Rumore rosa, si riferisce alle frequenze artificiali che i tecnici del suono utilizzano per evidenziare la curva di equalizzazione ottimale in un ambiente destinato a ospitare una performance musicale.

Nel 1999 Orfeo ed Euridice, coppia infelice, mettevano le valigie in casa Motus. Rimasta nell’Ade a causa di uno sguardo, Euridice diventava l’ombra onnipresente e l’oggetto-reliquia di un dio fonocentrico, Orfeo, travestito da Nick Cave. La loro storia nient’altro che un dramma da camera, consumato in un loft newyorchese.

In Rumore rosa ultima straordinaria prova teatrale di Motus già presentata al Festival delle Colline torinesi quest’estate ed ora in frenetica tournée negli epicentri della ricerca teatrale (da Dro a Scandicci, da Zo di Catania al Teatro India), ritorna la melanconia sentimentale, mista di angosciosa nostalgia proprio di quella vicenda fotoromanzata, questa volta però con vite tutte al femminile rubate non più al mito ma al cinema, all’atmosfera mélo del family drama americano degli anni Cinquanta, in particolare quella dei film di Douglas Sirk riletti da Fassbinder. Un lavoro questo di Motus, che traduce in una felice ed efficacissima stilizzazione scenica e interpretativa (grazie all’ottima prova di Silvia Calderoni, Emanuela Villagrossi e Nicoletta Fabbri) la potenza tragica contenuta nelle pieghe dell’opera teatrale e cinematografica fassbinderiana Le lacrime amare di Petra Von Kant del 1972.

Rumore rosa ospita infatti, tre figure femminili sottratte alla ricca galleria di personaggi in rosa del regista tedesco, veri emblemi dell’ambiguo dualismo servitù/dominio all’interno della coppia, anche quella al femminile (Maria Braun, Veronika Voss, Lilì Marleen, Lola, Nora, Martha).

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Abbandonate, perse, distrutte, con una speranza appesa al filo di un telefono, strattonate dalla vita in un lungo elenco dei luoghi comuni della doppia condizione femminile – indipendente ed emancipata o sottomessa a un potere prevaricatore, oggetto amato o violato – le Petra von Kant del nuovo appassionante e appassionato spettacolo di Motus sono tre disperazioni in una, ingoiano il dramma e lo rappresentano con i segni martoriati sui loro corpi, con la voce spezzata, con il gracchiare della puntina sul giradischi di un vecchio refrain zuccheroso a quarantacinque giri che si incanta, si inceppa e ripete ossessivamente le stesse mielose parole. Incisioni.

Non affatto rassicurante, il luogo – che si impone teatralmente ancora una volta quale “macchina dello sguardo” e simbolo di una esasperata ricerca di uno spazio interiore – è una prigione con sbarre aperte, freddo contenitore di una solitudine autoindotta. La condizione esistenziale esasperata è rappresentata proprio da quel vuoto pressurizzato di una stanza dal bianco accecante da cui trapela solo qualche tratto animato di un interno qualunque, un anonimo scorcio di una città qualsiasi. Catatonia e mutismo contro la voce di Orfeo. Non parole ma ferite. Donne esposte alla vita senza protezione: inseguono qualcuno, sono investite, parlano, non sono ascoltate, o sono interrotte, non arriveranno facilmente al di là della strada o al giorno dopo, nessuno le aspetta a casa, le pareti sono bianche e non accoglieranno alcun colore, neanche una punta di rosa. Quelle pareti così spesse che attutiscono i rumori dell’esterno e non fanno uscire i lamenti dell’interno, quelle contorsioni su loro stesse, quelle incisioni sui loro corpi filiformi…

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La vicenda è struggente e non è a lieto fine. Nello spettacolo non si parla però, mai dei rapporti sadomasochistici instaurati tra le tre figure femminili, di quell’ambiguo intreccio intimo tra sessualità e potere, né dei loro rispettivi ruoli. Le tre donne potrebbero essere addirittura dei puzzle di un’unica figura: Petra, prima isterica poi elegantemente rassegnata, che maschera in una tensione glaciale il dolore irrefrenabile per essere stata abbandonata; Marlene, la schiava muta che attenta al suo proprio corpo martoriandosi e Karin, l’essere fragile, posseduto e mai amato.

Così Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, registi dello spettacolo, raccontano il lavoro sulla definizione psicologica delle figure femminili e la relativa scelta interpretativa: “Siamo partiti facendo lavorare le attrici sole con l’intento successivo di incrociare le loro pseudo-storie: è stato impossibile, si sono innestati tre corto circuiti celibi, incisi separatamente, come solchi su vinile nero. Vinile nero in spazio bianco: inizialmente pensavamo ad arredi, poi più nulla, solo microfoni, neri, e un ventilatore. Il bianco del plexiglas ha compiuto una sorta di effetto “ibernante” sulle tre figure, non più personaggi ma simulazioni di essi, che non hanno sentimenti, pur dichiarando continuamente di averne: una morte degli affetti dilagata e riflessa senza veli nel pavimento-specchio. La loro riduzione a icone-fumetto ci ha spinto ad accentuare ancor più la bidimensionalità della loro psicologia interrotta, collocando alle loro spalle scenari disegnati da un fumettista, unico elemento di continuità nella frammentazione dei sentimenti. Le zoomate, i passaggi di campo fra interni rassicuranti e oppressivi ed esterni cittadini freddi e deserti, hanno fatto il montaggio di tre schegge di vita parallele”.

Rumore rosa, di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò con Silvia Calderoni , Nicoletta Fabbri , Emanuela Villagrossi e la collaborazione di Dany Greggio, illustrazioni e animazioni di Filippo Letizi, visual compositing p-bart.com assistenza tecnica di Pierpaolo Paolizzi, fonica Nico Carrieri abiti di Ennio Capasa per Costume National, relazioni Sandra Angelini.


www.motusonline.com

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