Ci siamo. Dal 28 settembre al 29 ottobre 2006 il laboratorio creativo estivo dove giovani artisti, musicisti, dj e vj hanno animato la Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, diventa una vera e popria mostra, e tutte le esperienze maturate nel corso di questi mesi vengono raccolte in The End, esposizione dei lavori realizzati.

Il tutto orchestrato dalla performer Anna De Manincor del gruppo Zimmerfrei, che ha voluto dar vita ad un’esperienza mai fatta prima d’ora: trasferire tutto il processo di produzione artistica dentro uno spazio espositivo e far “lavorare” a stretto contatto alcuni degli artisti più significativi del contemporaneo. La Galleria diventa così luogo di creazione ed esposizione, il museo inteso come spazio neutro dove si classificano e conservano cose che in quanto opere dovrebbero comunicare, ora si allarga al relazionale, diventa contesto dialogico e dinamico, diventa compresenza di competenze specifiche e trasversali, insomma la Galleria Civica di Trento come residenza in work in progress condivisa questa volta anche con i fruitori dal vivo.

Se “l’occhio è un organo che allontana enormemente”, qui siamo di fronte a un’esperienza al buio, mille occhi e mille mani hanno “impastato” per così dire gli ingredienti D.O.C. della permanenza creativa senza risparmiarsi, e superando ogni distinzione fra alta e bassa cultura evidenziando come il modello di trasmissione possa portare al superamento dei confini tradizionali, come diceva cioè Baudelaire, all’abiura di ogni carattere sistematico. Eppure qui siamo di fronte proprio al “sistema dell’arte il quale riproduce il meccanismo moderno e produttivo della fabbrica” [ Speroni, 1995 ] con le ovvie differenze e le tante stupefacenti improvvisazioni. Ora questo luogo non è più solo uno spazio per produrre e inventare ma anche uno spazio da occupare e interpretare, da valorizzare e dominare, da abitare e inventare.

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Porterei in primo piano non tanto il risultato finale del lavoro artistico, che pur bisogna evidenziare essendo ad altissimo livello e non deludente rispetto alle aspettative, quanto i significati di questo esperimento collettivo da una parte e individuale dall’altra. Evidenziare la rotta dell’arte contemporanea verso le tecnologie della comunicazione che esprimono dispositivi capaci di reintegrare qualsiasi forma autonoma; il video, la grafica e la multimedialità assieme alla performance sono stati i perni e il fulcro di questa esperienza. Il tutto si è consumato dunque fra artificiale e naturale, fra arte e fruizione, fra modello ed antimodello, fra il prima e il dopo, consentendo di domandarmi se natura e arte, che come valori si sono generate l’una con l’altra, possono sopravviversi.

Se l’arte è nata in Europa e il visivo il America (Warhol ), a Trento siamo di fronte a una connessione fra grafosfera e videosfera, fra estetica ed economia suo malgrado: quello che si “chiede” a Elisabetta Benassi , Corpicrudi o Adian Paci non è che la propria iniziativa per un lavoro di diffusione e simulazione ordinando i propri stereotipi. Con l’audio-visivo si può fare quello che poco più di mezzo secolo fa non si poteva fare, e la performance come danza in ogni caso, si è scrollata la sua nobiltà cortigiana democratizzandosi intorno a noi. Le tecniche visive, forse, aiutano il mondo a prendersi gioco di noi e oggi l’arte non fa altro che far scomparire la realtà e di mascherare con il tempo questa scomparsa. Oggi ogni cosa vuole solo essere assorbita nella vita come nell’arte. Si passa quindi dal ready-made al reality-shows fino al Tempo Reale e al Virtuale e se McLuhan considerava le tecnologie moderne delle “estensioni dell’uomo” ora potremmo arrivare a considerarle carnefici della realtà, non a livello certo di un Baudrillard perfetto, ma ci siamo vicini. L’arte è divenuta in questo caso prova generale e prima assoluta, assimilazione e trasfigurazione, lavoro e contemplazione, l’inizio, il mezzo e il fine con e per il pubblico forse vero protagonista di tutto l’evento.

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Siamo agli artisti e ai lavori che piano piano hanno preso forma e spazio in uno stimolante ambiente originale e nello stesso tempo familiare. Di Elisabetta Benassi si potrà ammirare Yeld to total elation, girato in Valle di Non, ove l’artista ha ambientato un’opera sull’energia, sul fuggire del tempo, sulla sua consumazione, con un’automobile che corre inesorabilmente in un circuito di una cava. Il collettivo Corpicrudi, invece, ha realizzato nelle sale della galleria il proprio Study for Stella last ciak, parte di una serie che indaga il rapporto fra finzione e realtà. Luca Coser propone una videoinstallazione in cui dalla feritoia di una porta compaiono decine di volti diversi.

Gianluca e Massimiliano De Serio hanno coinvolto il pubblico trentino in un casting alla ricerca della protagonista di Neverending Maria Jesus, una reinterpretazione dell’ultima scena del loro film Maria Jesus (2003), storia vera di una donna peruviana, lavoro a metà tra rappresentazione e memoria. Michael Fliri ha costruito una finta casetta entro gli spazi della galleria e realizzato un piano sequenza durante il quale l’artista la modifica dando luogo a quattro diverse abitazioni.

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Stefania Galegati ha scosso il tranquillo capoluogo trentino con un casting alla ricerca di ottanta comparse per il suo nuovo video, un giallo per la cui realizzazione Piazza Duomo a Trento è stata invasa di attori, poliziotti, turisti e curiosi. Adrian Paci gioca sul contrasto tra le immagini maestose delle montagne del Lagorai e il suono dei campanacci di una mandria di mucche che si fa concerto. Pennacchio e Argentato , in Val di Fiemme, hanno girato un video ambientato fra le rocce dolomitiche, basato sul concetto di tempo, di traccia, come un gap percettivo della dimensione temporale, dell’idea di oblio e perdita. Marinella Senatore, che ha collaborato all’allestimento delle sale della galleria, ha invece proposto una rivisitazione del genere musical , basata su una serie di “storie inutili” che girano attorno alla figura del più grande studioso di fiocchi di neve del mondo. All the things I need ha visto il coinvolgimento di comparse e di un coro locale.

Marcello Simeone ha completato, avvalendosi dei mezzi tecnici messi a disposizione in loco, l’editing di un suo progetto, realizzato con immagini girate a Londra, rielaborate, montate e rivisitate proprio sotto gli occhi del pubblico della Galleria. Suzie Wong+Yuri Ancarani+Wang Inc hanno proposto un lavoro dall’intento indagatore, andando a sviscerare gli aspetti nascosti dei locali in cui si gioca d’azzardo, ovunque uguali, a Trento come a Roma, in Italia come all’estero, accomunati dallo stesso genere di umanità, dalle stesse insegne accattivanti, dagli stessi frequentatori e dallo stesso clima.

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Zapruder Filmakergroup, ha realizzato un secondo episodio del ciclo Daimon . Dopo Daimon. Il laceratore , è infatti la volta di Daimon. XXX (Trente) , basato sulla tecnica dell’anaglifia applicata ai paesaggi trentini e in riferimento ai testi “le Petit” di Louis Trente e “L’ano solare” di Georges Bataille. ZimmerFrei, ideatori dell’intero progetto Cinema Infinito , hanno lavorato con Mk alla realizzazione di un ulteriore progetto video della loro serie Shooting test. Diego Zuelli, con il suo Giovane triste a Trento, di rimembranza duchampiana, ha invece ambientato la sua opera di computer grafica nelle vie, piazze, luoghi tipici della città, completamente deserta, ove un ragazzino si aggira con fare spaesato.


www.workartonline.it

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