di evoluzione linguistica e decodifica di una realtà sempre più tecnologicamente mediata. Spesso creiamo degli strumenti che poi sfuggono al nostro controllo, e questo è oggi il caso dell’universo digitale che sempre di più incide e scolpisce le nostre vite. E allora forse è il caso di parlarne.

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Nel weekend tra il 30 e 31 dello scorso maggio, Virtueel Platform di Amsterdam ha lanciato un sos per la protezione e sviluppo del nostro sistema culturale. Questo istituto olandese che da ormai dieci anni si occupa di e-culture, sa infatti che la naturalizzazione del culturale richiede a volte degli sforzi e che per evitare brutti scherzi della natura è opportuno porsi delle domande e mettere in atto delle strategie. Cultuur 2.0 è il nome con il quale è stata chiamata la conferenza-laboratorio internazionale in cui relatori dal mondo del business, della politica, del settore culturale e artistico sono stati invitati a discutere sullo stato di salute della diffusione dei saperi nell’ecosistema telematico.

La struttura del web 2.0 incontra quella delle istituzioni culturali: ed è evoluzione delle specie. Cultuur 2.0 ha messo in luce come le applicazioni internet di ultima generazione e le nuove pratiche da esse generate possano essere applicate al settore culturale e si è domandata se queste applicazioni rappresentino o meno una minaccia all’organizzazione e qualità della cultura.

Condividere, classificare, scambiare informazioni e ancora rivedere, ordinare ristrutturare saperi sono ormai abitudini cognitive che ci permettono di interagire e contribuire all’architettura collettiva che social network, blog e lemmi wiki permettono di costruire. Wikipedia ne è un esempio per tutti: una volta creata una piattaforma nella quale gli utenti possono immettere dei contenuti, modificarli e classificarli il tessuto connettivo, si genera autonomamente e cresce a dismisura. Ma l’orizzontalità della cultura partecipativa, se da un lato entusiasma alcuni dall’altro preoccupa.

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Sull’argomento, Charles Leadbeater e Andrew Keen, due fra i tanti ospiti all’evento, hanno presentato in merito visioni discordanti. Il primo è entusiasta delle potenzialità che il Web 2.0 ci offre: social networking e creatività collettiva di massa rappresentano dal suo punto di vista la chiave d’accesso per una società partecipativa in cui lo spettatore diventa protagonista critico in prima linea. Questo è l’argomento di We-think: the power of mass creativity una sorta di meta-libro che nella teoria e nella pratica sperimenta nuove forme di partecipazione intellettuale e collaborazione creativa.

La pubblicazione ufficiale avverrà infatti solamente il prossimo anno, mentre bozze di questo progetto vengono letteralmente date in pasto a chiunque abbia voglia di correggerle, arricchirle oppure stroncarle. Lo scopo principale di questo progetto editoriale è di analizzare nuove possibili forme di organizzazione alternativa che si oppongano alla logica consumistica capitalista.

Andrew Keen, fondatore di aftertv.com, è invece una della voci del coro più critiche e, nonostante fosse presente al Cultuur 2.0 solo attraverso una video intervista, ha destato molta attenzione con le sue affermazioni taglienti.

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Dal suo punto di vista, il web 2.0 offre la più grande illusione dell’utopia digitale, quella che promette a tutti di diventare giornalisti, scrittori e film maker alimentando il fabbisogno narcisistico di ogni ego. La libera e indiscriminata partecipazione di bricoleurs della cultura, invece di contribuire ad un accrescimento dei saperi, crea piuttosto confusione e immette nella rete contenuti falsi, scadenti, approssimativi. Ma come distinguere il bene dal male?

Come si può ristrutturare il sistema delle conoscenze per evitare di diventare scimmie in una giungla di disinformazione? Nel suo nuovo libro The Cult of the Amateur, Keen non fornisce soluzioni, ma annuncia l’imminente catastrofe: internet ci distruggerà. Come Frankestein che scappa dal laboratorio, il corpo della cultura sta assumendo aspetti deformi e a noi sconusciuti, composto da brandelli di organismi diversi in continua mutazione, restituisce un’immagine di noi stessi nella quale dobbiamo rispecchiarci. C’è confusione, ma se intravedete un mostro, postate un commento.


www.virtueelplatform.nl/cultuur2.0

http://andrewkeen.typepad.com

www.wethinkthebook.net

www.aftertv.com/

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