Quest’anno la Transmediale di Berlino ha presentato un panel chiamato Urban Screens 2007], preview della conferenza che si terrà a Manchester, UK nell’ottobre 2007. Questa inglese è la seconda edizione dopo Urban screen.05, tenutasi ad Amsterdam e prodotta dall’Institute of Network Cultures e curata da Mirjam Struppek .

Entrambe le conferenze sono il risultato di un interesse crescente da parte di aziende, architetti, media designer e ricercatori per la camaleontica trasformazione mediatica di spazi pubblici e di architetture di rilievo nelle grandi città europee: il paesaggio fantascientifico della metropoli di Blade Runner diventa quotidiano, dalle icone globali di Times Square, ai LED coloratissimi di Tokyo e Hong Kong fino alla più familiare Stazione Termini di Roma corredata da schermi digitali ad ogni binario.

Con “urban screen” si intende una varietà di superfici dinamiche come LED luminosi, schermi al plasma, e simili forme di superfici digitali di comunicazione in spazi tradizionalmente definiti pubblici. Tra questi ci sono anche le cosiddette architetture intelligenti (?) o meglio le facciate di edifici reinventate e ridisegnate da superfici luminose. Questa nuova categoria di elementi del paesaggio urbano apre il campo a riflessioni inedite su usi, opportunità e rischi legati alla diffusione di simili tecnologie, nutrendo una discussione interdisciplinare all’incrocio sempre più evidente tra il campo dell’architettura, dei media, del business management urbano e della sociologia.

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Da elementi dominanti del paesaggio privato in casa, a scuola o nel luogo di lavoro, il computer, lo schermo, la televisione vengono delocalizzati ed esportati a scala urbana [McCarthy A. (2001), Ambient Television: Visual Culture and Public Space]. Abitiamo sempre più strade, piazze, parchi pubblici nel reale e al contempo consumiamo spazi virtuali nel cellulare, GPS e nella TV su grande schermo. Il concetto di pubblico e privato, di scala e di percezione dello spazio reale trasmigrano in un flusso di informazioni visive e sonore mediate da strumentazioni digitali. Questo passaggio di scala è tanto più evidente nelle grandi manifestazioni spettacolari. L’anno scorso, anno dei mondiali, è stato il boom della tv su grande schermo. Ogni grande o piccola città europea si era dotata di un grande schermo, che ha accolto masse di spettatori. Chi come molti a Berlino, ripudiava l’evento di massa, portava la propria televisione in strada ricostruendo all’aperto il salotto di casa.

Il buon tempo e l’occasione calcistica hanno fatto esplodere l’intimità privata del consumo di media nello spazio pubblico. La strumentazione digitale è quindi diventata parte integrante della vita sociale e utilizza un linguaggio ludico e attraente, che secondo Postman [Postman N.,(1985) Amusing ourselves to death], opacizza e sovverte il valore dello spazio pubblico e la coscienza critica dei soggetti.

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Nel caso di tecnologie a scala urbana si sfruttano le superfici per il loro valore semantico producendo una esperienza dello spazio pubblico come “spazio di esposizione”, dove il passante viene a essere bombardato da stimoli visivi e flussi di immagini. Questo avviene per schermi digitali applicati su edifici storici per rivitalizzare il centro urbano, su architetture moderrne su cui aumentare investimenti economici (caso della facciata multimediale dell’edificio per uffici di Potsdammer Platz), per grandi schermi nelle metropolitane che trasmettono news e spots pubblicitari, etc..

Una simile risorsa comunicativa trasmessa da dispositivi di enorme impatto e di costi altissimi è dominata da attori economici e politici di grande portata come le grandi agenzie di comunicazione e le multinazionali. Non esistono ad oggi regolamentazioni nè locali nazionali, o europee che gestiscano la localizzazione di superfici mediatiche da porre nella città, tanto che la svendita di luoghi strategici da parte delle municipalità segue pure logiche di mercato. Il cittadino è nella maggior parte dei casi un utente passivo e non ha nessuna capacità di interagire nè sulla colonizzazione mediatica dello spazio pubblico, nè con la tecnologia applicata ad eccezione di alcuni progetti artistici (ad es. Chaos Computer club et al. ).

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Nell’incontro di Berlino che introduce Urban screens 2007 vengono presentati due aspetti principali della futura conferenza di Manchester: quello del progetto delle superfici multimediali e quello della trasmmissione dei contenuti,. Al panel intervengono Tim Edler (cofondatore dello studio di architetture realities:united) e Mike Gibbons. Tim è un architetto che da anni si occupa di architetture e superfici multimediali, di cui il programma video è parte costitutiva della forma architettonica. Tim è anche progettista dello schermo multimediale stereometrico della Kunstahaus di Gratz e della installazione SPOTS di Potsdamer Platz. In particolare nel caso di SPOTS la funzione dell’immagine in movimento è quella di fare pubblicità al prodotto, in questo caso l’edificio stesso.

Mike Gibbons è il responsabile della BBC di un programma lanciato l’anno scorso di istallazione di megaschermi in tutte le città inglesi. Il programma, finanziato dalla televisione nazionale, ha una valenza principalmente di servizio pubblico, e non ha esplicite finalità commerciali. La BBC ha quindi avviato una fase di sperimentazione, coinvolgendo, artisti, produttori, ma anche il più vasto pubblico, nell’immaginare contenuti e nuovi formati adatti a sfruttare la nuova piattaforma come media di massa.

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Il panel affollatissimo ha catturato l’attenzione di molti, affascinando i presenti con immagini e soluzioni multimediali innovative e lasciando anche insoluti molti quesiti. Aspettiamo la seconda edizione di urban screen di Mancester per una comprensione più ampia e soddisfacente del dibattito e perchè no, per intelligenti soluzioni creative.


www.manchesterurbanscreens.org.uk/ 

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