C’era una volta l’electro-clash. Questo articolo potrebbe iniziare così, come l’attacco di uno di quei racconti un po’ favoleggianti e con il sapore un po’ retrò delle cose già viste e vissute. Nel grande show business della musica elettronica di oggi però, che brucia velocemente mode e personaggi, etichette e stili tra i più fantasiosi e creativi, alcuni artisti riescono a staccarsi dal gruppo e a raggiungere ambiziosi traguardi.

E’ questo il caso, decisamente, dei Ladytron, fenomeno pop degli ultimi anni grazie alla pubblicazione nel 2001 e nel 2002 di due album folgoranti per gli amanti del genere come 604 e Light and Magic nonché di alcune vere e proprie hit come Playgirl o Seventeen o True Mathematics. Il quartetto di Liverpool (Daniel Hunt, Reuben Wu, e le vocalist Helen Marnie e la bellissima Mira Aroyo) ha appena dato alle stampe il suo terzo album, Witching Hour, dopo una lunghissima assenza durata quasi 4 anni, dovuta prima a una interminabile attività live in giro per il mondo e poi a problemi contrattuali con relativo cambio di etichetta.

In un mondo così frenetico come quello della produzione musicale attuale, soprattutto in area dance e synth-pop, sembra quasi che questa pausa sia stata di aiuto a Daniel Hunt e compagni: in primo luogo per riuscire a uscire dall’etichetta di “padri dell’electroclash” che è sicuramente restrittiva per il loro lavoro, in secondo luogo per aver lasciato il giusto spazio a un processo creativo altrimenti costretto da logiche produttive troppo frenetiche. Non è che lo stile dei Ladytron sia radicalmente cambiato al primo ascolto di Witching Hour. Presenti sono sempre gli ingredienti che li hanno fatti grandi: sapori retrò di atmosfere sinth-pop altamente melodiche, melodie algide e coinvolgenti accompagnate da ritmiche dance ora divertenti ora quasi acide, reminiscenze di New Order e My Bloody Valentine che però dimostrano quale possa essere il sentiero della musica pop-dance elettronica di domani. Un giusto ed equilibrato mix di suoni digitali e attitudine rock, con una componente live molto solida in cui l’elettronica si fonde e accompagna, integrandoli, i suoni di chitarra, synth e batteria. Il tutto condito con la giusta attenzione alla parte visuale, sia grazie alla produzione di videoclip di qualità che grazie all’utilizzo di visual sempre più curati e coinvolgenti integrati all’interno dei loro live show.

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Ho avuto il piacere di incontrare Daniel Hunt (che mi ha raccontato di essersi appena trasferito a vivere a Milano) e di scambiare quattro chiacchiere con lui sul progetto Ladytron 2006.

Marco Mancuso: Daniel, Witching hourè il vostro terzo album che giunge a quasi 4 anni di distanza dall’album precedente Light and Magic. Cosa è accaduto nel corso di questi 4 anni, nella vostra vita privata e in ambito più professionale, cosa è cambiato eventualmente?

Daniel Hunt: Dopo il successo del secondo album, siamo stati in tour per molto tempo. Quando siamo tornati indietro nel settembre 2003 siamo tornati a casa a lavorare, con l’aiuto di tutti gli amici e dei nostri affetti, ma personalmente non avevo idea di cosa sarebbe successo a quel punto. Ma ci siamo messi al lavoro lo stesso e con grande sorpresa il processo lavorativo e creativo è venuto fuori in modo molto veloce. Dopo un paio di settimane siamo tornati in studio, avevamo materiale tecnico nuovo, un nuovo G5, abbiamo fatto progressi molto veloci anche da un punto di vista tecnico e tecnologico. A quel punto però abbiamo cambiato etichetta, e questo è successo 3 volte: tutto ciò ha rallentato tutto, soprattutto dopo che avevamo il disco praticamente pronto. Era il 2004, e siamo giunti fino a oggi. Siamo molto orgogliosi di questo album, in termini di produzione soprattutto, e anche perché suono ancora fresco nonostante in realtà sia stato scritto e prodotto ormai due anni fa.

Marco Mancuso: Siete considerati, vostro malgrado, uno dei primi pionieri di quello stile passato agli annali con l’etichetta electroclash. Come pensi che questa scena sia cambiata in questi anni, vi ci ritrovate oggi e come vi sentite ad essere arrivati al terzo album, che per un momento storico come questo sembra quasi un successo?

Daniel Hunt: E’ folle essere arrivati al terzo album e al contempo considerare questo traguardo come un successo, fa riflettere. Il primo album sembrava quasi essere arrivato dal nulla, mentre quando preparavamo il terzo album eravamo quasi spaventati da questa evoluzione che Ladytron aveva attraversato. Noi siamo stati da sempre associati alla scena electroclash, ma la cosa non ci è mai piaciuta molto e ci siamo sempre difesi da questa etichetta. Del resto, alla fine cosa importa? E soprattutto, la scena electroclash è fatta di tracce dance, eventualmente di remix, ma non di album veri e propri come quelli che ha prodotto Ladytron negli ultimi anni. Questo tipo di scene musicali sono spesso isteriche, composte sempre dalle stesse persone, stressate dai media e da quello che deve essere giusto o che deve essere detto e fatto al momento giusto. Lo stesso Tiga un giorno mi disse: complimenti ragazzi per essere riusciti a uscire dalla scena electroclash.

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Marco Mancuso: Come questo terzo album può essere considerato come uno step ulteriore nel progetto Ladytron rispetto ai due lavori precedenti?

Daniel Hunt: Con Witchinh Hour abbiamo voluto fare una sorta di progresso ulteriore soprattutto per noi stessi. Il secondo album non aveva questa necessità rispetto al primo, era più simile in un certo qual modo. Per noi è diventato impossibile essere una band e fare lo stesso album ogni volta, lo troviamo così noioso. Abbiamo suonato live ogni notte per 3 anni, e nche lì le dinamiche dopo un po’ erano sempre le stesse. Questo album è quindi più complesso rispetto ai primi, e in esso abbiamo sperimentato con elementi elettronici e analogici molto di più che in passato.

Marco Mancuso: Come avete lavorato a Witching Hour? Come funziona il vostro processo creativo e di lavoro?

Daniel Hunt: Beh, da traccia a traccia le cose cambiano. In alcune ci sono più melodie, più liriche, c’è più immediatezza sin dal processo creativo di scrittura della canzone: in generale ci sono molte poche ripetizioni, è difficile che le tracce abbiano la stessa forma ed è in generale difficle trovare e descrivere un vero e proprio processo creativo e compositivo.

Marco Mancuso: Ad oggi vi considerate più musicisti elettronici che fanno dance music o musicisti più classici che usano l’elettronica come strumento per creare musica?

Daniel Hunt: Ho pensato molto a questo elemento. Quando abbiamo iniziato la band, io ero stato già in una paio di band prima in cui usavo molta elettronica, cosa che mi ha permesso di creare tantissimo material, che era archiviato in casa mia come in una sorta di museo. Quando è uscito il Mac G3 e i primi software piratati per fare musica nel 1997-1998, mille possibilità si aprirono. Oggi facciamo tantissime cose con il laptop, seguendo una generale sorta di democratizzazione della musica, con delle possibilità compositive incredibili. Quindi in questo senso possiamo essere considerato come musicisti elettronici, ma al contempo siamo una vera e propria band che si appoggia all’elettronica per suonare e creare musica. Oggi le cose sono cambiate molto, anche il modo in cui gli artisti programmano la loro musica, il modo in cui lavorano con i softwares…..

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Foto di Paolo Proserpio

Marco Mancuso: Come è il lavoro all’interno del gruppo?

Daniel Hunt: Anche qui il discorso è differente da traccia a traccia. Tutti scriviamo le tracce e tutti interveniamo a diversi livelli sul processo compositivo. E’ un processo organico, non molto logico in realtà. Questo terzo album è come un’idea, figlio del fatto che ci conosciamo molto di più che in passato, frutto di una sorta di sincronia che è venuta fuori con il tempo. L’elettronica oggi è un vero e proprio medium di produzione, tantissime persone ormai producono una serie di cose completamente inutili solo per produrle e metterle sul mercato. L’elettronica è quasi un template che tutti possono usare oggi, e questo è sicuramente un problema dal quae cerchiamo di rimanere lontani.

Marco Mancuso: Cosa mi puoi dire sulle tue influenze e input riguardo a questo album? Al di là di quello che dicono giornalisti e critici di ogni sorta, voglio sapere quali sono state le tue esperienze di vita che hanno portato a questo album

Daniel Hunt: Come ti ho detto, l’album è nato dopo un lungo viaggiare attorno al mondo, e sicuramente ne riflette le emozioni. Abbiamo fatto grandi esperienze, umane e professionali, incontrato tantissime persone differenti, abbiamo condiviso conoscenza. Musicalmente sono tornato ad ascoltare molte cose che ascoltavo a 18 anni, per esempio i My Bloody Valentie le cui influenze sono molto presenti nell’album.

Marco Mancuso: Parlaimo del vostro live show. Avete speso quasi 3 anni suonando tantissimo in giro per il mondo, portando avanti un discorso preciso di musica elettronica dance unita a sapori rock e pop che dal vivo hanno acquisito una forma sempre più definita e precisa.

Daniel Hunt: Noi amiamo suonare dal vivo anche se all’inizio non lo consideravamo una cosa importante, sbagliando. Nel tempo è diventato un processo sempre più importante, noi siamo diventati molto più bravi e lo amiamo molto di più. La dimensione di studio è più intima, sei più influenzato da elementi esterni, dal mood del momento e quindi un album raccoglie veramente le esperienze umane delle persone che lo compongono. Quando suono dal vivo è tutto molto più fisico, è come lavorare in fabbrica, e ricevi sempre tantissimo da quelle esperienze, sia dalle migliori che dalle peggiori. E’ una simbiosi con il pubblico, con cui interagire; anche perché a noi piace soprattutto così.

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Foto di Paolo Proserpio

Marco Mancuso: Avete sempre prestato molta attenzione all’aspetto visivo del progetto Ladytron. Sto parlando della produzione dei videclip, ma anche della grafica del vostro sito, del vostro look, delle immagini ufficiali e anche dell’aspetto live dei vostri show in cui usate spessissimo i visual…

Daniel Hunt: Penso che la visualizzazione della nostra musica sia stato un processo del tutto naturale sin da quando siamo partiti. Usare i video legati alla nostra musica, sia nei videoclip che nei live show, è comunque un processo molto costoso che all’inizio dovevamo fare con i nostri soldi. Mi piacciono molto i video che abbiamo fatto anche se è sempre l’interpretazione di qualcun altro che è molto difficile coniugare con la tua. E lo stesso vale per i nostri show dal vivo…ma l’effetto risultante è spesso esaltante ed emotivamente coinvolgente, e questo per noi è importante.


http://www.ladytron.com/site.php

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