L’incontro milanese con Suguru Goto di fine novembre 2006 (il 27 concerto presso il Teatro Arsenale, a cura di  Federation of electronic music in Italy e poi il giorno dopo il workshop presso Accademia Internazionale della Musica) ha mostrato tutto il fascino sottile di questo artista, cui DigiMag aveva già dedicato spazio nel numero 12 dello scorso Marzo 2006 con un’intervista di Elena Vairani: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=312.

Ho avuto modo di seguire entrambi i momenti a Milano, ma vorrei approfondire in particolare il workshop, perché l’incontro più informale e rilassato della seconda giornata si è rivelato una ulteriore chiave sia per comprendere non solo le tecnologie usate e spiegate, ma soprattutto il percorso stesso dell’artista. Suguru ha iniziato il workshop con la descrizione tecnica del SuperPolm, una sorta di violino controller che in realtà è muto, ma che serve come interfaccia che raccoglie il gesto del performer per pilotare quindi i generatori del suono (definiti in MAX-MSP). La forma del “violino” , le resistenze variabili con il tatto, gli interruttori, i sensori di pressione ma anche di posizione servono a comunicare il gesto musicale.

Con BodySuite invece lo strumento diventa “wearable”, indossabile: il gesto non è quindi più solo musicale (non si deve dimenticare che Goto è compositore per formazione e membro del centro accademico Irkam di Parigi). La ventina di sensori tracciano i movimenti, gli angoli descritti dal corpo del performer. Suguru puntualizza che di per sé questo non basta a farne una danza, anche se un danzatore potrebbe benissimo usarlo e pilotare suoni e immagini.

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Il performer dunque, attraverso il movimento, esplora per sé ma anche per lo spettatore, una serie di mondi, di luoghi. Più che narrare fatti o emozioni, l’attenzione è nel rendere possibile la percezione di questi spazi. Il non porre il focus sull’emozione non è un volgersi verso il “not human”, ma è un approccio zen, attraverso la percezione (alla fine di sé). Immagine e suono non sono però in una relazione descrittiva e rigida con il gesto. Spesso le relazioni sono anche spostate nel tempo, ad esempio attraverso lenti inviluppi sui suoni. L’ambiguità stessa di questi mondi ne costituisce il fascino.

Il lavoro di Suguru Goto non è free form, caotico, ma gioca sulla tensione tra la struttura del progetto e l’indeterminazione legata al player e alla risposta degli algoritmi di sintesi. In SuperPolm è visibile il gesto con cui il performer seleziona le scene (da intendersi anche come insieme di algoritmi di sintesi audio e video) e insieme in ognuna di queste scelte i gesti possono tradursi (attraverso gli stessi dati trasmessi) in modulazioni diverse. Il performer stesso nel caso del BodySuite non conosce le logiche del codice, ma esplora e apprende dall’esperienza.

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A Suguru lo sviluppo tecnico interessa poco. Sul palco porta con sé lo stretto necessario: i laptop, qualche pedale di controllo, una vecchia interfaccia IRCAM analogico-digitale. Potete trovare molto di più nel bagaglio di molti dj dilettanti. Lo strumento vale in quanto mezzo di esplorazione di nuovi modi della percezione. Percezione quindi significa esserci e percepire con i sensi, non solo attraverso l’udito o l’occhio, ragione per cui a Suguru le registrazioni non interessano (e infatti non pubblica cd).

Il passaggio alla musica robotica avviene attraverso una paradossale inversione: il gesto stesso diventa controllato. E cambiano quindi le possibilità. Suguru, il compositore, è affascinato dalla possibilità di concepire e realizzare partiture “inumane”, difficilmente eseguibili da musicisti. La capacità di un robot di ripetere lo stesso gesto con la stessa forza per ore o giorni, la possibilità di seguire partiture particolarmente complesse, anche nel ritmo apre un ulteriore spazio di ricerca.

Anche la percezione umana ne viene così influenzata. La ripetizione meccanica è meccanica solo nella generazione, ma poi l’ascolto cambia, muta nel tempo. Influenze zen evidenti in questo passaggio, ma anche conoscenze di bio-elettronica e neurologia confermano questa intuizione (ma anche l’esperienza del rave ha questa componente nella mistica della tr909).

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Nei lavori più recenti invece la tensione nasce dal confronto. Il corpo diventa “augmented body” oppure “virtual body” ; a tratti il performer conduce , a tratti è condotto dalla macchina , anche meccanicamente (come anche in alcuni lavori di Marcel Lì Antunez). Lo spettacolo non è mai narrativo, ma si muove attraverso queste energie, queste tensioni, cercando di capire dove siano, se ci sono, i limiti. Alla fine è un problema di identità, di definizione del limite tra umano e non umano.

Per esplorare nuovi spazi occorrono strumenti (non di necessità hw-sw): la seconda parte della giornata è stata quindi dedicata ad una introduzione a Max-Msp, ambiente di sviluppo preferito da Suguru (e da molti altri sperimentatori). L’idea alla base è che questo ambiente di sviluppo permette la creazione di strumenti virtuali. I normali sw audio commerciali (Logic, Cubase, Ableton Live) in realtà seguono rigidamente dei paradigmi, dei modi precisi di concepire il suono e la musica. Ambienti che, a uno come Suguru Goto, interessano sicuramente poco.


http://suguru.goto.free.fr/

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