Il 1° Febbraio di quest’anno, nella mailing list netbehavoiur.org, si legge un post (http://www.netbehaviour.org/pipermail/netbehaviour/20070201/004227.html) che contiene una chiamata aperta: ogni materiale inviato – sia esso testo, immagine, audio o video – nell’intervallo di tempo tra il 31 Gennaio e il 1° Aprile, costituirà il progetto artistico e curatoriale DIWO (Do It With Others), che culminerà in un’esposizione nella net art gallery londinese HTTP.

Per chi, non ha particolare dimestichezza con la mail art e non ha potuto visitare l’HTTP Gallery, dove tutt’ora il progetto è esposto, occorre fare un’indagine accurata per cercare di sciogliere i fili di una ragnatela artistica intricata quanto intrigante. Tutto rigorosamente sul web.

Cominciamo quindi dall’inizio. Il progetto DIWO nasce all’interno della mailing list netbehaviour.org, di cui fanno parte artisti e curatori internazionali tra cui Marc Garret e Ruth Catlow, cofondatori del collettivo di arte digitale Furtherfield.org, promotore del progetto. Il richiamo al ribelle e anarchico DIY ( Do It Yourself ) di ” fluxusiana ” memoria è immediato, così come esplicito è il rapporto privilegiato con i primi progetti di mail art attivi già dalla fine degli anni ’50, e non solo. DIWO si propone quindi fin da subito come una sorta di rivisitazione ed espansione in chiave digitale di quelle pratiche di apertura e indipendenza politica ed economica che da sempre hanno caratterizzato la mail art, ponendo però un particolare accento sulla condivisione come elemento costitutivo del progetto (e in questo è impossibile non pensare a DIWO come a un prodotto figlio delle ultime svolte in rete relative alle potenzialità di interazione e scambio di contenuti che vanno sotto l’ormai abusato termine di Web 2.0 ).

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Ma il mezzo digitale, e in particolare il territorio virtuale del web in cui DIWO si muove, non sono le uniche differenze con la mail art storica. La grande scommessa di questo progetto è la sua esposizione fisica all’interno di una galleria, attività considerata parte del progetto stesso e che abbatte in questo senso ogni barriera tra artista, visitatore e curatore, riconosciuti non più come ruoli distinti ma come differenti attività che coesistono nella stessa persona. Tentando di superare l’antica diffidenza dei mail artisti nei confronti delle gallerie, i DIWOists hanno invece tentato di fare del momento espositivo un elemento innovativo del progetto.

La cosa in realtà non è priva di problematiche, come si intuisce subito dai numerosi post sull’argomento che si trovano non solo all’interno della stessa mailing list, ma anche e soprattutto nei blog dei promotori. Come, infatti, riuscire ad organizzare le opere in uno spazio fisico limitato, fuori dalla rete? Come, soprattutto, evitare di selezionarle, atto che distruggerebbe immediatamente il carattere aperto e assolutamente spontaneo del processo di e-mail art? E infine, come fare in modo che l’evento espositivo sia davvero collettivo e collaborativo? Su questo i “DOWOists” hanno discusso a lungo, arrivando poi a mettere in atto una sorta di happening curatoriale il 25 Febbraio scorso, dalle 2 alle 5 del pomeriggio, nelle sale della galleria londinese.

Tra una patatina e un sorso di birra e, per qualcuno, con un orecchio alla partita del Tottenham, i DIWOists hanno discusso su come organizzare l’esposizione, coinvolgendo anche i visitatori estemporanei. Per non dimenticare il carattere radicalmente “net” del progetto, gran parte della discussione espositiva si è svolta tramite chat online, di cui ovviamente è presente una documentazione nel blog di Ruth Catlow.  http://blog.furtherfield.org/?q=node/96

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Frutto di compromessi tra chiarezza espositiva, limiti tecnologici e aderenza allo spirito del progetto, quello che si presentava alla HTTP Gallery quel 25 di Febbraio era una sala con pareti tappezzate di testi e immagini – a volte stampate a rotoli per meglio evocare il net-concetto di thread – che diffondeva un mix di files audio, anch’essi postati nella mailing list. All’interno della galleria inoltre, il visitatore poteva accedere a una mail box dove poter consultare online, sul sito di netbehaviour.org, tutte le opere inviate dai partecipanti fino a quel momento.

Esperimento interessante quindi, più forse per le pratiche messe in campo che per la qualità delle singole opere presenti, che apre nuove possibilità di condivisione e collaborazione curatoriale oltre che artistica, nonché un fertile dialogo tra lo spazio virtuale e potenzialmente infinito di internet e lo spazio fisico e limitato di un sala espositiva, tracciando sentieri che alcune coraggiose gallerie stanno cominciando a percorrere. Il progetto chiuderà il 1 Aprile, insieme all’esposizione, lasciando traccia, stavolta “rigorosamente cartacea”, in un catalogo ad hoc.


www.netbehaviour.org

www.http.uk.net

http://furtherfield.org

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