Insieme organico di elementi, materiali o non materiali, in rapporto di coordinazione e interdipendenza reciproca. Questo il significato del termine Struttura, secondo il dizionario italiano, e questo è anche ciò che si trova nella “tre giorni” toscana di studio e confronto sui linguaggi e l’arte dei nuovi media.

Struttura, quest’anno alla sua seconda edizione, è infatti un insieme di elementi in rapporto di coordinazione e interdipendenza reciproca. A cominciare dagli stessi organizzatori: un gruppo di ragazzi e ragazze con diverso background culturale, ma accomunati da una partecipazione teorica e pratica ai media digitali. Il risultato è una miscela vincente, che ha saputo coniugare perfettamente lo sguardo artistico a quello tecnico, nel tentativo di abbattere inutili barriere tra campi di lavoro e studio solo apparentemente diversi.

Oltre all’esposizione di alcune installazioni e la proiezione di una rassegna video tratta dal prestigioso Festival di Pesaro, la rassegna è stata animata da artisti, critici d’arte, ricercatori e professionisti delle nuove tecnologie (Sandra Lischi, Valentina Tanni, Bianco -Valente, Luca Farulli – solo per fare alcuni nomi ), che si sono confrontati sulla comunicazione e l’arte digitale e i loro possibili sviluppi futuri, nell’intenzione di cominciare a camminare su una stessa strada. Cosa diventerebbe la nostra società se davvero tecnici, scienziati, filosofi, letterati e artisti cominciassero a studiare insieme per la costruzione di visioni complesse della realtà? Se smettessimo di lavorare ognuno chiuso nella propria torre d’avorio, riusciremo forse a creare rappresentazioni davvero utili per la comprensione dell’essere umano e delle relazioni che instaura con l’altro e con l’ambiente circostante?

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Ne ho parlato con uno degli organizzatori di Struttura , Thomas Alisi, web engineer in Meex.it e dottorando al Micc ( Media Integration and Communication Center), nonché docente al Master in Multimedia Content Design dell’Università di Firenze, dove per la prima volta, da allieva, l’ho incontrato.

Giulia Simi: Partiamo dagli inizi. Da cosa nasce Struttura?

Thomas Alisi: Nasce da un mix di competenze diverse. Il supporto del comune di San Vincenzo è stato fondamentale per iniziare e continuare a svilupparsi: è raro trovare una sensibilità ai nuovi media nelle pubbliche amministrazioni. Il vero cuore di Struttura comunque è l’attitudine dei suoi partecipanti allo sviluppo, diffusione e condivisione di contributi, in un ottica spiccatamente interdisciplinare orientata ai new media. Se poi si va a esplorare l’origine del nome della manifestazione, spicca la contraddizione tra l’attitudine dotta e semiotica del termine e la voluta citazione di un simbolo mainstream nell’evoluzione delle tecnologie: Matrix. La natura completamente orizzontale della “Struttura” si riflette nel progetto meex.it che accomuna i partecipanti: letteralmente “media experience”, ricorda l’atto di mescolare e quindi di creare un mix di competenze diverse. Questa struttura orizzontale ci ha consentito di agire in maniera flessibile e attivare quello spirito di “volontariato” indispensabile alla realizzazione del festival.

Giulia Simi: L’edizione di quest’anno era incentrata soprattutto su video-art e net-art. Quali sono secondo te i punti in comune e le differenze tra queste discipline artistiche?

Thomas Alisi: L’anno scorso mi è capitato di confrontarmi con il Prof. Farulli dell’Accademia delle Belle Arti di L’Aquila: mi stava illustrando uno dei lavori della videoartista Petulia Mattioli. Al termine della proiezione mi aveva chiesto un opinione sul lavoro appena visto; da parte mia avrei potuto contribuire con un commento che era dettato più dallo stato emotivo suscitato che non da un pregresso di conoscenze che mi permettessero di valutare con la dovuta oggettività. Con mio stupore il commento da me fatto era in accordo con quanto teorizzato da Farulli. Trovo che il punto in comune tra queste differenti discipline possa essere, oltre ad un’affinità generata dal minimo comune denominatore dei nuovi media, l’attitudine a esplorare la natura e il significato della rete, per poi comunicarli attraverso mezzi considerati non convenzionali se non addirittura sconosciuti. Il goliardico contrasto che saltuariamente si genera nel commentare reciprocamente la produzione artistica penso sia il sintomo di quanto queste discipline abbiano più punti in comune che differenze.

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Giulia Simi: Ho trovato in Struttura un tentativo preciso di coniugare la visione artistica e quella tecnica, unite tra loro attraverso il medium di riferimento, il computer. Quanto è difficile secondo te quest’operazione? E che risultati potrebbe dare invece, se fosse una pratica più diffusa, sia in ambito accademico sia fuori?

Thomas Alisi: Coniugare le visioni è indispensabile. A costo di spezzare legami di amicizia, collaborazione o quant’altro. Ogni secondo di tempo impiegato a travasare tecnica in arte e viceversa è prezioso. Le tecnologie sono complesse e lo diventeranno sempre di più; la visione artistica necessita di un bagaglio di estetica il cui peso aumenta continuamente. Risulta semplicemente impossibile realizzare qualcosa che sia tecnicamente valido e artisticamente evocativo senza che ci sia convergenza tra le due realtà in un unico flusso di media. Le potenzialità della condivisione e cooperazione sono chiaramente illimitate ma vincere le resistenze, soprattutto in ambito accademico, è complicatissimo: purtroppo molto spesso forzare la logica bottegaia è il primo ostacolo da affrontare per cercare di realizzare qualcosa.

Giulia Simi: In uno degli interventi di questa tre giorni c’è stato un acceso dibattito sulla possibilità o meno di creare del sapere condiviso attraverso internet. Di più: tu hai parlato della possibilità di creare concetti universalmente validi solo sulla base di algoritmi “predefiniti”. Sarebbero dirette in questa direzione le ricerche sul web semantico, che, tra le altre cose, prevede la possibilità di creare automaticamente le keyword di un testo, esonerando quindi da questa operazione la mente umana, il cui limite sarebbe quello di essere portatrice di una visione soggettiva. Non pensi però che questo nasconda la presunzione di pensare la tecnologia come uno strumento neutro, capace quindi di generare una conoscenza universale e oggettiva? Ovvero, non incorriamo nel rischio di creare sì un sapere condiviso, ma in realtà estremamente limitato, privo di sfumature e di quella ricchezza data da una visione molteplice della realtà?

Thomas Alisi: La sera in cui a Struttura abbiamo parlato principalmente di videoarte, è saltato fuori l’argomento Intelligenza Artificiale. La coppia di artisti Bianco-Valente hanno illustrato un loro lavoro: due macchine che si fronteggiavano conversando, nel vano tentativo di superare il test di Turing, potenzialmente spingendo la conversazione verso l’infinito, fintanto che una sorgente elettrica le avesse alimentate. Chi mai potrebbe credere che due esseri umani possano conversare per un’eternità senza aver mai bisogno di soddisfare i propri bisogni fisici? Quando si chiede ad un essere umano di moltiplicare due numeri da sei cifre, la risposta più intelligente che ci si aspetta è una lunga pausa di riflessione conclusa dalla comunicazione di un risultato sbagliato piuttosto che un elaborazione esatta durata qualche nanosecondo. Le macchine non comprendono quanto è morbido un gatto, il leggero sapore piccante dell’olio appena spremuto, l’insieme di odori che ricordano l’infanzia. Le macchine sono ottime per digerire milioni di miliardi di lettere e simboli, categorizzare, trovare piani di separazione, calcolare curve di distribuzione, bestie da soma che portano il loro carico in cima alla montagna. Quello che poi viene costruito lassù in cima sta nelle mani delle persone, nella loro capacità di creare, realizzare un secondo di estasi poi trovare un’altra vetta e ricominciare da capo.

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Giulia Simi: Il titolo di Ars Electronica quest’anno era: “Simplicity, the art of complexity”. Tu ci sei stato. Credi che sia davvero questo il futuro? Rendere semplice la complessità? John Maeda afferma che la semplicità non è l’opposto della complessità ma la sua chiave complementare, quello che ci permette di accedere e utilizzare i polimorfismi della realtà virtuale o le reti della conoscenza globale. Ovvero, serve un approccio semplice di fronte a un mondo complesso. Sei d’accordo con quest’affermazione? Come pensi che possa tradursi in termini di sviluppo futuro dei nuovi media?

Thomas Alisi: Non si rende semplice la complessità. Non esiste distinzione tra semplicità e complessità. Non esiste limite alla complessità e dunque alla semplicità. I fisici che hanno teorizzato e sperimentato i concetti di termodinamica hanno sottolineato marcatamente queste affermazioni circa cento anni fa: l’entropia, il calore, il caos, sono destinati ad aumentare. Quando si comprende appieno l’essenza della complessità che abbiamo da gestire, si comprende automaticamente la semplicità con la quale questa deve essere descritta. Un professore di geometria a ingegneria soleva dire che la sua materia era paragonabile ad essere al centro di un cubo di grandi dimensioni: via via che la si studiava si procedeva in direzione di uno dei vertici del cubo e apparentemente la visuale si restringeva. Ma quando si arrivava al vertice e ci si voltava, allora la splendida semplicità del cubo si rivelava interamente. C’è un solo modo per contribuire allo sviluppo della visione unitaria di semplicità e complessità, come diceva Samuel Beckett: provare, fallire, provare di nuovo, fallire di nuovo, fallire meglio.


http://www.struttura.li.it/

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