Nei Quaderni del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento è apparso recentemente un contributo degno di attenzione di Lorenzo Beltrame sul fenomeno della “fuga dei cervelli” (Brain Drain ).

L’argomento è stato il tema della tesi di dottorato di Beltrame. La ricerca può essere considerata la prima in Italia condotta in modo sistematico. Essa si articola principalmente in due campi: quello dell’analisi socio-scientifica e quello della dimensione politica del fenomeno.

Il primo aspetto è finalizzato a una revisione generale della standard view (quella visione cioè che considera i movimenti delle conoscenze come unidirezionali, permanenti e da paesi in via di sviluppo a paesi sviluppati), mentre il secondo intende individuare la pluralità degli agenti che gestiscono le politiche scientifiche della “fuga dei cervelli” e l’efficacia degli interventi. Com’era prevedibile, emerge un quadro piuttosto complesso delle problematiche, ma ciò che risulta più interessante, è l’ingenuità con la quale la politica dei governi ha tematizzato ed affrontato il problema: essa si è dimostrata più sensibile alle suggestioni emerse dal dibattito pubblico che non da precise richieste dei soggetti presi in considerazione. Tra di essi non spiccano certo i vari governi italiani, se non negativamente, perché hanno promosso politiche limitate e scoordinate (l’autore parla di “una rete senza nodi”), in cui, tentando di tamponare la retorica dell’allarme pubblico della “fuga”, hanno proposto programmi di sviluppo e di promozione di centri di eccellenza, senza mettere mano a serie politiche strutturali di promozione della ricerca industriale e di riforma concorsuale accademica.

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La definizione stessa di “fuga dei cervelli” non è priva di criticità. Se generalmente con “brain drain” o “human capital flight” intendiamo la migrazione di persone altamente qualificate che, formatesi in un paese, si trasferiscono per motivi lavorativi in un altro, resta da precisare nelle parole dell’autore: ” chi debba essere considerato altamente qualificato e che cosa si debba intendere per migrazione”.

Uno dei punti più controversi della standard view è appunto il concetto di migrazione inteso come “fuga”. Esso risulta quanto mai inadeguato alla dinamicità della circolazione delle conoscenze scientifiche attuali e per questo, a partire dalla fine degli anni Novanta, si è imposto un nuovo paradigma, definito “circolazionista”, ovvero interessato ai moti del personale che si sono rivelati non unidirezionali, ma policentrici, circolatori, temporanei e ricchi di scambio; un approccio che è emerso dopo aver osservato l’aumento delle migrazioni temporanee e di ritorno (cioè la capacità rinnovata di attrazione di alcuni paesi che manca, ad esempio all’Italia), fenomeni di scambio tra paesi e regioni e percorsi di trasferimento stabiliti da multinazionali.

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Il lavoro di Beltrame auspica però che non si analizzi solo il tracciamento delle reti di conoscenza nelle loro direzioni e composizioni, ma anche i meccanismi attraverso i quali il capitale umano in movimento genera talvolta delle esternalità positive. Per fare ciò è necessaria la raccolta e la quantificazione di dati sistematici, una selezione che può avvenire solo in modo interdisciplinare, integrando, ad esempio, la nuova geografia economica, l’economia e la sociologia della scienza. Infatti non ha senso parlare di una categoria generale di “competenze qualificate”, perché la composizione dei “cervelli in fuga” è fortemente variegata.

Ad esempio, se consideriamo il piano empirico dei dati raccolti da Beltrame, esistono accentuate specializzazioni in base al luogo d’origine: “tra gli africani e i caraibici negli USA vi è una percentuale più alta della media di medici e infermieri; un fenomeno simile avviene tra gli asiatici per le ICT ( Information and Communications Technology) , tra i centro-americani per l’insegnamento non universitario, mentre gli europei presentano la percentuale più alta di persone che svolgono attività di ricerca e sviluppo”.

Come si può presumere, il fenomeno della “fuga dei cervelli” interessa l’ambito politico sotto diversi aspetti. Il primo, già accennato, è quello degli “agenti che intervengono a modellare i flussi”: governi, blocchi regionali, multinazionali e organizzazioni internazionali che intervengono ad accentuare le possibilità di migrazione e di circolazione – in un processo che quindi condiziona fortemente le scelte individuali.

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In secondo luogo, in una apparente tautologia, la “fuga dei cervelli” è politica perché interpretata in chiave politica, vale a dire cioè che lo spostamento di una persona qualificata viene percepita come una perdita in termini di competitività economica e conseguentemente di benessere e sicurezza per una “società della conoscenza” (altra definizione politica).

Tra le diverse politiche attuate dai governi per rallentare o modificare le migrazioni qualificate, Beltrame elenca le politiche di ritorno, di restrizione, di reclutamento, di riparazione (o compensazione), di ritenzione e quelle di sfruttamento delle risorse degli espatriati (Resourcing). Quest’ultime appaiono a chi scrive particolarmente promettenti. Grazie ad esse il “brain drain non viene più letto come un fenomeno necessariamente negativo, ma come un insieme di potenzialità che possono essere sfruttate”.

E’ questo il tema degli spazi trans-nazionali, dove il capitale umano si può svincolare dalla presenza fisica dei possessori attraverso nuove forme di comunicazione delle ICT. I cervelli cioè, pur dislocati in altre regioni terrestri, creano e mantengono flussi di conoscenza con i paesi d’origine (si veda ad esempio il testo di Faist, T. del 1999, Transnationalization in International Migration: Implications for the Study of Citizenship and Culture, Transnational Communities Programme, Working Papers series , WPTC-99-08, http://www.transcomm.ox.ac.uk/working%20papers/faist.pdf ).

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Se non si possono dunque vincolare le persone attraverso promesse di carriera insostenibili, i governi devono assumere il dovere inderogabile di promuovere la circolazione delle conoscenze al di là di confini nazionali porosi, la cui difesa si rivela sempre più controproducente in ambito scientifico e tecnologico.


www4.soc.unitn.it:8080/dsrs/content/e242/e245/index_ita.html

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