Ho assistito a Playing Music qualche mese fa, in un piccolo teatro nella provincia di Livorno. Arrivai tardi, perdendomi così – seppi in seguito – la spiegazione iniziale. Quello che vidi furono due ragazzi, ognuno posizionato davanti a una consolle con 6 sensori infrarossi numerati, che alternativamente, attraverso un movimento della mano in direzione di uno di questi, attivavano eventi sonori brevi e suggestivi, ai quali corrispondeva, su un grande schermo posto loro di fronte, un numero preciso di una matrice numerica 6×6.

Alla fine di ogni evento sonoro sembrava conseguire un punteggio. La musica, che riempiva il teatro con squarci brevi ma intensi, si alternava al silenzio in un dialogo che sembrava in qualche modo ritmare il tempo del pensiero strategico. Dopo circa un quarto d’ora, il concerto si concluse con un vincitore. Il pubblico, tra il sorpreso e l’incuriosito, cominciò a chiedersi quali fossero le regole del gioco e la voglia di sperimentare superò la timidezza. Seguirono altre performance, ma a quel punto da semplici ascoltatori eravamo diventati appassionati giocatori ed esecutori dell’opera.

Davide Morelli e Marco Liuni, informatico e sassofonista il primo, matematico e chitarrista il secondo, entrambi con una grande passione per la musica contemporanea ed elettronica, hanno sviluppato questa installazione interattiva ispirandosi a Iannis Xenakis, compositore da poco scomparso che nel 1958 aveva creato Duel, un’opera per due orchestre e due direttori in cui la Teoria Matematica dei Giochi strutturava un concerto dalle mille possibilità esecutive.

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Ora, in piena epoca digitale e in tempi di intelligenze artificiali, un computer sostituisce l’orchestra, segno che la rivoluzione tecnologica non può non investire la ricerca musicale contemporanea. Ho incontrato Davide Morelli e Marco Liuni, cercando di comprendere, attraverso questo e altri loro progetti, il loro approccio alla ricerca musicale. L’interattività, come vedremo, è elemento essenziale e quasi costitutivo.

Giulia Simi: Entrambi avete una formazione scientifica che si affianca a una formazione musicale. E’ stato così anche per alcuni grandi compositori di musica contemporanea, come Pierre Shaeffer, Pierre Boulez, Iannis Xenakis, solo per fare alcuni nomi. Perché secondo voi? Quale apporto può dare l’approccio scientifico alla musica contemporanea?

Davide: Siamo tutti e due contemporaneamente “scienziati” e musicisti, quindi è per noi abbastanza naturale fondere questi due mondi solo apparentemente diversi. Per me avere un approccio scientifico alla creazione del proprio alfabeto musicale vuol dire sopra ogni cosa controllo, sapere da dove vieni e dove stai andando, cosa fondamentale per il nostro particolare momento storico in cui praticamente tutto è stato fatto e ormai chi scrive può fare tutto, dal tornare alla tonalità al rumore puro. Avere a disposizione troppe scelte paralizza e quindi noi andiamo avanti a piccoli passi: creiamo da soli i nostri suoni usando diversi metodi di sintesi e di campionamento (principalmente tramite il software C sound ) e creiamo interfacce per pilotare i nostri suoni collegando sensori infrarossi al computer (tramite il software Pure Data ).

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Marco: A mio modo di vedere il pensiero scientifico e quello musicale hanno in comune l’utilizzo di modelli teorici che vengono tradotti in oggetti; in alcuni casi tali oggetti hanno una loro concretezza, in altri possono rimanere astratti, come nel caso della matematica. In musica gli oggetti con cui si ha a che fare sono eventi sonori, dunque un qualcosa di ibrido, perché sebbene siano dotati di una loro esistenza fisica, il modo in cui vengono percepiti riguarda aspetti assolutamente intangibili quali la sensibilità e la personalità di chi ascolta. Da qui la possibilità concettuale di trattare i suoni come entità, cui applicare leggi anche apparentemente molto lontane dalla sfera musicale. Nel nostro caso, in Playing Music, gli eventi sonori sono interpretati come mosse di un gioco per due giocatori, e vengono quindi trattate come elementi di uno spazio modellato tramite la Teoria Matematica dei Giochi.

Se nella pratica musicale si è da sempre attinto al pensiero scientifico è probabilmente perché in esso si individua un solido riferimento e un utile strumento; in particolare la musica contemporanea, che spesso sceglie di uscire dagli usuali schemi di organizzazione dei brani e del materiale al loro interno, trova nei modelli e nelle leggi scientifiche ispirazione per nuovi e coerenti metodi compositivi e creativi. Questa è la prospettiva che trovo più interessante, a differenza di derive dogmatiche che legano il valore di un’opera musicale all’eleganza della legge o del processo che ne determinano la struttura e l’articolazione. La scelta di seguire l’idea di Xenakis sull’applicazione della Teoria Matematica dei Giochi in musica che io e Davide realizziamo in Playing Music, è frutto proprio della convinzione che tale teoria presenti un forte potenziale espressivo che può tradursi in una diversa concezione della struttura di un’opera e della partecipazione del pubblico.

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Giulia Simi: Il vostro lavoro è quasi totalmente orientato all’interattività, sfruttando le enormi possibilità fornite in questo senso dalle tecnologie digitali. Pensate che questo tipo di interattività possa considerarsi una sorta di prosecuzione di quella corrente della musica contemporanea cosiddetta “aleatoria”, che in qualche modo lasciava ampi spazi di “libertà” interpetativa ed esecutiva nell’opera musicale? Insomma, si può dire che la tecnologia ditigale ha esplicitato e reso fisico un tentativo già messo in atto di rendere l’ascoltatore partecipe e in un certo senso coautore dell’opera?

Marco: Solitamente si usa l’espressione “musica aleatoria” quando si ha l’intervento di un procedimento casuale di qualche tipo nella composizione stessa di un’opera, sia esso il lancio dei dadi, come faceva Cage, oppure l’applicazione di teorie probabilistiche, come nel caso di Xenakis. L’aspetto a cui ti riferisci, e che a mio parere interpreti perfettamente, è quello dell’indeterminazione di un’opera, ovvero il fatto che un compositore realizzi la struttura di un lavoro prevedendo la possibilità che l’esecutore compia scelte arbitrarie suonandolo; il materiale sonoro in questo modo non necessariamente è composto aleatoriamente, ma prevede una qualche libertà di scelta per chi lo esegue. In questo senso le tecnologie digitali, e quindi la possibilità di realizzare interfacce immediate e multifunzionali, danno la possibilità di ampliare a dismisura il possibile intervento dell’esecutore e del pubblico stesso sullo svolgimento di un brano. In Playing Music questo aspetto è reso estremo: il fatto che la musica sia originata da un gioco piuttosto semplice e che le console agli infrarossi con cui si comanda il software siano di utilizzo immediato, fanno sì che il pubblico sia l’esecutore. La partecipazione di chi è in sala non è accessoria, ma necessaria, il brano esiste solo se due giocatori decidono di cominciare la partita.

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Giulia Simi: In Playing Music, l’aspetto ludico dell’ascolto musicale diviene preponderante, tanto da sovrastare il contenuto stesso dell’installazione, che diviene per vostra stessa intenzione variabile e in qualche modo secondario. La struttura ludica è in un certo senso essa stessa opera. Perché quest’attrazione verso il gioco e quali sviluppi pensate che potrebbe dare in termini di stimolazione della percezione sonora?

Marco: Il gioco è un’esigenza intima dell’essere umano, e questo costituisce un aspetto interessante in campo musicale in due sensi distinti. In primo luogo, il fatto che una persona sia chiamata a giocare lascia cadere gran parte delle inibizioni legate alla partecipazione di un ascoltatore a una performance musicale: altro è tentare di coinvolgere una persona del pubblico a improvvisare con uno strumento, altro è proporgli di giocare; e in questo modo, se il gioco e il materiale sonoro sono ben pensati, il flusso musicale può arricchirsi del contributo che ciascun giocatore può dare: con la scelta di una personale strategia ma anche con gli errori che compie. In secondo luogo, il fatto che Playing Music sia un gioco basato sul riconoscimento degli eventi sonori, lo rende un possibile metodo didattico del linguaggio musicale: in questo senso concentrarsi sul fine ludico può eliminare la difficoltà e il rifiuto di compiere esercizi di ascolto spesso frustranti, in particolar modo per un bambino.

Playing Music è per noi un primo passo verso l’obiettivo di creare software musicali interattivi, concentrati sull’ascolto, nei quali la percezione uditiva determini l’evoluzione dell’interazione. A questo proposito la scelta si è indirizzata sull’uso degli infrarossi nell’interfaccia di Playing Music , per far sì che l’interazione con il software avvenga in modo estremamente naturale, semplicemente allungando una mano in una certa direzione. Per rendere Playing Music uno strumento davvero a disposizione di chiunque si è inoltre voluto far sì che l’intero meccanismo che gestisce il gioco sia di libera riproduzione ed utilizzo: il programma si basa sul software open source Pure Data, la scheda Arduino, che trasforma il segnale dei sensori in messaggi digitali trasferiti via USB, può essere costruita a partire dagli schemi pubblicati online dal costruttore o semplicemente acquistata a prezzi irrisori.

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Giulia Simi: In una delle vostre performance, si attua un’improbabile quanto affascinante improvvisazione musicale uomo-macchina: Davide, con il suo sassofono, suona improvvisando su alcuni brani generati runtime dal computer. Impossibile non pensare a una sorta di cyber-jazz. Quanto il jazz s’inserisce nel vostro background e che sviluppi pensate potrebbe prendere attraverso le nuove tecnologie? Le tecniche di Artificial Intelligence e di Artificial Life possono inserirsi in questo senso?

Davide: Amo molto il jazz ma non sono un jazzista. Il jazz ha una sintassi che conosco poco e che non ho mai studiato. Ciò che condivido con i jazzisti è la scelta dell’improvvisazione e l’idea di performances in cui struttura non sia rigidamente definita. L’interazione a cui accenni è realizzata con un software che sto sviluppando nell’ambito di una ricerca finanziata dal Live Algorithms for Music Network del Goldsmiths College di Londra e consiste nell’applicare tecniche di Artificial Intelligence all’improvvisazione musicale. L’utilizzo più frequente che facciamo di questo software è quello di un improvvisatore di armonie: in una prima fase insegnamo al software il tipo di armonia che vogliamo, semplicemente suonando sequenze di accordi; i messaggi MIDI sono interpretati in accordi e viene creata una memoria delle probabilità di transizione da un accordo all’altro. Successivamente, dal vivo, chiediamo al software di creare sequenze di accordi che seguano lo stile che gli abbiamo insegnato. Questo ci permette di suonare in concerto su una base armonica sempre diversa e sempre in evoluzione, le cui regole però conosciamo bene perchè seguono il nostro stile personale.

Siamo molto interessati a sfruttare tutte le potenzialità della ricerca che sto svolgendo a Londra, in particolare sfruttando Algoritmi Genetici per creare variazioni di pattern (melodici, ritmici o armonici): si tratta di una tecnica di Artificial Life che simula l’evoluzione di una popolazione di individui il cui corredo cromosomico consiste in una caratteristica musicale e in cui, generazione dopo generazione, tutti i cromosomi si mischiano tra individui creando soluzioni inaspettate e spesso imprevedibili. E’ interessante soprattutto perchè è una delle poche tecniche di AI che, più che dare risposte, crea nuova informazione.

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Stiamo percorrendo quindi il percorso iniziato con Playing Music e cerchiamo di creare giochi musicali sempre più intuitivi, ma anche dotati sotto di una complessità sufficiente a consentirci di creare strutture musicali interessanti. Vogliamo sorprenderci mentre suoniamo e quindi sfrutteremo ulteriormente il software che sto sviluppando per il progetto londinese. L’AI e l’AL possono dare enormi stimoli sia in fase di composizione che in fase di esecuzione di un brano musicale: si può chiedere a un algoritmo di creare in tempo reale strutture coerenti con un principio base (ad esempio una struttura autosimilare come i frattali), usando come materiale di partenza ciò che sto suonando con il mio strumento. In questo senso l’AI è insostituibile, perchè nessun musicista umano sarebbe in grado di improvvisare strutture formalmente ineccepibili con materiale non preparato. In ogni caso tutto questo per noi è solo uno strumento per creare della buona musica, che rimane in ogni momento il nostro obiettivo principale.


www.dromoi.it

www.livealgorithms.org/

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