Nella costruzione di una performance audiovisiva contano diverse dimensioni: gestione dei tempi, rapporto con lo spazio, equilibri cromatici e formali, coerenza progettuale e compositiva, sincronia audiovisiva, sinestesie, liveness.

Ma forse, più di ogni altra cosa, la componente che che conta maggiormente è l’immersività: riuscire cioè a creare un ambiente multisensoriale che si distacchi radicalmente da “ciò che sta fuori”; un mondo a parte, fortemente esperienziale, una cesura netta con la quotidianità. Un biglietto di sola andata per la nave spaziale.

Nonostante la visual music sia una forma espressiva che ha accompagnato carsicamente tutto il novecento (iniziando forse anche prima), è soprattutto nell’ultimo decennio che ha preso piede la consapevolezza di una disciplina a sé stante, fruibile anche fuori dagli ambienti iperspecializzati dei più stretti addetti ai lavori. La performance audiovisiva (o mixed-mediale, o live media, o live cinema, o viewsic, o come si decide di chiamarla di anno in anno e di festival in festival) subisce l’influenza, è noto, di molte altre forme artistiche che con essa confinano: design, architettura, pittura, cinema, musica, teatro, programmazione, e molte altre ancora.

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Recentemente mi sono trovato a riconsiderare il peso che il design ha nell’impasto che serve per cucinare al meglio una performance. Il design è una pratica, anch’essa interdisciplinare, che vive sospesa tra due estremi. Da un lato è la precipitazione progettuale di necessità ingegneristiche per la produzione di beni, materiali e immateriali, attraverso una ricerca estetica e sui materiali: è il caso della bottiglia Menda di cui parla diffusamente Harvey Molotch nella Fenomenologia del tostapane. Dall’altro è uno strumento che serve a trasformare all’infinito il valore estetico dei manufatti, lasciandone intatto il valore d’uso: difficilmente nella progettazione di una forchetta si potranno inserire delle modifiche sostanziali alla forma tipo, sperimentando soluzioni radicalmente nuove.

Ecco. Credo che anche nelle performance audiovisive questa sia una tensione esistente. Negli ultimi anni mi è capitato di assistere a performance raffinatissime dal punto di vista tecnico ma molto poco immersive dal punto di vista esperienziale. Non che questo sia necessariamente male: la ricerca può avvenire in molte dimensioni, e può anche approfondire immaginari invece che scenari; delineare con sempre maggior precisione delle visioni e “materializzarle” con eleganza può essere un obiettivo interessantissimo. Ma sono, secondo me, tutte occasioni nelle quali si indaga esclusivamente sulla variazione estetica senza andare a intaccare la forma-tipo; la raffinatezza del lavoro diviene l’obiettivo principale. Molto più rare sono, invece, quelle performance nelle quali l’influsso disciplinare del design viene utilizzato come strumento per lavorare su qualcos’altro. E questo ci riporta al concetto dell’immersività.

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Il problema è, almeno secondo me, assolutamente politico. Inseriti in un sistema di produzione e consumo sempre più abbondante e pressante, assediati da beni e servizi che proliferano per soddisfare ogni possibile variazione di gusto, abbiamo veramente bisogno di nuove forme espressive che varino solo in base all’estetica? Io credo che quello che ci serve siano nuove esperienze che ci disassino rispetto alle nostre traiettorie di percezione socialmente stabilite, stati di coscienza progettati ANCHE grazie al design che siano in grado di farci immaginare territori inediti. Il che vuol dire, forse, pensare a cambiare il valore d’uso delle performance audiovisive.

In questo senso inizio a sospettare che, nel magma delle connessioni interdisciplinari di cui parliamo da anni, dovremmo iniziare a guardare maggiormente al teatro, non tanto quello che è ma per gli studi che porta e ha portato avanti sulla costruzione di mondi panici.

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I festival e le performance audiovideo tendono ancora ad essere delle scatole più o meno raffinate e più o meno prestigiose in cui si riversano contenuti diversissimi tra loro differenziati da una ricerca sostanzialmente estetica. Iniziamo a pensare a luoghi, performance e modalità di fruizione che ci permettano di salire sull’astronave.

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