Il teatro Palladium di Roma è stato scena fino al 20 ottobre di Sensi Sotto Sopra, mostra curata dal francese Richard Castelli e compresa nel programma 2006 del Romaeuropa Festival.

Attraverso opere interattive e immersive il curatore ha voluto offrire una sperimentazione delle modalità percettive con le quali ci si rapporta all’arte, al cinema e ai mezzi di comunicazione, ma anche evidenziare lo stravolgimento del rapporto opera-spettatore innescato dall’uso del digitale, tema divenuto ormai un classico dell’intreccio tra arte e tecnologie. Caratteristica interessante della mostra l’aver accostato opere di grande impatto sensoriale a lavori più concettuali, che provocano piccoli cortocircuiti percettivi, momenti di riflessione sulle dinamiche sensoriali standardizzate.

Al primo gruppo appartiene sicuramente la Hemisphere , installazione di Ulf Langheinrich costituita da una cupola del diametro di dieci metri posta nella platea del Palladium, sotto la quale lasciarsi andare a un bagno di granuli audiovisivi in divenire costante, lenta catarsi che allontana dal corpo ed espande udito e visone; immersiva e quasi ludica Helikopter di Holger Förterer, installazione costituita da proiezioni a terra che interagiscono con il movimento degli spettatori, creando l’illusione di camminare su un’acqua di pixel rimescolati; stesso tipo di interazione visivo-motoria nell’opera di Du Zhenjun – Cancello la tua traccia , nella quale lo spettatore è invitato a percorrere un tappeto di corpi intenti a cancellare le tracce del suo passaggio. L’opera ricorda molto i lavori del gruppo italiano Studio Azzurro, presente a Sensi Sotto Sopra con un estratto da Il Soffio sull’angelo: presentato come un’installazione emisferica al centro della sala superiore del Palladium, ha sofferto di questo allestimento che ha castrato la leggerezza e l’interattività dell’opera originale, fatta di corpi fluttuanti su una cupola di velo sospesa sul pubblic.

L’ opera The scream di Gregory Barsamian, è invece basata su una sperimentazione concettuale oltre che sensibile del fenomeno della persistenza retinica: l’artista ha realizzato una sequenza di sculture in gesso che, grazie a un sistema meccanico, creano l’illusione del movimento davanti all’occhio dello spettatore, una sconvolgente metamorfosi di un oggetto reale, uno sfasamento tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Un crack delle nostre abitudini percettive è anche l’installazione TV Predator di Sébastien Nöel @ Troïka, congegno in agguato all’interno di un ambiente che riproduce il classico spazio domestico: un divano, qualche quadro alla parete e un televisore, disturbato improvvisamente dal predatore invisibile. Abbiamo intervistato il curatore della mostra Richard Castelli..

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Claudia D’Alonzo: Qual è l’idea dalla quale sei partito nella progettazione della mostra Sensi Sotto Sopra? Che tipo di lettura hai voluto proporre dell’arte digitale?

Richard Castelli: Quando Monique Veaute e Fabrizio Grifasi mi hanno proposto di realizzare la prima mostra nella storia del Roma Europa, desideravano farlo in un luogo legato in modo particolare al festival: il teatro Palladium. Questo teatro ha molte particolarità: è molto intimo, la platea è circolare ed è inoltre un teatro frontale classico. Mi è sembrato appropriato eliminare le poltrone dalla sala per rompere il carattere frontale della rappresentazione e sviluppare questa rottura attraverso delle opere che stravolgessero la relazione tipica tra spettatore e opera, che rompessero quindi il quadro della scena invadendolo. Sensi Sensi Sotto Sopra è il risultato di un incontro tra un’architettura e un’idea che sfrutta al massimo questa stessa architettura.

Claudia D’Alonzo: Come hai scelto gli artisti presenti?

Richard Castelli: La loro partecipazione è derivata da quanto ho detto prima: la gigantesca cupola di Ulf Langheinrich si adatta perfettamente allo scrigno della sala e offre al pubblico sottostante una nuova dimensione visiva occupata dal vortice, o dal lato inverso, la cupola è contemporaneamente una bella scultura sulla quale giocano gli angeli di Studio Azzurro, visibili dal balcone. Sulla platea, tre opere di Du Zhenjun, Holger Förterer e Marie Maquaire che sembrano controllate dal pubblico; qualche allusione al pre-cinema di Gregory Barsamian e Christian Partos, un’epoca nella quale il quadro non aveva ancora condizionato l’immagine in movimento. Quattro televisori poi di Pierrick Sorin in omaggio al teatro dei fantasmi fiorito nel XIX secolo. Un altro omaggio, quello di David Moises, al genio di un inventore degli anni 60′ che ideò la prima televisione in rilievo. L’interfaccia più interattiva e immersiva del mondo, quella di Time’s Up. Un manipolatore del panorama e del tempo proposto da Romy Achitur. Uno strip-tease integrale senza corpo del reato, opera anche questa di Christian Partos. E l’installazione più aggressiva della mostra: la TV Predator di Sébastien Noël@troika, che attacca il quadro più invadente della nostra epoca, la televisione.

Allo stesso tempo bisogna fare attenzione a non ridurre mai le opere presenti al ruolo di semplici illustrazioni di un concept complessivo: queste opere restano delle potenti e autosufficienti anche al di fuori del concept di questa mostra. Se un’opera dovesse illustrare fedelmente un concept, ma fosse di per sé debole, non la presenterei .

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Claudia D’Alonzo: Parlando delle opere esposte: in alcune si nota un coinvolgimento sensoriale provocato da un alto coefficiente tecnologico, come in Hemisphere, altre invece fanno uso di strumentazioni di tipo meccanico, penso ad esempio a Step motion animation o The Scream . Queste due differenti tipologie di opere implicano modi di coinvolgimento diversi dello spettatore?

Richard Castelli: Il coefficiente tecnologico non indica affatto una direzione nella modalità di partecipazione del pubblico, questo è un fattore indipendente: due opere con una grande differenza tecnica posso coinvolgere il pubblico nello stesso modo, come pure due opere con un livello tecnico equivalente possono coinvolgere in maniera diametralmente opposta.

Claudia D’Alonzo: Mi parleresti della tua esperienza personale come curatore? Come hai iniziato ad occuparti di new media art?

Richard Castelli: Ero destinato d una carriera di biologo molecolare ma ho iniziato a maturare l’dea che l’orizzonte di una tale professione si limitasse socialmente a essere o un ricercatore di stato che sta dietro alla sovversione e all’ascesa di una gerarchia dalla legittimità tutta da dimostrare, oppure un membro di una società che fa del business genetico. Le due opzioni mancavano di glamour e di spirito di avventura, e questo è il colmo per una materia che già in procinto di rivoluzionare l’essere umano e la sua società. Visto che mi interessavo di musica elettroacustica dall’età di dodici anni, ho trovato questa via più interessante. Da lì sono passato alla produzione di musica sperimentale, alla quale si è aggiunta la programmazione e la produzione di spettacoli, installazioni e film, di volta in volta sempre più incentrati sui new media. Infine sono giunto all’organizzazione di esposizioni caratterizzate dall’uso di nuove tecnologie, ma non solo.

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Claudia D’Alonzo: Pensi che l’utilizzo di nuove tecnologie nell’arte stia cambiando il ruolo ed il lavoro del curatore?

Richard Castelli: E’ chiaro che una preparazione tecnica e un modo di pensare che non sia refrattario alla tecnologia sono consigliabili poiché, malgrado una buona preparazione generale, tale compito necessita anche capacità di sintesi e la costante capacità di anticipare i risultati tanto dal lato artistico che scenico. Una migliore conoscenza delle tecnologie permette anche di non essere facilmente mistificato dai ciarlatani che pullulano ovunque. Allo stesso tempo, bisogna lasciarsi prendere, affascinare il pubblico con le opere presentate come anche dalle tecnologie che le animano.

Claudia D’Alonzo: Dalla metà degli anni novanta circa, le installazioni interattive hanno iniziato a caratterizzarsi per un uso di tecnologie sempre più sofisticate ma allo stesso tempo più discrete, meno visibili. Pensi che questa tendenza si sia consolidata attualmente in maniera stabile o credi ci siano altre tendenze nella progettazione degli ambienti interattivi?

Richard Castelli: La miniaturizzazione dell’elettronica e l’accelerazione della velocità di elaborazione permettono di fatto alle tecnologie di essere più discrete, se necessario. Tanto meglio, ma se ciò obbliga gli artisti alla discrezione, allora ci troveremo davanti ad una regressione. Penso soprattutto che l’essere passati dall’interesse per le macchine visibili a un interessere per le tecnologie invisibili dia man forte ai discorsi pseudo filosofici detti o scritti da persone che non pensano le loro. Entrambe, sono cose di poco interesse.


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