L’emergere di nuove tecnologie comporta mutazioni che si riflettono profondamente sulla nostra esistenza fisica ma anche psichica. Con le tecnologie cambiano l’ambiente che ci circonda e gli stimoli ai quali siamo sottoposti. E cambia l’immaginario, facendo affiorare nuovi significati all’interno di una complessa rete di relazioni fra condizioni sociali, storiche, economiche e culturali.

Dopo la diffusione di Internet la cultura ha assunto nuove connotazioni: passando dall’essere lineare e gerarchica, all’essere rizomatica e dinamica; e le categorie di spazio e di tempo sono radicalmente mutate nel nostro sistema di esperienze, influendo sulla nascita di nuove relazioni all’interno del cervello. Nuove immagini hanno portato a estetiche differenti, ed è stato ridefinito il nostro modo di percepire gli oggetti e il nostro rapporto col mondo. Il contesto culturale riconfigurato dalle nuove tecnologie ha dunque provocato una mutazione nell’oggetto, ma anche nel soggetto. E l’osservatore contemporaneo è in grado di apprezzare aspetti di un lavoro artistico che prima non potevano nemmeno essere immaginati.

Warren Neidich è una figura in bilico fra arte e scienza, è un neurologo americano che dal 1993 lavora come artista. Ha avuto una sua galleria d’arte, ha scritto diversi libri, ed è uno dei fondatori di www.artbrain.org, sito che raccoglie scritti e opere che riguardano le relazioni fra cervello e cultura.

Nella produzione artistica di Neidich vengono utilizzati soprattutto la fotografia e il video, fra altri mezzi espressivi. La sua ricerca si interessa agli effetti prodotti dai media sull’apparato percettivo umano e sulla memoria; e indaga inoltre su come le strutture sociali vengano ricontestualizzate a livello di cervello e di coscienza. Attraverso le sue opere l’artista cerca di stimolare una riflessione critica sulla realtà e sui suoi meccanismi.

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In un intervista a Warren Neidich ho cercato di approfondire alcuni aspetti delle relazioni fra scienza, arte, e nuove tecnologie.

Tiziana Gemin: Hai lavorato a lungo come neurologo, e poi negli ultimi dieci anni ti sei dedicato all’arte. Puoi spiegare come è cominciato questo tuo interesse, e potresti dire quali sono le relazioni fra il tuo background scientifico e il tuo attuale lavoro in campo artistico?

Warren Neidich: Innanzitutto sono sempre stato un artista. Ho cominciato a fare foto seriamente all’età di diciassette anni. I miei genitori erano molto interessati all’arte, e nel corso della mia adolescenza ero al Whitney Museum e al Museum of Modern Art tutti i fine settimana; oppure andavo a vedere film come Red Desert , Blow-up , Jules et Jim , Meprise , 8 1/2 , Satyricon , Obsession e via dicendo. Molto presto la mia vita è stata riempita dall’arte e molto presto ho cominciato a sognare e a fantasticare con le immagini del cinema. Ho studiato fotografia al College e lì ho fatto la mia prima mostra. Il mio primo lavoro importante è stato il progetto American History Reinvented che è poi diventato un libro pubblicato da Aperture. Ho usato alcuni attori per rappresentare cinque diversi periodi della storia americana. E ho stampato ogni scena in un diverso materiale, attinente al periodo storico, come albumina o platino. Ho fatto questo lavoro mentre svolgevo le mansioni di Tecnico Laureato in Oftalmologia, presso l’ospedale New York Eye and Ear.

Credo che la cosa stimolante nella relazione fra scienza e arte non sia la feticizzazione tecnologica delle pratiche, dei metodi o degli strumenti, ma che piuttosto l’interesse sia da porsi sul modo nel quale questa relazione diventa parte di quel “minestrone” che è la nostra esperienza del mondo. Quello che trovo interessante, è cioè la modalità secondo la quale arte e scienza si incontrano nel panorama abitato anche dalla responsabilità sociale, dagli intrighi politici, dai flussi economici, dai disturbi psichici, dalle distorsioni storiche, finendo col produrre momentanee coesioni di significato. E questi significati emergenti rappresentano ciò che ci fa desiderare di vivere e di andare avanti.

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Gli artisti hanno sempre adottato le nuove possibilità offerte della scienza all’interno del loro armamentario. Pensiamo per esempio al modo in cui l’idea della quarta dimensione di Poincaré diventa importante per artisti come Duchamp, Picasso, Van Doesburg e Breton. E ciò che è più interessante è l’ambiguità che si crea quando gli artisti interpretano a loro modo questi risultati; nel caso della quarta dimensione, per esempio, l’hanno usata come espediente per fuggire alla tirannia della prospettiva da un unico punto di vista. La scienza apre dunque l’arte verso nuove dimensioni, e con questa apertura nuovi modi di immaginare il mondo diventano possibili.

Nel mio lavoro artistico la conoscenza scientifica mi è servita per avere dei punti d’appoggio dai quali partire; talmente sono ampi e spaventosi i flussi di informazione che io registro. Io metto assieme metafore, creando campioni del contesto culturale che modifica la materia del nostro cervello all’infinito.

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Tiziana Gemin: Nel 1995 hai creato il termine “Neuroestetica”, cosa intendi con questa parola?

Warren Neidich: Neuroestetica è il termine che avevo usato per descrivere il modo nel quale gli artisti, attraverso i loro metodi, le loro storie, i loro strumenti, fanno ricerche in prima persona sui medesimi spazi e tempi che vengono presi in considerazione all’interno della ricerca neuroscientifica. Quello che questi artisti producono è una diffusione di coscienza, che si affianca alla mentalità istituzionale, al fine di ottenere l’attenzione dell’osservatore. E la neurobiologia estetica è quella ricerca sull’estetica, ad opera di neuroscienziati, che mette in luce come le reti di potere abbiano a che vedere con la capacità di controllo e manipolazione del cervello.

Tiziana Gemin: Le idee di tempo e di spazio sono cambiate con l’avvento di Internet. Come influisce questo sul nostro immaginario?

Warren Neidich: Ho scritto molto riguardo l’osservatore mutato e il cervello “scolpito” dalla cultura. Nel momento in cui Internet si diffonde dal cyberspazio e inizia a cambiare la forma dell’architettura, del design ecc., cioè del mondo reale, il cervello riflette quel processo di cambiamento. E il tempo e lo spazio digitali, non gerarchici e rizomatici, riconfigurano la materia del cervello e le sue possibilità dinamiche, in modo differente, secondo il loro modello.

Un precedente della cultura digitale è stato il Situazionismo, con la sua idea dello spazio urbano visto come luogo di deriva e di ricostruzione. Il Situazionismo, attraverso le azioni che promuoveva, portava ad uscire della mentalità istituzionale. Coloro che si dichiaravano Situazionisti camminavano per le vie urbane percorrendo strade che erano abbandonate, attraversando edifici, e così facendo creavano associazioni casuali, random, in vari luoghi della città. Queste pratiche hanno prodotto tipi diversi di memoria in vaste reti di persone, memorie che vanno al di fuori dei meccanismi coordinati dalle organizzazioni politiche egemoni, che governano la maggior parte delle nostre vite. Il Situazionismo era interessato a de-spettacolizzare il mondo, utilizzando questo metodo per resistere ala memoria mediata. E questo ha implicazioni sul cervello.

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Tiziana Gemin: In diversi tuoi lavori parli di memoria. Quali sono le relazioni fra memoria personale e memoria culturale?

Warren Neidich: Architettura, pittura, scultura, design sono depositarie di memoria culturale. Le relazioni sociali, politiche, psicologiche, economiche e spirituali che rappresentano un epoca aiutano a dare forma anche alle idee e agli stimoli che producono la cultura, e viceversa. La storia della cultura è rappresentata nel panorama culturale che produce in molti modi. Il Pompidou Centre sarebbe impensabile, secondo i gusti e le pratiche sviluppate ai tempi del Louvre. Entrambi gli edifici riflettono differenti condizioni storiche, tecnologiche, culturali, e materiali, che li caratterizzano. Questa relazione sicuramente non è lineare, poiché tanto cambiano le condizioni, quanto cambia la percezione di un periodo, che dipende sempre dal momento presente nel quale lo si osserva.

Ma è questa memoria culturale che “scolpisce” il cervello, anche grazie alle innate disposizioni genetiche del cervello stesso e la sua neuroplasticità (cioè la malleabilità del cervello in formazione). E l’interazione del soggetto, con questi oggetti depositari di memoria culturale, produce nuove forme di soggettività; dando vita a memorie individuali uniche che si intrecciano in reti di percezione e di attenzione.

Ogni generazione si trova di fronte a un nuovo panorama di memoria culturale che interagisce con ogni singola storia personale. Oggi i metodi sono importanti quanto gli oggetti e le cose. Le strategie culturali contemporanee di networking hanno avuto effetti profondi sul modo di percepire il mondo da parte dell’individuo.

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Tiziana Gemin: Le opere d’arte nate all’interno della cultura di Internet, sono radicalmente differenti dai lavori che venivano prodotti prima?

Warren Neidich: Voglio ripetere che gli artisti hanno sempre usato le nuove tecnologie per espandere gli orizzonti dell’arte. Il recente appiattimento di interesse nella media art è dovuto al fatto che molti di questi artisti non hanno capito il modo nel quale il loro lavoro trovasse posto all’interno della storia dell’arte che li ha preceduti. Quella storia però non dovrebbe essere lineare, ma dovrebbe essere tutto ugualmente importante. I media artist non hanno inventato la ruota per la prima volta.

Tiziana Gemin: Qual è il ruolo dell’artista all’interno della società contemporanea?

Warren Neidich: L’artista produce oggetti e relazioni che rappresentano una forma di ginnastica per il cervello. Sebbene sembrerà molto romantico, io comunque credo ancora che gli artisti riempiano il panorama culturale, diciamo visivo, con nuove forme di oggetti, spazi, spazi nulli, performances, e azioni, che producono nuove possibilità per la configurazione della materia del cervello. Il processo è continuo e incessante, e produce relazioni fra oggetti che vengono riciclate nel contesto delle condizioni culturali. I confini, e le forme, della cultura visiva sono in un perpetuo mutamento. Questo flusso attiva le potenzialità virtuali del cervello, virtuali in senso deleuziano. E il cervello subisce una trasformazione assieme alla mente.

L’arte è uno spazio sacro nel quale è ancora possibile una ricerca su un oggetto, o su una relazione, che utilizzi metodologie e sistemi alternativi. Questo alla fine esalta la diversità neurobiologica nella quale siamo nati.


www.artbrain.org

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