La mostra Körper, Gesicht und Seele (Corpo, viso e anima) che giunge al termine al Leopold Museum di Vienna, è l’ultimo dei tanti eventi degli ultimi anni che hanno come tema il corpo. I contenuti riguardano soprattutto la tipizzazione della femminilità dal XVI al XXI secolo, attraverso l’immaginario pittorico rinascimentale fino ai soggetti androgini delle performance contemporanee.

Un’altra esperienza artistica che ha portato sicuramente alla ribalta il tema “corpo” è stata la mostra Körperwelten/ Body Worlds, una summa medico-ingegneristica delle riflessioni sulla materia-corpo. La mostra ideata dal professor Gunther von Hagen, giunta ora alla sua seconda edizione, ha voluto mostrare le potenzialità del processo di plastinazione: tale procedimento, attraverso l’immersione dei tessuti corporei in una miscela di polimeri, arresta (o rallenta all’estremo) il processo di decomposizione organica. Un ulteriore vantaggio della plastinazione è che il corpo può essere trattato successivamente come una materia plastica, ovvero può essere sezionato e modellato in tutte le sue parti (all’interno del ventre possiamo ricavare piccoli cassetti, dalle cosce alcuni ripiani e così via, con un inimmaginabile sguardo anatomico).

Negli ultimi quarant’anni il corpo è stato per così dire rivisitato dai saperi della società; è avvenuta una radicale presa di coscienza che lo ha trasformato in un topos della realtà quotidiana (pubblicità e sport), delle comunità scientifiche, ma anche di quelle filosofiche, antropologiche e più prettamente umanistico-artistiche.

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La problematica maggiore, un quesito millenario della filosofia, è certamente la circolarità della riflessione sul corpo: come posso riflettere oggettivamente su quello che è il soggetto della nostra esperienza (ovvero il corpo)? Sebbene sia sempre riduttivo ricondurre un clima di così vasta portata ad alcuni fattori principali, è innegabile che le radici di tale caso siano da rintracciare principalmente in ambito politico-culturale e medico-scientifico. Il primo rappresentato dagli studi sul “biopotere” di Foucault, il secondo a tutto il clima biogenetico (e biotecnologico, termine indivisibile dal precedente) che si è sviluppato a partire dagli anni Sessanta.

Gli studi di Foucault sulla storia della sessualità (Sessualità e verità ) hanno descritto quel nuovo meccanismo di potere che viene configurandosi a partire dalla seconda metà del XVII secolo: mentre il potere precedente si concentrava sulla morte, quello di biopotere si concentra sulla vita, da una forza che decideva sul frenare la vita o sull’uccidere, si passa a una forza di regolamentazione della vita stessa, attraverso strutture normalizzanti, quali la scuola, gli ospedali e la chiesa.

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In ambito scientifico sono state soprattutto le scoperte sul DNA avvenute a fine anni Cinquanta ad opera di Watson e Crick e di Shapiro (1969, con l’isolamento del primo gene) ad accelerare le possibilità di intervento sul corpo, impensabili in epoche passate. I progetti applicativi che hanno preso avvio da tali scoperte sono tra i più impressionanti per la nostra società: l’ingegneria proteica, la terapia genica, la procreatica, l’utilizzo di cellule staminali. Gli interrogativi inquietanti che si sono aperti sul futuro dell’umanità hanno scosso le priorità del pensiero filosofico: la bioetica e la filosofia della medicina sono state istituzionalizzate per permettere l’evolversi di questi ambiti di ricerca in modo non distruttivo per gli esseri umani.

A partire dagli anni Sessanta il corpo viene in questo modo “annodato” da discorsi e diventa un “oggetto di concentramento metaforico”, amplificato dalle attività di marketing e dalla cultura visiva della pubblicità. Le più serie riflessioni derivano però da quello che è stato definito il paradigma della proprietà sul corpo, o meglio della disponibilità o meno di prestare parti del proprio corpo – che si possono ridurre anche a poche cellule – per la ricerca scientifica o la sperimentazione farmaceutica: una proprietà che è però direttamente correlata con la possibilità della sua commercializzazione e sfruttamento.

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Argomento di vasta e radicale portata se pensiamo che quando parliamo di ingegneria genetica, al contrario della tradizionale espressione di “vendere il proprio corpo” che richiama fenomeni sociali antichi (es. prostituzione), ci troviamo di fronte a un superamento dell’epidermide, a un’intrusione – o capacità di intervento – nel più profondo livello finora conosciuto della vita, quello del DNA.

In questi casi, senza auspicare un intervento paternalistico istituzionale, il paziente, seppur disponibile a sperimentare direttamente sulla propria persona, non è spesso consapevole del grado di incertezza scientifica che tocca direttamente l’integrità fisica, i diritti, la privacy, la personalità.

Se molte istituzioni sono d’accordo nel condannare il perseguimento del maggiore profitto dalle scoperte scientifiche in ambito biotecnologico, non tutti concordano sul loro limite, ovvero sull’utilizzo di materiali umani utilizzati per conseguire risultati utili a problemi medici ancora insoluti (disabilità, rigetto di organi trapiantati, malattie croniche e degenaritive). Illuminante in questo senso è il volume di H.A. Ten Have, J.W. Welie, Ownership of the Human Body : Philosophical Considerations on the Use of the Human Body and its Parts in Healthcare .

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Da un punto di vista più operativo abbiamo bisogno più che mai di una cultura dell’errore ovvero di capacità di previsione commisurate alle conseguenze della devianza (un auspicio questo di Wolf Singer in Das Design des Menschen ). Ciò è possibile naturalmente dopo una profonda confutazione dell’utopia della pianificazione e una presa di coscienza dei nostri limiti – limiti che hanno sempre più bisogno di una formalizzazione istituzionale, aperta tuttavia alle istanze che provengono dalla società e dai movimenti sociali che si battono per una alfabetizzazione del rischio e delle possibilità scientifiche.


www.leopoldmuseum.org/exhibitions.php?nav=2&id=1&sub=15&zaehler=2&total=2

www.bodyworlds.com

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