Si chiama Xerrox, si ispira al processo di fotocopiatura, ed è un progetto che esplora i confini della riconoscibilità di un’informazione. E’ l’ultima creatura di Carsten Nicolai, a.k.a. alva noto: un live per laptop e video, dove la campionatura originale viene riprodotta e variata, disturbata in modo da creare un prodotto che ne sfuma le caratteristiche senza perdere completamente l’identità. Il risultato è una sinestesia in cui noise e glitch trasfigurano le informazioni per creare un nuovo codice, che pure mantiene alcune proprietà dell’origine.

Carsten Nicolai è da anni uno degli indiscussi maestri della musica elettronica sperimentale a livello internazionale. Immerso da tempo in un flusso creativo che raramente sottende ai colpi della ripetitività e della banalità, Nicolai è altresì soggetto a un costante processo di evoluzione musicale del quale non si vede ancora la fine. Nel solco dei grandi maestri che hanno portato nel secolo scorso la musica elettronica all’interno degli ambiti accademici più ristretti, Nicolai ha saputo diventare punto di riferimento non solo per coloro che vedono in lui un solido ponte con la musica sperimentale di domani, ma anche per tutti coloro che rimangono affascinati dalla sua estetica glitch, noise e minimale, capace di coniugare in un unicum perfetto di suono e immagini sia la componente tecnica che quella estetica più moderna, ricca di rimandi alle tradizioni culturali del passato che costituiscono la spina dorsale dell’analisi audiovisiva di oggi.

Capace di attirare su di se le attenzioni di un’intera communità di artisti dediti alla ricerca musicale elettronica e alle potenzialità di raffigurazione visiva dei suoni digitali, Alva Noto ha in questo senso fondato, insieme a Olaf Bender, negli anni scorsi la Raster-Noton (il vero prototipo della label di culto, curata fin nei più infinitesi dettagli del suo packaging, nonchè cento di aggregazione di musicisti e sperimentatori di talento indiscusso come nell’idea originale di Nicolai del suo seminale progetto Noton.archiv fuer ton und nichtton, da Ikeda a Basinski, da Lippok a Cascone, da Nibo allo stesso Nicolai) e instaurato una serie di collaborazioni artistiche tra cui quella, universalmente conosciuta, con il musicista giapponese Ryiuchi Sakamoto.

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Non vuole essere compito di questa rivista rassumere tutte le produzioni di Carsten Nicolai, per questo è sufficiente uno sguardo al sito della Raster Noton solo per farsi una prima idea. Di Xerrox quindi e molto altro, abbiamo parlato in occasione della premiere americana al The Kitchen di New York, storico centro dedicato a video, musica, performance e danza d’avanguardia.

Monica Ponzini: Ci puoi parlare di xerrox? In che modo la riproduzione e deformazione di suoni diventa il processo e il contenuto del progetto?

Cartsen Nicolai: Per me è un progetto interessante, ho registrato suoni per quasi un anno e in un certo senso è la prima volta che utilizzo materiali sonori che contengono melodie. Xerrox è piuttosto melody-oriented , e c’è una ragione precisa: memorizzare suoni per noi – chi e’ relazionato con il copiare, moltiplicare, nella paura di perdere qualcosa dell’originale – è strettamente connesso con la melodia. Io sono interessato a capire in che punto del processo compositivo si perde l'”immagine” della melodia, a che punto si perde l’informazione iniziale operando delle possibili distorsioni.

Nel processo di fotocopiatura, a forza di copiare e copiare si producono degli artefatti che, pur avendo degli “errori”, distorsioni, interpolazioni artificiali, hanno affinità con l’originale. Ecco, io ho realizzato un’applicazione che funziona un po’ come una fotocopiatrice: si carica un file e si copia cambiando di volta in volta i parametri. Come nella fotocopia si può cambiare per esempio il contrasto, così posso cambiare la bit-rate o la frequenza. E’ un mezzo digitale molto semplice, ma quello che mi interessa è la qualità dell’artefatto: e ho visto che pur interpolando dei suoni noise , nel sottofondo rimane una melodia riconoscibile. Anche da un punto di vista filosoficoè interessante capire se un artefatto può portare su di se le informazioni dell’originale.

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Monica Ponzini: Si può comparare a una traccia del DNA che si mantiene attraverso le generazioni?

Cartsen Nicolai: Si, in certo senso è coinvolta una mutazione rispetto al file originale. Alla fine si sente rumore ma si riconosce la melodia di fondo, anche se è quasi scomparsa, e la performance si svolge in un crescendo. L’idea della fotocopia è un processo ancora in corso per me: metto insieme una serie di registrazioni e ogni volta che ripeto la performance sono in un certo senso curioso di sentire il risultato. Per me è interessante soprattutto dal punto di vista della percezione: quanto in là mi posso spingere nel distruggere il suono, pur mantenendo una certa riconoscibilità?

Questo progetto è qualcosa di inusuale per me, prima ho realizzato lavori più “puliti”, source-oriented . In un certo senso è il seguito della serie di CD Transall , in particolare di Transspray , che già dal titolo indicava il concetto di “spruzzare” le informazioni. In Xerrox la parte visual in particolare è molto pixelata, spruzzata, è un’immagine ma allo stesso tempo non lo è, non è nulla di definito. Diventa un’interpretazione di te stesso, di quello che ci puoi proiettare dentro… Ognuno ci vede qualcosa di diverso!

Monica Ponzini: So che hai discusso questo aspetto anche con Scanner: qual’è la differenza tra registrazione e performance? Quali sono le implicazioni di ognuna?

Cartsen Nicolai: Registrare e fare una performance sono due cose diversissime. Certo, prima viene sempre la registrazione: specialmente se fai musica elettronica la registrazione è la fase primaria, mentre la performance arriva dopo. La performance è una cosa completamente diversa: quando registri non hai nessun tipo di problema tecnico o spaziale, puoi perfezionare l’ambiente di lavoro, sei in una situazione ideale, hai sempre la possibilità di ritoccare. Nella performance dipendi dal momento. Se compari la performance al suonare uno strumento, lo studio è una sorta di prova.

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Monica Ponzini: Per il Festival Sintesi l’anno scorso, Lev Manovich ha postato sul sito del festival alcune domande sulla cultura digitale. Una era: dato che viviamo in una cultura del remix, ci devono essere dei limiti nochè una possibile etica del remixing?

Cartsen Nicolai: Domanda interessante. Ma prima di tutto mi chiedo se veramente viviamo in una cultura del remix. E’ un concetto molto post-moderno, ma sono convinto che siamo ancora in grado di produrre contenuti nuovi senza basarci sul remix. Io stesso produco sound da zero, ovviamente rifacendomi a un certo contesto culturale, a delle referenze. Penso quindi che si debba contestualizzare l’uso dei samples: c’è un annoso dibattito in musica sul loro uso e su quello del remix. Se il sampling non fosse esistito, non avremmo musica: sono cose intimamente connesse. Prima infatti si memorizzavano e si ripetevano le melodie, è una pratica radicata nella cultura. Oggi sampling e remixing sono piuttosto problemi connessi a questioni economiche dell’industria discografica; non vedo una grossa differenza tra il memorizzare un pezzo e salvarlo su un computer in eterno, ovviamente senza rubare nulla, nel rispetto della proprietà intellettuale.

Monica Ponzini: Hai dichiarato tempo fa che per te era importante attraversare le categorie nel tuo lavoro, ma che poi critici e pubblico lo giudicavano applicando categorie. Pensi che la situazione sia cambiata?

Cartsen Nicolai: Penso che non ci sia stato progresso, anzi! Forse è per come trattiamo le informazioni. Guarda per sempio Google: se vuoi trovare qualcosa devi usare parole chiave. Ci sono un sacco di informazioni, ma dobbiamo sapere quale ha valore e quale no, per cui dobbiamo classificarle, altrimenti non le potremmo gestire. Abbiamo bisogno dei motori di ricerca, di filtri, che però funziono in categorie. E queste diventano per l’appunto fondamentali….

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Monica Ponzini: Beck ha realizzato un album, Guero, che è un progetto multimediale e interattivo. Dalla preview e mashups dei fans online a una versine CD/DVD con videoarte interattiva, poi un remix, Guerolito. Ora medita copertine costumizzabili. Pensi che l’interattività stia diventando sempre più popolare, meno relegata al mondo della sperimentazione?

Cartsen Nicolai: Non sono appassionato di questo tipo di progetti. O meglio: sei anni fa ho realizzato un lavoro interattivo, Polar , in Giappone per Canon Artlab. L’opera in se era molto bella, ma alla fine abbiamo avuto un grosso problema: era troppo costoso e complesso documentare il lavoro, che si è svolto nell’arco di un anno. E poi per ora si possono documentare le performance interattive con i classici DVD, ma rimangono sempre qualcosa di fisso, di non modificabile. Niente a che vedere con il mondo delle performance.

Monica Ponzini: E Internet?

Cartsen Nicolai: Certo, c’è Internet, ma non sono interessato al momento. Sento che con l’interattività non si ha più il controllo del processo creativo e del prodotto, manca un risultato che io possa approvare completamente. Tutto diventa arbitrario e mi manca il desiderio di fare. Se ben fatta l’interattività può produrre risulati notevoli, ma mi sembra che al momento sia un po’ sopravvalutata. Tornando al pezzo realizzato in Giappone: era basato su un touch screen e non avevamo considerato quanto questo fosse vicino alla cultura del videogioco. Nel momento in cui fornisci delle interfacce, la gente pensa sia qualcosa di ludico e ci si trova intrappolati in quel sistema. E questo per me e un grosso problema, mi sembra di combattere contro un’enorme, potente industria.


http://www.raster-noton.de/

www.alvanoto.com/

www.thekitchen.org/

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