Dal 2 febbraio al 1º maggio 2007 a Barcellona, presso le sale del MACBA (Museu d’Art Contemporani de Barcelona) è possibile partecipare alla mostra The Killing Machine i altres històries, coproduzione dello stesso museo e dell’Institut Mathildenhöhe di Darmstadt (Germania), che verrà presentata anche al Miami Art Central, negli Stati Uniti.

Si tratta di un’esperienza ad alto impatto emozionale offerta dai due artisti Janet Cardiff e George Bures Miller (attualmente residenti a Berlino dopo essersi formati ed affermati in Canada come i importanti scultori elettroacustici). Difficile da tradurre a parole questa mostra, dato il carattere fortemente sensoriale delle opere, dove l’uso del suono fa da protagonista. Si tratta di pièce teatrali senza attori, o meglio con attori immaginari che si materializzano nella mente del visitatore grazie alle scenografie, ai movimenti degli oggetti e delle luci e soprattutto agli indizi sonori, più o meno sussurrati, trasmessi dai computer e da altri espedienti tecnici. Il tutto avviene in ambienti suggestivi anche dal punto di vista visivo, progettati tanto bene da riuscire a creare una stratificazione multipla di dimensioni, messaggi, sensazioni, ruoli.

Il visitatore, parte attiva delle opere, vive qualcosa di sconcertante ed esce con la sensazione di essere passato in un vuoto spazio-temporale, ma allo stesso tempo sente di aver vissuto qualcosa di importante e di aver percepito una sensazione totalmente opposta alla solitudine. Con lui c’erano gli altri visitatori, certo, ma anche gli artisti stessi e altre entità che non ha visto ma di cui ha sentito molto chiaramente la presenza.

.

Molto evidente questa sensazione nell’opera The Paradise Institute, prodotta nel 2001 per il padiglione canadese della Biennale di Venezia. Qui si prende posto nella galleria di un teatro in miniatura, che, quando si spengono le luci per dar luogo alla rappresentazione, diventa incredibilmente vero, confondendo la percezione dello spazio dello spettatore: le minuscole poltroncine della platea sottostante sembrano davvero semplicemente lontane, così come lo schermo sembra assumere realmente le dimensioni di uno schermo cinematografico. Inizia la proiezione di un film, inquietante, ambiguo, e l’atmosfera si fa più suggestiva quando le cuffie che si indossano cominciano a trasmettere suoni che sembrano in sala: il solito italiano che non ha spento il cellulare, la gente che entra in ritardo, i colpi di tosse del vicino, una donna preoccupata perché ha lasciato la stufa accesa a casa che sussurra in continuazione qualcosa e mastica pop corn. Si arriva a non saper più cosa appartiene al film che si sta vedendo, cosa sta succedendo realmente in sala, cosa viene invece da queste “presenze”.

E il potere evocativo del suono, manipolato da questi due abili artisti, si fa particolarmente evidente anche in The Forty Part Motet, bellissima opera ospitata nell’affascinante Cappella del MACBA. Qui lo spettatore si posiziona in mezzo a 40 altoparlanti disposti in circolo e divisi in gruppi di cinque. Ciascuno di essi è una persona e non si tarda a convincersene. Cominciano a parlare tra di loro, a provare gli strumenti, per poi cantare una versione riadattata dell’opera Spem in Alium di Thomas Tallis (1570 circa), pensata per uno spazio simile per otto gruppi di cinque voci (basso, baritono, alto, tenore e soprano).

.

Altra opera molto interesante è Imbalance .6 (Jump), realizzata da George Bures nel 1998 e parte della sua serie Simple Experiments in Aerodynamics . Si tratta di un televisore posizionato a poca distanza dal pavimento e appeso tramite due cavi, che trasmette un video con i piedi dell’artista. Il protagonista salta, torce il pavimento e il televisore si muove di conseguenza, come se contenesse una persona reale, con il suo peso, le sue capacità di manipolazione della materia, di interazione con le forze fisiche.

Nell’opera Telephone/Time del 2004, si è invitati ad alzare una cornetta per spiare una conversazione tra l’artista e uno scienziato. Inevitabile il sentirsi colpevoli e voyeur, ma il tema è estremamente interessante ed effettivamente riguarda tutti: si parla della percezione del tempo, del tempo soggettivo, e li si usa come prova per dimostrare l’esistenza della multidimensionalità.

.

Bella e inquietante anche The Dark Pool del 1995. Si entra in una stanza buia, illuminata solo da nude e fioche lampadine che pendono dal soffitto. Sui tavoli e negli altri componenti dell’arredamento libri, quaderni, vestiti, bustine da té usate, oggetti di vario genere. Tracce di una vita umana che sembra appartenere a un’epoca lontana, essere scomparsa: sul letto il materasso è sguarnito, tutto sembra vecchio e abbandonato. Un’altra volta si è invitati al voyerismo e si cede alla tentazione. Ma, quando ci si avvicina alle cose, dei sensori si accorgono di noi e fanno partire rumori di passi, scrosci di acqua, conversazioni. L’ambiente si popola di persone e sembra di saltare indietro nel passato, quando quel posto pullulava di vita. Si odono storie che suggeriscono ulteriori visioni, tutto è improvvisamente in movimento.

E ci accompagna dentro una casa piena di presenze/assenze anche Opera for a small room, del 2005, dove il visitatore spia attraverso finestre e aperture una stanza piena di dischi, vecchie radio, valigie, altoparlanti e giradischi. Una voce che si muove tra i diversi altoparlanti racconta una storia e orchestra i giradischi e le luci, mentre fuori dalla stanza suoni ambientali spazializzati si distribuiscono nella sala ed entrano nella narrazione: un temporale che interferisce con le luci, un treno che passa facendo oscillare il lampadario. La storia va in crescendo, la musica si fa più moderna, finché tutto si fonde: la musica esce dalla stanza, le luci si esibiscono in una vera e propria coreografia. Applausi finali dei soliti compagni di esperienza, che non abbiamo visto ma di cui abbiamo sentito il respiro e percepito il calore durante la fruizione dell’opera.

.

Il titolo della mostra, The Killing Machine, viene dall’omonima installazione realizzata questo stesso anno e presentata al pubblico per la prima volta in questa occasione. Due bracci meccanici ispezionano e torturano un corpo come sempre invisibile, legato su una sedia da dentista coperta di pelliccia. Intorno, ad arredare la gabbia senza sbarre che ospita la scena, voci, musica, suoni, percussioni dal vivo pilotate dal computer, specchi, giochi di luce, televisori che si accendono improvvisamente trasmettendo solo neve. È lo spettatore ad azionare il processo per poi rimanere a guardare, sadico e inerte, come se fosse lui a dirigere le operazioni, seduto alla fredda tavola dove ha premuto il pulsante. Il materiale con cui è rivestito il corridoio dell’entrata della sala, presente in tutte le sale per isolare sonoramente le diverse aree della mostra, in questo caso sembra far parte dell’installazione, accresce la sensazione di scendere in un sotterraneo dell’orrore dove si nascondono inenarrabili camere di tortura.

Atom Egoyan, dopo essersi imbattuto in Whispering Room di Janet Cardiff, ha scritto: ” Ho avuto la sensazione di trovarmi nel bel mezzo di un film ancora in fase di progettazione, ancora nella mente di qualcun altro”. E sono effettivamente questa natura di cinema in progress, questa connivenza dell’imponente concretezza delle installazioni e della maniera assolutamente interiorizzata con cui le si vive, che fanno del lavoro di questi due artisti un’esperienza originale e imperdibile.


www.bombmagazine.com/cardiff/cardiff.html

www.macba.es

www.mathildenhoehe.info/

www.miamiartcentral.org/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn