L’ importanza della scienza nel rapporto con l’arte è affrontata internazionalmente ed è alla base delle più importanti strutture accademiche e di sperimentazione, che quotidianamente esplorano i confini tra arte, matematica, fisica, elettronica, chimica, ampliando a dismisura le possibilità di conoscenza e creatività, riflettendo la stessa struttura multiforme e stratificata della natura.

La ricerca di Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand è, in questo senso, suggestiva e complessa; pionieristica nell’approccio all’universo delle onde sonore e luminose , nell’esplorazione del fenomeno della sonoluminescenza; originale e genuinamente curiosa nei confronti della percezione ed della perpetualità dei media.

Evelina Domnitch è nata a Minsk (Bielorussia) nel 1972 ed ha studiato Filosofia alla State Belarussian University. Dmitry Gelfand è nato a San Pietroburgo (Russia) nel 1974 e si è diplomato in Film e Video alla New York University. Dal 1998 Evelina e Dmitry collaborano alla creazione di opere multidisciplinari e ambienti sensoriali immersivi che si avvicinano alla fisica, alla chimica ed alla sperimentazione nei campi dell’ottica e della computer science, della filosofia e dell’esoteria.

I loro lavori sono istallazioni che si trasformano costantemente davanti all’osservatore, abbandonando ogni forma di registrazione e supporto. Wakening Shrouds (2000), Opening Coccyx (2001), Gas Chamber (2001), Camera Lucida (2003) e Transit of Venus (2004), mostrano fenomeni che si manifestano raramente e in determinate condizioni, visibili al pubblico senza la presenza di schermi o mezzi di trasferimento. Appaiono semplicemente attraverso i sistemi sensoriali dell’osservatore, senza intermediazioni. L’immediatezza di questa esperienza permette all’osservatore/uditore di andare oltre l’illusoria distinzione tra scoperta scientifica ed espansione sensoriale.

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Per sviluppare questo genere di opere, gli artisti lavorano costantemente con laboratori scientifici in Giappone, Russia, Germania, Belgio, Bielorussia e Stati Uniti, oltre a collaborare con artisti del suono che costruiscono ambientazioni specifiche per ogni situazione. I lavori di Domnitch e Gelfand sono stati presentati in campo internazionale: dal V2 – Institute for Unstable Media di Rotterdam, al Nijo Castle di Kyoto; dal Museum of Dreams di San Pietroburgo, alla I-20 Gallery di New York; dalla Galleria Die Schachtel di Milano al Tesla di Berlino.

Silvia Scaravaggi: Qual è il vostro background?

Dmitry Gelfand: All’inizio degli anni ’90 ho studiato filmmaking, realizzando chiaramente il mio spiccato interesse per la luce in senso puro, prima che fosse distorta, piegata, fissata sulla pellicola. Incontrando Evelina, che aveva completato un ciclo di studi filosofici di sette anni, abbiamo iniziato a collaborare progettando istallazioni sulla trasformazione della luce.

Evelina Domnitch: Mi sono specializzata in Fenomenologia, in modo specifico sul lavoro di Edmund Husserl. Egli scrisse, all’inizio del XX secolo, quello che in seguito divenne il manifesto della fenomenologia: Philosophy as Strict Science. Probabilmente fui fortemente influenzata dall’idea di Husserl che ogni tipo di conoscenza umana, l’arte, la letteratura, la filosofia, possa essere coltivata dal punto di vista dell’esperienza universale. Un altro aspetto che mi affascinò del pensiero di Husserl fu l’analisi della consapevolezza del tempo: le premesse della sua osservazione erano totalmente soggettive, ma egli le condusse da un punto di vista strettamente matematico. Da qui, tra i segreti cosmici più importanti e “insondabili”, quelli relativi al suono ed alla luce, divennero il punto di partenza per le nostre installazioni.

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Silvia Scaravaggi: Che genere di equilibrio avete costruito nella vostra collaborazione?

Evelina & Dmitry: Semplicemente non esiste alcuna divisione di compiti creativi. Seguiamo e impostiamo ogni curva del processo insieme; incoraggiamo gli altri, scienziati e artisti del suono, a prenderne parte. Abbiamo avviato fin troppe indagini per portarle avanti da soli.

Silvia Scaravaggi: Parlando delle vostre opere, o meglio provandole, esemplare è l’esperienza di Camera Lucida, già presentata in Italia nel 2005, durante Netmage a Bologna. Essa è fruibile soltanto in un ambiente completamente buio. Quali sono, dunque, gli spazi ottimali per le vostre installazioni? Che genere di caratteristiche soddisfano le esigenze dell’opera?

Evelina & Dmitry: Poiché i nostri lavori emergono negli spazi esterni della percezione, un’ambientazione estremamente controllata è fondamentale: sia perché l’involucro dell’installazione sia sottratto allo spazio-tempo dell’osservatore, sia perché possa essere utile ad aumentare lo stimolo percettivo. Due luoghi sono stati il massimo per noi: la camera anecoica (ambiente privo di riflessioni sonore interne e interferenze esterne) più ampia d’Europa, all’Università di Goettingen in Germania; ed il Nijo Castle di Kyoto, in Giappone, un’antica fortezza samurai. In entrambi i casi, l’ audience ha sperimentato un completo adattamento all’oscurità. Innanzitutto, il suono ha favorito uno stato di avanzata consapevolezza spaziale, completamente all’opposto degli ordinari ambienti uditivi. Nella stanza anecoica, dopo pochi minuti di adeguamento, la maggior parte dei visitatori ha potuto sentire i deboli segnali sonori dei propri corpi galleggiare nel vuoto senza direzione. Nel castello di Kyoto, le particolari finiture, il legno, la carta di riso, le superfici dei tatami, ricamavano l’atmosfera dell’ambiente con un calore ed una morbidezza senza fine.

Il buio totale affina l’udito ed emancipa gli occhi da qualsiasi variazione di confini fisici, ma affinché il nostro cervello raggiunga un’efficace sensazione di illimitatezza e di assenza di superfici (sia che si tratti di uno spazio interno che esterno), l’orientamento acustico deve necessariamente essere libero da confini percepibili. Come nell’espressione Taoista: “È il vuoto all’interno di una casa che la rende vivibile”. In entrambe le situazioni, inoltre, la mancanza di un pavimento fisso ha accentuato lo stato di sospensione: nella camera anecoica il pavimento era una rete sospesa molti metri sopra un fitto sottobosco di profondità sonore e ondulatorie. Anche il quotidiano bombardamento di forze gravitazionali sembrava dissiparsi. In queste circostanze, il pubblico era idealmente pronto per processare frequenze sconosciute di luce e suono.

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Silvia Scaravaggi: La luce e il suono sono due elementi estremamente delicati. Da quale punto di vista si sviluppa la vostra ricerca, e quanto è importante l’interazione del pubblico nel fare esperienza degli ambienti che costruite?

Evelina & Dmitry: La forza più significativa che sostiene il nostro lavoro proviene dall’input psichico e sensoriale dell’osservatore. Il nostro obiettivo è liberare questa forza profonda, che idealmente permette al pubblico di entrare in uno stato di sogno. Nel momento in cui l’invisibile personale diventa una forma nuova ed esclusiva di visibilità, quando la presenza fisica dell’uno, e quella degli altri, è rimossa o sommersa (come nella fase del sonno), allora la mente è spinta ad invertire l’esterna direzione diurna dei sensi. Per alcuni può essere un’esperienza vicina allo stato di morte apparente, ma solo in casi particolari. Proprio per l’estrema sensibilità degli stati mentali che si attivano, noi artisti e performers abbiamo l’obbligo di muoverci con estrema cautela attraverso questa “no man’s land”.

Silvia Scaravaggi: Che reazioni avete rintracciato negli spettatori che interagiscono con le installazioni?

Evelina & Dmitry: Le reazioni sono la risposta più preziosa ed incalcolabile del lavoro. Poiché siamo spesso presenti alle esibizioni, possiamo permetterci il lusso di testimoniare le reazioni di quasi ognuno dei visitatori. Potremmo scrivere un intero volume su questo. Ma la sincerità e l’intimità delle risposte ci impedisce, al momento, di rivelarne precisamente la tipologia: talvolta sono estremamente divertenti o eccessive, ma mai sbagliate.

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Silvia Scaravaggi: L’esperienza di interazione e collaborazione tra arte e scienza è un terreno fertile, esplorato da molti artisti, e sempre suscettibile di nuove scoperte e grandi rivelazioni. Alla base del vostro lavoro c’è proprio questo, in che modo si realizza?

Evelina & Dmitry: Sebbene per molte persone l’unione tra arte e scienza non sia così ovvia, le somiglianze tra le due sono infinite e le differenze pochissime. Sviluppare un esperimento scientifico, che pone l’attenzione su un aspetto particolare della realtà, richiede un’ispirata soggettività. Nell’ormai poco distante futuro cybernetico , l’arte e la scienza saranno le sole, se non le uniche, occupazioni del genere umano. Soltanto 100 anni fa, agricoltori e fattori comprendevano il 60% della forza lavoro americana; oggi non sono che il 5% di essa. Per questo ci auguriamo che l’intera macchina politica sia rimpiazzata da un referendum computerizzato, e che molte altre attività di routine e automazione diventino obsolete. Emancipati da attività di sopravvivenza, gli uomini si dedicheranno interamente ad attività puramente concettuali e creative. In questo tempo, Arte e Scienza si uniranno in un’unica nuova forma di coscienza attuativa .

Silvia Scaravaggi: L’unione tra arte e scienza, non può essere interpretata come un modo per rendere tutto più vicino, “umano”, concreto?

Evelina & Dmitry: Nella scienza molti aspetti sono umani, non solo perché essa stessa è la manifestazione della curiosità umana, ma anche perché gli scopi che la muovono tendono a migliorare la vita dell’uomo curandolo, educandolo, eliminando il lavoro pesante ed incoraggiando un impegno creativo. La pessima pubblicità evocata dall’immagine dello scienziato pazzo (un ossimoro!), così sfruttata dal cinema di Hollywood, impallidisce al confronto con l’efferata persecuzione subita dagli scienziati nel fiore del percorso di civilizzazione: il rogo di Giordano Bruno , o la decapitazione di Lavoisier, il padre della chimica moderna, dopo il verdetto del giudice ” La révolution n’à pas besoin des savants (La rivoluzione non ha bisogno di scienziati)”. Oggi, i risultati diretti di una mentalità tanto aggressiva e degenerata si ritrovano nei clichés di una scienza fredda, priva di emozione, difficile da capire, noiosa, aliena dalla vita quotidiana – tutte queste definizioni non potrebbero essere più lontane dalla realtà. La ricerca scientifica, in accordo con la nostra esperienza, è uno dei processi più entusiasmanti, immaginativi e divertenti che esistano. Di conseguenza non vogliamo rendere la scienza popolare, non crediamo possa derivare alcun beneficio nella semplificazione. I principi universali che la regolano non hanno versioni semplificate in natura: essi stessi si trovano già nella forma più semplice ed elegante.

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Silvia Scaravaggi: Esistono aree fertili per questa vostra originale ed innovativa ricerca?

Evelina & Dmitry: Da un lato, la comunità scientifica ci fornisce un importante supporto. A causa dei tremendi costi per lo sviluppo formale di nuovi strumenti scientifici, il nostro lavoro non potrebbe assolutamente continuare senza la generosità dei nostri colleghi scienziati. Inoltre, sempre di più otteniamo il sostegno delle esposizioni d’arte, dei festival, anche se spesso la richiesta tecnica e tematica delle nostre opere non corrisponde ai parametri di molte istituzioni, persino di quelle associate al termine “nuovi media”.


www.portablepalace.com

www.wps1.org/include/shows/Sonorama.html#camera_lucida

http://mitpress.mit.edu/journals/pdf/leon_37_5_391_0.pdf

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