I Loud Objects sono un gruppo di noise music che porta la semplicità e il minimalismo ai loro limiti estremi. Trasparenza e’ la parola d’ordine di questo trio che, partendo letteralmente da una tabula rasa su di un proiettore da lucidi, assembla e salda dal vivo chip e fili in un suggestivo crescendo audiovisivo.

Uno spettacolo “semplice” nelle premesse, ma estremamente raffinato e scenico nella sua realizzazione: quasi fossero dei chirurghi, i tre si muovono sicuri sulla lastra del proiettore e sviluppano davanti al pubblico il circuito, che “fiorisce” man mano anche dal punto di vista sonoro.

Come quando sono sul palco, durante l’intervista Katie, Kunal e Tristan non smettono di essere dialettici, si “passano la palla” nel rispondere alle domande e discutono tra di loro della propria estetica della leggerezza. Questo è il risultato del nostro incontro a New York.

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Monica Ponzini: Come avete iniziato? Come e’ nato il vostro progetto comune?

Katie: Abbiamo frequentato insieme la Columbia University, facevamo tutti musica elettronica e abbiamo deciso che sarebbe stato divertente fare qualcosa insieme.

Tristan: All’università abbiamo frequentato dei corsi che trattavano di musica elettronica, arte cinetica, interfacce musicali che utilizzano microchip a livello teorico e pratico; Kunal e Kate si interessavano di musica noise e abbiamo pensato che sarebbe stato divertente fare qualcosa utilizzando i chip come strumenti. Non mi ricordo esattamente come è cominciato…

Kunal: Credo sia iniziato quando Tristan ha scoperto una generazione di bit-music, poi abbiamo cominciato a “giocare” con algoritmi e ad manomettere i chip con spille per vedere che suoni venivano fuori.

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Katie: Eravamo anche interessati ad uno spettacolo noise che fosse un po’ diverso dagli altri. A un certo punto volevamo realizzare un pezzo noise molto corto e poi si è sviluppato in qualcosa che fa vedere da dove viene la musica. Volevamo raggiungere una performance più “trasparente”, teatrale ma trasparente….

Kunal: Tutto e’ successo più o meno in maniera estemporanea per me e Katie, una cosa tipo “hey, ho questa idea, proviamola un po’…”, ci presentavamo per gli spettacoli e facevamo le cose in maniera super-trasparente, come se stessimo facendo una performance teatrale e alla fine il fattore trasparenza e’ diventato parte della performance, qualcosa di interessante da guardare.

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Monica Ponzini: Quello che e’ interessante della vostra performance e’ il fatto che sia così minimalista. C’e’ un concetto dietro?

Tristan: Sì, c’e’ un concetto molto forte dietro. Sono sempre stato appassionato di arte minimalista e il mio lavoro tende alla riduzione, ha a che fare con cose semplici. E’ diventato uno stile di vita, in un certo senso… La maggior parte delle performance di musica elettronica consistono in una persona al laptop, ma il pubblico non capisce esattamente cosa stia succedendo. Ho avuto questa conversazione con diverse persone molto prima di cominciare questo [i Loud Objects]. Noi cerchiamo di andare contro a questa tendenza, cerchiamo di rendere le cose trasparenti, chiare. Penso che la nostra musica si possa inserire nel contesto del noise rock e della scena noise, di band come i Lightning Bolt… le loro performance sono così fisiche, vedi tutto, hai tutto di fronte a te…

Katie: E creano un ambiente completamente immersivo, con delle caratteristiche proprie sotto molti punti di vista, non solo quello acustico.

Kunal: Dal punto di vista video, la trasparenza per noi e’ diventata un’estetica. Non era una questione di esporre quello che succedeva, ma piuttosto un sentire che si veniva esposti a quello che stava succedendo, il che vuol dire che forniamo parti facilmente comprensibili di quello che sta succedendo: ci sono chip e fili, non devi sapere gli algoritmi che li fanno funzionare, piuttosto ti arrivano dei “pezzi” che tutti possono capire.

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Tristan: Penso che la “trasparenza” sia proprio questo, non puoi mostrare sempre ogni singolo livello di una catena…

Kunal: Ma “trasparenza” è anche questo, esporre tutti i livelli di una catena…

Tristan: E’ un problema di informazione, nel contesto della performance possiamo mostrare solo alcuni livelli…

Kunal: Ecco perché i visual per me sono quello che sono, una proiezione in bianco e nero di un’ombra di quello che sta succedendo…

Trisitan: Ma allo stesso tempo proprio per come facciamo la performance, spingiamo la gente a venirci a chiedere cosa fanno effettivamente i chip.

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Monica Ponzini: Come avviene materialmente la performance?

Tristan: Quello che succede è che usiamo dei chip che richiedono energia, quindi connettiamo energia elettrica e dunque producono audio, allora connettiamo un output a ciascuno. Questo semplice modulo è quello che produce la nostra performance. I chip ricevono elettricità e hanno un output e volendo anche un input, così possiamo modularne il suono se vogliamo. Essenzialmente, per esibirci tutto quello di cui abbiamo bisogno è questa lastra vuota di plexiglas, cominciamo ad incollarci il chip da zero, poi incolliamo un jack audio, elettricità, e un output, tutto qui. Di solito i primi minuti sono di silenzio, perché dobbiamo collegare il chip, e quando abbiamo finito di montare il circuito c’è questa esplosione di suono e da lì colleghiamo man mano i chip.

Kunal: E abbiamo trovato il mondo di assemblare tutte queste parti in qualcosa di molto comprensibile dal punto di vista visivo.

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Monica Ponzini: Il vostro progetto è molto particolare. All’ultimo Bent Festival, dove avete presentato la vostra performance, vi siete fatti un’idea di quello che fanno altri circuit benders?

Tristan, Kunal: Abbiamo appena scoperto quello che succede nel resto del mondo, Giappone, Germania… Il nostro unico contatto con il circuit bending era Mike Rosenthal di The Tank. Siamo rimasti sorpresi nel vedere ragazzi di Los Angeles e Minneapolis fare del circuit bending e poi abbiamo visto gli altri, dalla Germania e dal Giappone…

Monica Ponzini: Avete piani di espandere o cambiare le vostre performance?

Tristan: Le nostre performance cambiano ogni volta…

Kunal: Abbiamo provato un assetto con tre proiettori, decisamente difficile… la soluzione per la prossima volta è portare dieci performer (ride)… cerchiamo sempre di fare performance estemporanee, prendono sempre una forma a se stante… è qualcosa con cui ci divertiamo ogni volta.

Tristan: E non finisce lì. Realizziamo anche dei circuiti 2,5cm x 2,5cm, ognuno viene da un singolo chip del nostro show. La gente li può attaccare alle cuffie e “suonare” più o meno come facciamo noi durante gli spettacoli….


www.loudobjects.com/

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