In materia tecnologica, il linguaggio giornalistico, soprattutto quello dei quotidiani, ci ha abituato alla retorica delle invenzioni. Sarebbe altrettanto importante attivare un discorso serio su strumenti che possano misurare l’accettazione sociale dei prodotti delle tecnologie avanzate.

Tutto ciò per non lasciare l’implicito di gruppi sociali che accettano o rifiutano incondizionatamente i nuovi sviluppi tecnologici, rimuovendo in questo modo, nel mondo dell’informazione, qualsiasi dialettica che proponga scenari alternativi (basti seguire l’aspetto giornalistico della TAV in Val di Susa).

Da circa 10 anni, il Royal Institute of Technology di Stoccolma, in collaborazione con altri centri di ricerca svedesi ha implementato uno strumento di gestione informatico per valutare come le tecnologie scientifiche (ad esempio di gestione ambientale o consumo energetico) vengano percepite dalla popolazione. Lo strumento prende il nome di ORWARE ed è in verità composto da diversi sottomodelli di analisi, come ad esempio l’analisi sistemica, l’analisi dei materiali e delle sostanze o dei sistemi di valutazione dei costi associati ai cicli di vita dei prodotti. Tutto ciò ha lo scopo principale di delineare scenari possibili sull’introduzione di nuove tecnologie, di comprendere quali possano essere sviluppate e a quali costi, anche sociali e magari quali tecnologie, magari apprezzate socialmente, non possono però essere supportate economicamente.

Come si può forse comprendere, stiamo parlando di uno strumento che ha a che fare con “proiezioni di sostenibilità” di tecnologie, all’interno delle quali però la sostenibilità è studiata da diversi punti di vista, spesso in contrasto tra loro.

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Infatti un conto è parlare di sostenibilità ecologica, altra cosa è parlare della sostenibilità economica ed altra ancora di quella dei sistemi sociali. La prima si preoccupa maggiormente di conservare il patrimonio naturale, cioè di un territorio inserito in un ambiente di risorse esauribili ed esposto a costanti rischi di distruzione; la sostenibilità economica si preoccupa invece dell’efficienza di sistemi economici che possano assicurare un progresso sociale qualitativo, quantitativo e continuativo; infine la sostenibilità sociale è prettamente finalista: ha come principale obiettivo non tanto gli strumenti (come la sostenibilità economica) o le risorse (come quella ecologica), ma si preoccupa delle finalità, vale a dire una serie di soddisfazioni dei bisogni sociali, quali la salute, l’educazione o il comfort.

In un articolo del 2003, intitolato “Characterizing and Measuring Sustainable Development”, apparso sulla Annual Review of Environment and Resources, Thomas M. Parris e Robert W. Kates ci forniscono una panoramica (almeno 500 progetti) di indicatori di sviluppo sostenibile; possiamo citare, solo a titolo d’esempio, la misurazione della partecipazione pubblica e il consenso, oppure delle forme di decision making o di motivazione delle ricerche.

Il sistema ORWARE svedese si preoccupa principalmente di misurare e valutare i tre tipi di sostenibilità. In particolare va citato un recente studio sull’accettazione delle tecnologie energetiche alternative che si è svolto nella città di Kil della Värmland Country, nel centro-ovest della Svezia.

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Le principali questioni poste dai ricercatori riguardavano le domande: 1) come il pubblico considera le nuove tecnologie energetiche e 2) il pubblico sa distinguere le proprietà delle diverse energie alternative? Tralasciando per ora l’aspetto economico ed ecologico è interessante notare quali siano stati gli indicatori sociali presi in considerazione per l’indagine. Attraverso interviste telefoniche e faccia a faccia, questionari per email e per posta, ha indagato principalmente il livello di conoscenza delle problematiche (esaurimento delle riserve petrolifere, ma anche i danni all’ambiente), la percezione del problema (cioè l’interpretazione, la selezione e l’organizzazione delle informazioni conosciute) e la paura associata alle possibili conseguenze di un mancato intervento.

Nei risultati si è assistito a una generale predisposizione positiva nei confronti delle nuove tecnologie, ma di fronte a tecnologie del tutto nuove, gli intervistati hanno preferito le tecnologie alternative già diffuse. Tuttavia, in quest’ultimo caso hanno espresso però la richiesta di decision-makers che potessero spiegare meglio tali tecnologie.

Mentre la salute, la sicurezza e il benessere venivano affrontati da tutti con una certa disinvoltura, le questioni riguardanti l’ambiente e l’economia risultavano piuttosto difficili da prendere in considerazione (un atteggiamento ricorrente è quello del “sono problemi di tale importanza economica e politica che la mia opinione non interessa a nessuno”).

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Questa opinione, certamente non sconosciuta, una volta quantificata può risultare indicativa di un insuccesso comunicativo per quelle politiche tecnologiche che hanno magari l’obiettivo di coinvolgere il pubblico nello sviluppo e nella diffusione delle nuove tecnologie.

Informazioni sull’accettazione sociale delle tecnologie non possono essere trascurate dai settori del pubblico e del privato che si occupano di sviluppo sostenibile perché nelle società contraddistinte da sviluppate pratiche comunicative di opinione pubblica, il pubblico può determinare il successo o l’insuccesso delle nuove tecnologie e il sostegno per i successivi stadi di ricerca e sviluppo.

Un approccio sistemico che tenga conto degli indicatori sociali rilevanti, dei sistemi tecnologici impiegati per i diversi scopi e la raccolta e l’aggregazione dei feedback in sistemi coerenti, non deve influire pesantemente sui decision makers, ma può fornire priorità e alternative e con questo, nuove prospettive nei momenti critici di decision making.


www.ima.kth.se/im/orware/

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