Che sia negli altri o che sia in noi stessi, l’orrore va affrontato con un po’ di spirito. Sembra questa la lezione di due videoartisti diversissimi nella tecnica e nelle tematiche, ma accomunati da un sottile humor con cui inscenano storie di ordinaria follia.

Mostri assetati di vendetta e licantropi filosofeggianti da una parte, donne intrappolate in crisi esistenziali e in personalissimi inferni quotidiani dall’altra, in ogni opera le stanze buie della mente e i vincoli sociali vengono esplorati con sottile ironia. Sono Christian Jankowski e Eija-Liisa Ahtila, in mostra a New York, rispettivamente a The Kitchen e al MoMA.

Jankowski, tedesco di origine e newyorkese d’adozione, si diverte a coinvolgere nei suoi progetti persone estranee al mondo dell’arte. Per questa mostra, intitolata significativamente Us and Them, “noi e loro”, l’artista mette in scena una carrellata di situazioni ai limiti del surreale, in cui il focus è l’orrore come stato mentale e come genere cinematografico.

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In Angels of Revenge (2006), una serie di partecipanti a una conferenza sull’horror sono mascherati da mostri e sviscerano i propri sentimenti di rivalsa, spesso accentuati fino al puro sadismo, verso chi li ha offesi o traditi. Il video è accompagnato da una serie fotografica dove i protagonisti sono affiancati dalle proprie lettere di vendetta.

Lycan Theorized (2006), nato dalla realizzazione di un vero film horror, presenta tutti i luoghi comuni dei film sui lupi mannari, inframmezzati da dissertazioni sul tema tratte da scritti di teoria cinematografica. Finzione, citazione e realtà si intrecciano anche in Playing Frankenstein (2006), un corto muto in 16 millimetri, ovviamente in bianco e nero, dove Jankowski gioca una partita a scacchi non con la Morte, bensì con un attore che sta girando un promo per impersonare Frankenstein.

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Più intimistica la Ahtila, artista finlandese nota per i disperanti quadretti domestici al femminile. Viene presentata per la prima volta in un museo di New York con The Wind , installazione a tre canali in cui il vento del titolo scompiglia l’appartamento della protagonista (e voce narrante), riflettendo il suo marasma mentale e offrendo la possibilità di fare pulizia e liberarsi, oltre che dei pesanti mobili e di inutili fronzoli, anche delle fobie e delle ossessioni che l’accompagnano da una vita.

L’installazione nasce come episodio del più ampio Love is a Treasure (2002), un lungometraggio proiettato separatamente per tutta la durata della mostra: sorriso e amarezza si intrecciano senza soluzione di continuità attraverso paesaggi reali e mentali, in cui 5 donne raccontano in prima persona le proprie fantasie e nevrosi.

Senza pretendere quindi di dare lezioni esistenziali, queste due mostre indagano con leggerezza sentimenti e turbamenti comuni a tutti, troppo spesso nascosti dietro una maschera o relegati nei meandri della psiche. E pronti a scatenarsi nei momenti più inaspettati.


www.thekitchen.org

www.moma.org

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