Il Teatro Maddalene di Padova, all’interno della rassegna Contrappunti 06- 07, ha ospitato lo scorso 24 novembre il nuovo spettacolo videoperformativo dei Motus , A place [that again] , pièce diretta da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande tratta da All strange away di Samuel Beckett.

Occasione unica per riassaporare un ritorno, una tranquilla degustazione scenica, corporea e visiva ridotta ai minimi termini, senza particolari dispositivi trascendenziali, niente parola, niente interazione, niente luogo come eccesso installativo. Lo spettacolo è il tentativo di descrivere l’anticamera dell’attesa della morte, una riflessione sulla rappresentazione, una descrizione dell’inesistente. Si indaga il rapporto fra attore e piano bidimensionale illuminati solamente di luce bianca. Uno schermo bianco e una teca trasparente al centro del palco sono i presupposti della performance silenziosa e raffinata, simultanea e poetica, in cui due attori giovanissimi abitano il loro tempo fra movimenti sensuali ed eccessi erotici.

L’accento è messo sulla lentezza dell’azione, sull’essenzialità umana, su questo gioco di sguardi e segni, di entrate e uscite, di neri e bianchi, di carni. E poi ancora disegni con i pennarelli e sfilate in sincronia alternate a godimenti malinconici. Contenitore invisibile. Ed ecco il senso della vita solitaria, imprigionata, immobilizzata. Luce nera, bianco, ancora luce, buio. Parole infinite che escono dal video e scorrono nel video, la società dello spettacolo ci si presenta senza più significati fino alla nostra fine. Montaggio, suoni, geometrie che delimitano. Cosi come è, senza veli ne artefatti, immediatezza e ossessione.

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Motus torna a lavorare su Beckett dopo dieci anni: risale infatti al 1994-95 lo spettacolo che ha coalizzato la compagnia rendendola capace di abitare-trasformare luoghi non teatrali con delle vere e proprie “invasioni” artistiche, ovvero L’occhio belva . Già il titolo dello spettacolo deriva da una definizione beckettiana, quella che usa per nominare la camera da presa… e lo spettacolo tutto ruotava attorno a questa ossessione per lo sguardo, anche se i principali riferimenti erano Quad e lo Spopolatore . L’ Occhio Belva è stato un grande atto d’amore per le liriche visive di Beckett, per il periodo “bianco”, fatto di “atti senza parole”.

“Azione. Un luogo, ancora quello. Mai un’altra domanda. Un luogo, poi qualcuno, ancora quello. Di nuovo Beckett dopo 15 anni per Ripartire da lì . Pick it up. Ancora le sue scarne parole che ci perseguitano come quella luce abbagliante che invade e folgora. Ovunque. Never see, never find, no end, no matter . Ancora quello spazio vuoto. Bianco. Assoluto. Dove tutto si vede. In cui tutto precipita. Senza alternative. All strange away. Diabolico tentativo di  fermare il tempo, di dilatare l’istante del trapasso, definitivo, verso il momento in cui  “nessun rumore di respiro è percepibile”. Immagina gli occhi bruciati azzurro cenere e le ciglia scomparse. Solo carne silenziosa. Mangiata dallo sguardo. Occhio belva . Che cerca negli angoli senz’ombra. La cinepresa filma indaga entra nelle pieghe della pelle. Con rigore scientifico. Espone. Così è la morte, o meglio, la caduta secondo Beckett. Precipitare all’inferno dove l’immaginazione muore. Non c’è più visione? O forse il vedere inizia da lì? Stop. Ora decidiamo di tornare su quelle linee – nello spazio di ciò che è già stato – come un  viaggio d’Orfeo – sapendo di rischiare – sapendo che potremmo  vedere il dissolvimento – il nulla – ci proviamo non cercando il possesso – per lavorare sul Beckett non-teatrale, così essenziale e depurato, occorre essere posseduti.  Entriamo di nuovo nelle straordinarie descrizioni di una “dimora per corpi” geometrica fatta di linee e lettere all’interno della quale i corpi si muovono appena, in attesa di una fine che tarda ad arrivare… dove l’ Imagination va immaginata morta e l’ unico assoluto è il tempo che scorre.  L’ unico modo per sottrarsi al flusso temporale è – (come avrebbe detto Murphy)- ” andar via da sè ” – sedersi su una sedia dondolo e dondolare – rannicchiarsi all’ ombra di una pietra – come Belaqua – l’ indolente del Purgatorio  dantesco – o lasciarsi abbagliare dalla luce esponendo ogni angolo del proprio corpo a una cinepresa che indaga senza pietà. Così è All strange away , la composizione “pornografica” di Samuel Beckett , che non prelude ad alcun paradiso , “…..dove la colpa consiste nel non sapere quale e la pena nel  continuare a cercarla…” . L’attore è ridotto ai minimi termini, esposto sotto una luce accecante così “Come è”. Via ogni egocentrismo – via ogni ornamento – ogni inutile parola – solo Occhio e Oggetto. Ecco, l’ Immagine è Fatta, ora… ”  trovi un senso chi può” .” (testi di Motus)

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La collaborazione tra Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, fondatori e direttori artistici della compagnia, inizia nel 1990 e si concretizza nella produzione di Stati d’Assedio , primo lavoro indipendente, ispirato all’omonimo testo di Albert Camus. Il nome attuale della compagnia risale però all’anno successivo, anno in cui il gruppo inizia ad occuparsi di Samuel Becket, un autore che Motus esplorerà in diversi spettacoli e che fa sentire distintamente la propria eco anche nelle ultime performances. A Becket si ispirano Strada Principale e Strade Secondarie (1991 – il cui nome deriva da un’opera di Paul Klee), Ri-partire da lì (1992), infine L’occhio Belva (1995) su cui viene elaborato anche il video omonimo.

Lo spettacolo debutta all’ Interzona di Verona all’interno di una cella frigorifera 70 m x 30 in metallo che lo spettatore è costretto ad attraversare in un percorso itinerante, tra installazioni sonore e visive. Solo allucinazioni riempiono lo spazio freddo, svuotato, dove le ossessioni di ognuno trovano rimbombo. In questo “purgatorio becketiano” l’occhio si muove alla ricerca di una memoria, infine di un senso che probabilmente non riuscirà mai a toccare. Svuotamento, attesa, desolazione sono temi che in Becket e in altri autori hanno nutrito il percorso di Motus . Nel 1994, la casa della compagnia ospita lo spettacolo itinerante Cassandra. Interrogazioni sulla necessità dello sguardo (1994), ispirato a Cassandra di Krista Wolf.

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Dedicato invece a J. G. Ballard, autore di fantascienza, è lo spettacolo Catrame (1995), interamente ambientato all’interno di una scatola di plexiglas trasparente di 8×3 m. In questa messa in scena “Il rapporto con lo spazio è sconvolto rispetto a tutti i precedenti lavori, il campo operativo del corpo è chiuso, separato dall’ambiente esterno da tutti i lati, una sorta di cella d’isolamento, sterilizzata, un sottovuoto, come sottovuoto è la percezione continua che abbiamo del mondo, dall’abitacolo dell’automobile allo schermo televisivo” . Nel 1997, Motus si cimenta in Orlando Furioso impunemente eseguito da MOTUS , spettacolo in sei tracce che “sventra” il poema di Ariosto per strapparne i nodi profondi e riprodurli nell’esecuzione scenica.

Non si tratta di “rappresentare” l’Orlando furioso con le sue battaglie e i suoi amori, ma di “eseguirlo”. Sono due le cose che interessano Motus : la struttura circolare e labirintica dell’opera, e, parallelamente, l’ossessione feticista di Orlando per Angelica. Si tratta in fondo di due ossessioni gemelle, una sul piano del linguaggio l’altra sul piano del contenuto, che fanno eco a un’analoga ossessione, quella del teatro alla continua ricerca di uno sguardo e di una carne vera; “facciamo una croce sulla rappresentazione, per scavare in profondo, per fare uscire sangue e mettere a nudo la vergogna…” .

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Ampio e impegnativo è il Progetto Rooms , che prende il via da un viaggio di Enrico e Daniela nei deserti dell’ Arizona e del Nevada, e che procurerà alla compagnia il terzo dei Premio Speciale Ubu per ” il gioco di sdoppiamento delle immagini e del racconto nell’evoluzione del Progetto Rooms” . Il lavoro si realizza in più tappe: Vancancy Room (2001), a sua volta work-in-progress , e Twin Room (2002). A Jean Genet si ispira Splendid’s (2002), ma i due autori che più hanno segnato l’ultima produzione di Motus sono Pasolini e Fassbinder.

A Pasolini è dedicato il progetto L’Ospite , di cui fanno parte L’Ospite (2003), ispirato al film Teorema, e Come un cane senza padrone (2004), tratto da Petrolio. La solitudine dell’uomo contemporaneo, la desolazione dei terrains vagues delle moderne periferie dove il grido rimbomba inumano e infine cade nel vuoto, inascoltato; questi sono i temi che intessono il dialogo tra Motus e Pasolini. Lo squallore della vita borghese, fatta di procedure standardizzate e di scenari asettici, è il punto più distante dalla vita reale, è terrain vague, ormai completamente desemantizzato; l’urlo dell’artista si alza da questo deserto per scuoterlo, è un urlo che si eleva direttamente dalla carne e si fa così inumano, nel tentativo di rilanciare la significazione dal principio.

A testi, opere e film di Fassbinder è invece dedicato il nuovo progetto, inaugurato nella primavera del 2005 e che delinea due sentieri di ricerca. Il primo sentiero approfondisce il tema del potere e dell’intolleranza, e trova realizzazione in Pre-paradise Sorry Now ( Piccoli Episodi di Fascismo Quotidiano), dal nome del testo di Fassbinder. Il secondo percorso riprende le atmosfere melodrammatiche di Le lacrime amare di Petra Von Kant, Marta , Un anno con tredici lune , e si ricompone nelle messa in scena di Rumore Rosa (2006).


www.motusonline.com

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