Avete mai pensato che in una maschera africana potessero nascondersi le linee essenziali del logo di McDonald? O che nel volto del primo ministro francese De Villepin potessimo scovare il marchio di Gaz de France?

Queste sono solo alcune delle Logo Allucinazioni che Christophe Bruno, net.artista francese noto per la sua carica ironica e sarcastica, sta postando sul suo weblog Logo.Hallucination, progetto attivo già dall’autunno scorso ed esposto per la prima volta agli Incontri Internazionali Parigi Berlino del 2006. Forse a Cayce Pollard, protagonista del noto romanzo di William Gibson “Pattern Recognition” e affetta da una strana allergia ai loghi, sarebbe venuto uno shock anafilattico di fronte ad una di queste immagini, che l’avrebbe fatta insospettire sulla presenza nascosta di qualche marchio aziendale.

Qui invece un applicativo, sviluppato dal programmatore Veleriu Lacatusu e basato sulle tecniche di pattern recognition con reti neurali, tenta di scovare loghi o marchi di note Compagnie potenzialmente nascosti in immagini che circolano in rete. Ogni volta che avviene un rilevamento, inoltre, il software manda una mail automatica al proprietario dell’immagine, qualora ovviamente sia identificabile, in cui non solo lo avverte della potenziale infrazione della Legge sulla Proprietà Intellettuale, ma lo informa sulle possibilità da intraprendere per regolamentare la sua situazione: esplicitare il riferimento al marchio in questione e farsi quindi pagare dalla Compagnia come promozione pubblicitaria, oppure continuare nello sfruttamento non dichiarato del logo, incorrendo in questo caso in eventuali provvedimenti da parte della Compagnia lesa.

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Il paradosso è fin troppo evidente, ma la provocazione non è così iperbolica. Le tecniche digitali di riconoscimento dell’immagine sono ancora poco avanzate, per questo internet, anche se apparentemente può dimostrare il contrario, è ancora dominio assoluto della parola, peraltro già ampiamente controllata e commercializzata, come Bruno aveva già evidenziato nel suo noto progetto “Google Adwords Happening”, in cui, parlando di “Capitalismo Semantico Generalizzato”, aveva tentato di sovvertire le dinamiche di monetarizzazione della parola comprando gli spazi pubblicitari di Google e utilizzandoli per scrivere poesie dal sapore neofuturista. Ma cosa diventerà la rete una volta implementato il matching sull’immagine? Quando e se i motori di ricerca potranno mai sfruttare pattern e non parole per trovare informazione, cosa escogiteranno le menti pensanti del Marketing e del Copyright per indirizzare, plasmare e ricostruire i nostri sguardi in modo economicamente valido?

Di questo e di altre considerazioni che possono scaturire da un’opera come Logo.Hallucination, abbiamo parlato direttamente con Christophe Bruno .

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Giulia Simi: Come è nata l’idea di Logo.Hallucination?

Cristophe Bruno: Fino ad ora i miei lavori hanno avuto a che fare con il linguaggio e la globalizzazione, ovvero con la mercificazione della parola (http://www.iterature.com/adwords ). Ho sentito allora che dovevo scavare di più nel campo dell’immagine, ponendomi interrogativi simili. Ci sono alcuni miei lavori precedenti che investono la questione dell’immagine in un mondo globalizzato. “Fascinum” ( http://www.unbehagen.com/fascinum ) per esempio, riguarda la valutazione dello sguardo come un oggetto globale. “Non-weddings” ( http://www.iterature.com/non-weddings ) è una sorta di hacking della Ricerca Immagini di Google che tenta di evocare alcune strutture semiotiche minime. Ho anche fatto una performance a Dublino, al “Joyce Festival” ( http://www.iterature.com/bloodforsale ), che affrontava “l’invasione pervasiva del linguaggio da parte della globalizzazione finanziaria” e nella quale io parlavo lungo i percorsi di Joyce collezionando “Epifanie Sponsorizzate” legate ai loghi e ai marchi che incontravo per strada.

Ma in qualche modo questi lavori erano tutti “hacking” di una struttura esistente, costituita dall’architettura di controllo del linguaggio regolata dai motori di ricerca. Io invece volevo superare questa struttura, per portare il mio lavoro un passo avanti. La cosa non era semplice in effetti, soprattutto perché questa nuova architettura legata all’immagine non esiste ancora ( anche i motori di ricerca sulle immagini per ora infatti sono basati sul testo). Così dovevamo costruire qualcosa da zero…

Valeriu Lacatasu, il matematico e programmatore che ha implementato il software che sta dietro a “Logo.Hallucination “, e che stava lavorando in quel momento sul riconoscimento delle immagini e le reti neurali, ha accolto con molto entusiasmo il mio progetto. Poi ho incontrato Jean-François Rettig agli “Incontri Internazionali Parigi-Berlino” (dove il mio progetto è stato mostrato per la prima volta) e insieme siamo riusciti ad ottenere un “Aide à la production” dalla DICREAM ( Dispositif pour la Création Artistique Multimédia, ndr ). Ecco com’è nato tutto.

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Giulia Simi: Logo.Hallucination ha un sottotitolo molto ironico, che anticipa il paradosso su cui si basa l’intero lavoro – “Scansiamo la vostra intimità per proteggere la vostra privacy”. C’è un riferimento, in questo, alle pratiche di controllo che investono il lato emotivo dell’essere umano. In che modo pensi che le dinamiche del web, e in particolare quelle del web 2.0, possano normare e plasmare i nostri sogni e i nostri desideri? Quali sono le differenze con il sistema di controllo ormai noto della TV? E infine, come può cambiare, in questo senso, lo scenario della rete quando – e se – gli strumenti di riconoscimento dell’immagine saranno definitivamente implementati?

Cristophe Bruno: Il web 2.0 è un meccanismo schiavizzante che io ho chiamato “Taylorizzazione della parola” ( http://www.cosmolalia.com/readme100/index.php, per esempio) nel quale c’è un’alleanza tra la “società del controllo” e la “società dello spettacolo”. La TV sta pian piano delegando i suoi rudimentali strumenti di controllo alla struttura globale del web, o più probabilmente entrambe le strutture si fonderanno in qualche modo riorganizzandosi su altre basi….in ogni caso entrambi i poli, controllo e spettacolo, si rafforzeranno. Il primo verso una struttura di sorveglianza “panottica” sempre più pervasiva, il secondo verso una sorta di snuff movie globale. Entrambi hanno comunque un’unica materia prima: la nostra intimità.

Il trend è su vasta scala: quando il sistema-mondo si scontra con i suoi limiti (l’esaurimento delle risorse naturali, il termine previsto dei lavori a basso costo, la fine dell’ideologia del liberalismo, lo svanire del desiderio, etc…) il capitalismo usa l’ironia della storia per rilanciare la sua macchina rigettando indietro i suoi propri limiti. Così la libertà del linguaggio si rivela un prerequisito fondamentale per la colonizzazione scientifica dell’intimità.

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Giulia Simi: Nella descrizione del tuo progetto tu parli esattamente di “dinamiche economiche di allucinazione collettiva che ci portano verso una privatizzazione dello sguardo”. Puoi spiegarci meglio questo concetto chiave? In particolare, cosa intendi per “allucinazione collettiva”?

Cristophe Bruno: Non è facile da dire in realtà. Sicuramente ha a che fare con “Allucinazione consensuale” di Gibson, ma ricordo che la prima volta che ho pensato all’idea di allucinazione collettiva non conoscevo Neuromancer. Qualche anno fa volevo fare qualcosa sulla storia vista come un insieme di errori collettivi. Ma il termine “errore” o “illusione” non mi sembrava in questo caso così rilevante. Il concetto di errore è troppo legato alla questione della verità e non era questo quello che avevo in mente: nel processo storico, gli errori possono essere visti come istanze di illusioni necessarie per proseguire un passo in avanti, verso una qualche ipotetica verità… Io avevo bisogno di un concetto più radicale, un concetto che facesse meno parte dell’idea modernista del progresso.

Il termine Allucinazione è più radicale. Ricordo anche che conoscevo un tale, tanto tempo fa, che era molto scettico sull’idea del “simbolo fallico”. Mi diceva sempre che l’idea di Freud di interpretare qualsiasi cosa come un simbolo fallico era stupida, perché nessuno in realtà può vedere simboli fallici ovunque. E ogni volta che lo incontravo cominciava a indicare qualsiasi cosa ci fosse intorno dicendomi: “Guarda come è stupida quest’idea del simbolo fallico. Questo oggetto potrebbe essere interpretato come un simbolo fallico, e questo anche, e anche questo e questo…” Alla fine non riusciva a fermarsi, vedeva simboli fallici ovunque, tanto che finiva paradossalmente per fare una dimostrazione diretta, sebbene involontaria, dell’idea di Freud.

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L’idea della “privatizzazione dello sguardo” proviene dalla tendenza generale che può essere avvertita nella storia del web, nella storia della net.art e nella transizione dal capitalismo di mercato al capitalismo del network come è descritto in Rifkin (chiamiamolo passaggio dal Capitalismo 1.0 al Capitalismo 2.0). Le idee post-fordiste che sono in gioco nelle dinamiche economiche di strutture globali come Google sono:

a) La mercificazione degli ultimi “atomi” di relazione umana, attraverso una fase di “dematerializzazione”: le parole – (ad)words – lo sguardo.

b) La stabilizzazione nei mercati 2.0 di queste nuove merci (Long Tail etc…) e quindi la globalizzazione del loro concetto (in definitiva, la Long Tail non è che un’estensione del concetto di “oggetto fordista” nella globalità dei desideri umani).

C) Il controllo globale di questi “oggetti globali” (per esempio la privatizzazione dello sguardo), prima di un’inevitabile fase di rimaterializzazione.

Di fronte a questa tendenza, la crisi delle identità nazionali (vedi le attuali elezioni in Francia) non è che un epifenomeno.

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Giulia Simi: Tu usi spesso l’ironia come elemento chiave per smascherare dinamiche di potere che si nascondono in pratiche avvertite come naturali. Attraverso l’ironia crei situazioni stranianti che portano nuovi significati in strutture già codificate. E’ stato così per Google Adwords ed è così anche in questo lavoro, laddove vediamo, per esempio, una maschera africana accostata al Logo di McDonald’s. Pensi, in questo senso, che l’ironia possa trovare un terreno privilegiato nella new media art, che nasce come riappropriazione e reinterpretazione di strumenti pensati per lo più a scopo economico o militare?

Cristophe Bruno: Suppongo che in questo senso l’ironia sia in parte una reazione alle utopie che spesso accompagnano il progresso tecnologico, ma chiaramente non è una peculiarità della new media art. In ogni caso penso che abbia qualche legame con la questione della globalizzazione (che ovviamente è molto presente nella new media art). Dopo tutto, di fronte alle macchine della conoscenza totalizzante, l’ironia ritrova il suo significato originale: dal latino ironia, dal Greco eironeia, ovvero da eiron – “dissimulatore” – che forse è legato a eirein – “parlare”. Usato in Greco anche per indicare un’ostentata ignoranza….


http://logohallucination.com/

www.christophebruno.com/

www.cosmolalia.com/

www.unbehagen.com/

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