Dal 23 al 27 maggio 2007 a Barcellona si terrà la terza edizione del DiBa (Digital Barcelona Film Festival). Si tratta di un Festival giovane ma cresciuto rapidamente grazie alla sua originalità e qualità, che si propone di presentare le ultime tendenze audiovisuali nell’ambito di una vasta gamma di generi (lungometraggi, documentari, animazione, videoclip, cortometraggi), ma soprattutto vuole essere un’occasione per entrare in azione e fare cinema condividendo questa esperienza con chi è animato dalla stessa passione.

Come dice il nome stesso del Festival, tutti i film selezionati sono realizzati in digitale e vengono inoltre proiettati digitalmente da un server centrale. L’evento si articola in diverse sezioni. Nell’ambito del DiBa Screen, vengono proiettate creazioni cinematografiche in digitale di registi affermati o di nuovi talenti, selezionate tra le produzioni dell’ultimo anno e di tutto il mondo. Nel corso della prima edizione, nel 2005, sono state presentate più di 90 produzioni, per lo più spagnole, e il numero è salito a 211 l’anno successivo.

Il DiBa Club propone una selezione di cortometraggi, animazione, motion graphics, “machinima” (film realizzati con software per videogiochi) e videoclip, che si distinguono per l’innovazione e la trasgressione, mentre nell’ambito del DiBa Air, si può assistere a proiezioni di lungometraggi a entrata libera e all’aria aperta. Il DiBa Express è invece un concorso che invita a realizzare un cortometraggio in sole 72 ore, basandosi su una parola chiave che viene comunicata dall’organizzazione. Tutti i cortometraggi vengono poi mostrati nel corso del Festival e i premi consistono in somme di denaro e in videocamere digitali offerte da Canon, uno dei principali sponsor del Festival. Ogni anno viene sfidato a partecipare anche un regista ospite (Juanma Bajo Ulloa, Julio Wallovits, Joaquín Oristrell).

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Nel 2005 sono stati realizzati più di 30 corti, mentre nel corso della seconda edizione 76 e si è contato che, includendo attori e tecnici, hanno partecipato a quest’esperienza circa 500 persone. Tutti i cortometraggi saranno presto visibili nel sito web www.dibaexpress.com, dove si aggiungeranno ogni anno i risultati delle nuove edizioni.

Le atre due sezioni altamente partecipative del Festival sono il DiBa Clip, che si articola in un workshop tenuto da un regista di prestigio nel corso del quale si realizza un videoclip musicale, e il DiBa Doc, workshop sul cinema documentale quest’anno in relazione con la mostra di Peter Menzel “Familias del mundo”, che si inaugurerà presso la sede di Caja Madrid Obra Social di Barcelona il 22 Marzo 2007.

Infine, il DiBa Film consiste nella realizzazione di un lungometraggio con attori e registi di riconosciuto prestigio nell’ambito del Festival, che viene presentato durante la festa di chiusura. Durante l’edizione del 2006, il DiBa ha prodotto “Lo bueno de llorar”, di Matías Bize (rappresentante cileno agli Oscar e ai Goya con il suo film “En la cama”), che è stato molto apprezzato sia dai media che dal pubblico. I partecipanti previsti per quest’anno (6000 nel corso della prima edizione, 8000 nella seconda) sono tra i 10000 e i 15000.

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Abbiamo intervistato uno dei fondatori e organizzatori del Festival, Alexis Borràs, sociologo ed esperto di cinema che, con l’aiuto dei suoi collaboratori, è riuscito a canalizzare la sua passione in questo progetto meritatamente fortunato.

Barbara Sansone: Come è nata l’idea del festival e da chi?

Alexis Borràs: Nestor Domènech e io alcuni anni fa abbiamo voluto fare un film, usando una videocamera mini DV e un Mac per il montaggio. Le nuove possibilità tecnologiche in questo campo cominciavano ad affacciarsi e generavano le naturali inquietudini rispetto all’accessibilità. Grazie a questa esperienza abbiamo toccato con mano che stava diventando possibile per tutti realizzare un film, senza dover essere registi affermati, procurarsi apparecchiature proibitive e accedere a centri di produzione e post-produzione altamente selettivi. L’idea è rimasta a sedimentare per anni, fino a concretizzarsi quattro anni fa nel progetto di un Festival incentrato proprio su questo argomento. Ci siamo quindi impegnati a cercare degli sponsor, l’appoggio delle istituzioni e contributi nel mondo del cinema. Il gruppo era allora costituito da noi due, dotati rispettivamente di esperienza nella realizzazione di documentari in televisione e di permessi di produzione, e da Montse Martí, professoressa di comunicazione visuale presso l’Università Pompeu Fabra.

Barbara Sansone: Quali sono gli ostacoli più alti da superare per organizzare un Festival di questa portata?

Alexis Borràs: La cosa più difficile è la concezione del progetto, il suo design: l’idea e la filosofia che stanno alla base devono essere corretti e coerenti, per poter davvero proporre qualcosa di nuovo alla città. L’altra difficoltà è la ricerca di supporto economico e di collaborazioni.

Barbara Sansone: Quanta gente lavora in questo Festival e cosa fa?

Alexis Borràs: Il nucleo è attualmente costituito da quattro persone: Nestor Domènech, Alexis Borràs, Montse Martí e Annachiara Sechi. Durante il Festival il team supera i 100 partecipanti, tra professionisti, realizzatori, chi lavora alla produzione, chi alla comunicazione. Però il circuito è ancora più ampio, se si calcolano le tante persone che contribuiscono offrendo servizi di vario genere e che rientrano nella categoria degli sponsor. Un gruppo numeroso e variegato, una sinergia interessante, che però si traduce anche in un’enorme responsabilità.

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Barbara Sansone: Perché il cinema?

Alexis Borràs: Perché è una manifestazione artistica che ci piace e che sta vivendo un momento molto vivo, per via delle trasformazioni in ambito tecnologico che è in grado di assorbire.

Barbara Sansone: Perché in digitale?

Alexis Borràs: Perché è appunto lo sviluppo tecnologico che più sta rendendo accessibili le varie discipline. Stiamo assistendo a un processo di concretizzazione del cinema, che oggi può essere l’hobby di chiunque, come già era successo poco prima con la fotografia. Non per questo vogliamo trasmettere il messaggio che tutti possono ormai fare un film vero e proprio: si tratta sempre di un processo lungo, difficile e costoso (anche se meno di prima), che richiede non solo creatività, ma anche competenze tecniche specializzate. L’altro aspetto che ci interessa sono le potenzialità offerte dalla tecnologia, che permettono di fare sempre di più, di tradurre in fotogrammi il nostro illimitato immaginario.

Barbara Sansone: Il fatto che sia a Barcellona cosa cambia? Il fatto che qui ci siano già molte proposte culturali è un vantaggio o uno svantaggio?

Alexis Borràs: Aiuta! Qui le proposte culturali hanno molto pubblico e danno alla città prestigio a livello internazionale. Quindi viene dato molto spazio e i nuovi progetti sono ben accolti. L’importante è appunto che siano progetti sensati, che apportino qualcosa di nuovo e originale, e che si abbia la coscienza del fatto che, così come è possibile dar loro il via, un giorno può anche succedere di dover chiudere bottega perché il pubblico decide di dare più attenzione ad altre proposte.

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Barbara Sansone: Cosa ti piace di più di questo lavoro?

Alexis Borràs: La varietà; il fatto che offra l’opportunità di conoscere un sacco di gente matta (nel senso buono del termine), creativa; l’entrare in contatto con quello che succede sulla strada, opportunità che ci offre soprattutto il DiBa Express, proponendo ai concorrenti di realizzare un cortometraggio in appena 72 ore; il mettere insieme tante persone che condividono la stessa sensibilità. Il Festival si propone come un punto di incontro, di scambio. Più di tutto vuole essere una festa, un ambiente. Il contatto, l’aspetto umano sono quelli che lo rendono più speciale e che si stanno andando rafforzando nel corso delle varie edizioni. Dell’idea originale del progetto, alcuni aspetti più creativi, quelli che si rivelavano più vincenti, si stanno sviluppando, mentre quelli che ottenevano meno feedback sono andati cadendo lungo il cammino.

Barbara Sansone: I tuoi criteri di scelta sono più tecnici o più emozionali?

Alexis Borràs: Più narrativi che formali. Ci piace la filosofia del “Make yourself”: prendi una camera e fai quel che puoi. Ci piace quello che è immediato, diretto, che osa. Nel Festival mettiamo l’accento soprattutto su questo. Poi ovviamente presentiamo anche registi di prestigio, grandi nomi, ma quello che più ci interessa è appunto l’intraprendenza in ambito narrativo. Nell’ambito del DiBa Club, invece, c’è ovviamente più controllo sugli aspetti tecnici.

Barbara Sansone: Come arriva il materiale per il Festival? Quanto ne arriva?

Alexis Borràs: Ogni anno si fa una call e parallelamente si fa una ricerca in diversi ambiti, primi fra tutti i collettivi creativi come Partesan o OneDotZero. In entrambi i casi siamo aiutati da collaboratori perché il materiale da visionare è moltissimo: l’anno scorso sono arrivati 500 film, quest’anno ancora non lo sappiamo ma si prevede che saranno ancora di più. Tutto ciò che arriva viene visionato, catalogato secondo la sua natura (cortometraggio, lungometraggio, documentario, videoclip,…) e selezionato. Grazie al digitale chiunque può realizzare un film ma questa accessibilità ovviamente abbassa il livello e ogni volta che selezioniamo qualcosa ci dobbiamo chiedere se quello che stiamo vedendo merita il grande schermo. Ma in realtà nel secondo anno, rispetto al primo, la qualità di ciò che abbiamo ricevuto è salita, forse perché il Festival era già più noto e hanno cominciato a interessarsene più persone provenienti anche dal mondo professionale. Noi stessi stiamo ricercando di più. La programmazione è sempre difficile perché dobbiamo proporre un po’ di tutto e spesso abbiamo molte scelte di qualità nello stesso ambito o poco o niente in altri generi.

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Barbara Sansone: Che tipo di persone invia materiale?

Alexis Borràs: Oltre alle nostre aspettative, fin dall’inizio ci sono arrivati film anche di professionisti. Per esempio il premio alla miglior regia del DiBa Express dell’anno scorso è andato a Joan Riedweg. Questo ci lusinga, ma ci costringe anche a rivedere alcuni dettagli, per evitare che la competizione risulti già persa in partenza per chi non ha già alle spalle un pari background. Per questo, quest’anno abbiamo cambiato i premi: invece che cercare la migliore regia o il miglior montaggio, premieremo per esempio l’originalità, in modo da mettere tutti i partecipanti sullo stesso piano.

Barbara Sansone: Le tre stagioni dell’anno del DiBa: cosa succede in queste fasi?

Alexis Borràs: Durante la prima fase, la più lunga e tranquilla, facciamo un ripasso di quello che è successo al Festival, per migliorare e per focalizzare dove orientare le nostre ricerche. Poi curiosiamo in altri Festival e ci occupiamo dei contatti. Questa è la fase della preparazione del terreno per l’edizione successiva a livello organizzativo. Durante la seconda fase, quella di questi giorni, ci occupiamo della selezione, della programmazione e della produzione. Poi ci sono i giorni del Festival: se tutto è stato ben programmato, in teoria va avanti da solo, anche se insorgono sempre dei piccoli contrattempi dell’ultimo minuto da fronteggiare.

Barbara Sansone: Quali sono i ricordi migliori che hai delle edizioni passate?

Alexis Borràs: Ricordo particolarmente la premiazione del DiBa Express durante l’edizione dell’anno scorso. I partecipanti hanno lavorato da soli e duramente per realizzare un corto in 72 ore e all’improvviso si trovano circondati da un sacco di gente, si vedono in faccia tra loro, si guardano proiettati sul grande schermo. È un momento di grande emozione e condivisione, di incontro di fruitori e realizzatori. L’altro momento particolarmente positivo è quando si fanno le prove di proiezione, nella sala vuota, e tutto (specialmente il server centrale) funziona: si può partire! Un gran sollievo dall’ansia dei problemi tecnici che possono sempre insinuarsi senza preavviso.

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Barbara Sansone: Fate anche produzione?

Alexis Borràs: Sì, avevamo l’idea già da tempo e l’anno scorso, finalmente, abbiamo prodotto un film, il mese prima del Festival. Si tratta di “Lo bueno de llorar” del regista cileno Matías Bize (già noto per il suo “En la cama”). Gli abbiamo fatto trovare un team di professionisti pronto ad aiutarlo e si è girato in 12 giorni. I montatori lavoravano assiduamente quando il regista andava a dormire. Al suo ritorno, lui visionava i risultati e lasciava le indicazioni sulle modifiche che desiderava prima di recarsi nuovamente sul set. Dopo un’ulteriore settimana di montaggio si è presentato il film nel corso del Festival. Successivamente, si è tornati al lavoro con i tagli finali, la post-produzione, il suono. Quest’anno produrremo un altro film. La produzione è legata al Festival per varie ragioni, non ultimo il voler celebrare il fatto che in digitale un film si può realizzare anche in modo più rapido e fresco di prima.

Barbara Sansone: Come vedi il rapporto tra il cinema e le altre discipline (artistiche, culturali, tecnologiche)?

Alexis Borràs: ll cinema è un’arte tecnologica fin dalle sue origini. E siccome racconta, narra, ha un inevitabile legame con tutte le discipline del pensiero, come la sociologia o l’antropologia. Direi che la tecnologia condiziona il modo in cui si realizzano i film (in termini di tempi, di possibilità, di effetti), mentre le discipline del pensiero hanno relazione con il cinema nel suo aspetto di arte narrativa. E questa relazione può esprimersi in vari modi, come dimostrano anche la videoarte e il documentario.

Barbara Sansone: Non credi che il cinema, anche quando realista o drammatico, contribuisca a creare nello spettatore un mondo ideale che poi gli rende più difficile il rapporto con la realtà, decisamente molto meno poetica di quando viene vista sul grande schermo?

Alexis Borràs: Io rovescerei il punto di vista. Il cinema è una costruzione soggettiva della realtà: il nome del regista stampato sul cartellone è la firma di un individuo, di un essere umano che ti ha voluto trasmettere un messaggio. Il cinema dimostra che siamo capaci di creare, che è la nostra percezione di soggetto creatore che definisce il mondo. Fuori dal cinema forse siamo molto più di quello che crediamo: probabilmente quello che riusciamo a fare lì possiamo a farlo anche nella realtà.

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Barbara Sansone: Il cinema fatto con poco e gli effetti speciali: cosa ti piace di più e perché?

Alexis Borràs: Per me non è tanto importante che gli effetti speciali siano presenti o meno, più o meno evidenti e con quanto peso. A me piace l’immaginazione e quindi penso che gli effetti visuali debbano avere una relazione con l’immaginazione dell’autore, essere coerenti con l’idea, servire per trasmettere un messaggio o una visione. L’importante è come si utilizzano gli artefatti. Dopo di che, mi piace l’idea che permettano di fare cose incredibili, come creare distese di gente che nella realtà non è mai stata raccolta e filmata.

Barbara Sansone: Il cinema (come la musica), in una forma o nell’altra, piace a tutti. Perché secondo te?

Alexis Borràs: Non saprei, la necessità di rappresentazione visuale è documentata fin dai primi giorni dell’umanità. Nei nostri tempi se n’è fatta una forma di intrattenimento, di consumo e purtroppo quello che arriva alla maggior parte della gente è solo la parte più commerciale di tutto quello che si fa. E c’è anche poca educazione in questo senso: pochi conoscono la grammatica di un film, lo sanno realmente leggere. Ma non so se ho risposto alla tua domanda: tu cosa risponderesti?

Barbara Sansone: Che è perché ci permette di evadere, di uscire da noi stessi, di impossessarci di altre storie, di identificarci in qualcun altro o in pezzi di personalità di diversi personaggi. Insomma di assumere nuove identità e vivere altre storie, fenomeno che nel cinema è in un certo senso “passivo” e si sta diffondendo in forme sempre più esplicite e interattive nel mondo del Web. Pensa a chi si inventa di essere qualcun altro nelle chat o agli ambienti di vita virtuale come…

Alexis Borràs: …come SecondLife! Che divertente! Ho rischiato di diventarne dipendente. Questa parola “virtuale”, però, mi lascia un po’ perplesso. Tu sei sempre tu e puoi mentire ovunque. Io stesso, qui, adesso, con te, potrei fingere di essere quello che non sono. Non vedo la ragione di eligere la Rete come il regno della menzogna per eccellenza: puoi essere te stesso anche lì e vivere esperienze nuove, diverse, parallele, simultanee.

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Vorrei infine commentare l’aggettivo che hai usato per definire l’esperienza del cinema: “passivo”. Si tratta di un concetto che per noi è molto importante nel senso che uno dei principali obiettivi del nostro Festival è proprio superare questo limite. Con il DiBa abbiamo voluto creare un punto di incontro per chi ama vedere ma anche fare cinema: lo spettatore sta diventando attivo e il nostro Festival vuole mettere l’accento proprio su questo.

Barbara Sansone: Il futuro del DiBa?

Alexis Borràs: Non ne ho idea. Spero che continui a essere il punto di incontro di chi ama vedere e fare cinema, di chi in generale si interessa delle nuove tendenze audiovisive digitali.


www.dibaFestival.com

www.dibaexpress.com

www.lobuenodellorar.com

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