Il tempo è elastico perché dilatato dalla passione, scriveva Marcel Proust. Ed è proprio la soggettiva duttilità del tempo, la metamorfosi del preciso e del misurabile in qualcosa di vago e indefinibile, al centro delle opere delle opere di Time Frame, semiseria esposizione al P.S.1 COnteporary Art Center di New York (fino al 2 Ottobre) sui limiti della percezione umana.

Installazioni, foto, ma soprattutto video-medium time-based che forse più degli altri riescono a esplorare e rappresentare a fondo l’evolversi di azioni e sentimenti, partendo da esperienze diverse per dare un piccolo ma preciso quadro d’insieme dell’oppugnabilità dei nostri sensi.

Magistrale in questo senso Swamp di Robert Smithson e Nancy Holt: in un canneto nel mezzo di una palude l’obiettivo della telecamera non “vede” altro che un groviglio di canne, mentre servono a ben poco le indicazioni della voce fuoricampo per uscirne. E se un tramonto sul mare può essere condensato in pochi minuti e falsato nella prospettiva fino a ridursi a un altalenante ping-pong, come nel video di Paul Pfeiffer Burial at Sea , un volo aereo di tre quarti d’ora può a sua volta prolungarsi per più di tre, come in Rio de Janeiro X São Paulo, air trip with highway time or addressless love letter di Thiago Rocha Pitta . O il sonno di una persona può essere ripreso nella sua durata reale per offrire un’opera obiettiva ma impossibile da fruire nella sua interezza, come nel filmato Sleep di Andy Warhol.

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Altrettanto mastodontico il progetto di Cory Arcangel, artista da sempre interessato all’interazione tra tecnologia e cultura: scomponendo in singole righe di colore il film Colors di Dennis Hopper attraverso un programma customizzato, ottiene un’interminabile sinfonia di linee in movimento (per un totale di 808 ore, ma lui stesso ammette di non averlo mai visto per intero…). Un’opera filmica con una trama ben definita si trasforma così in una sorta di tavolozza cromatica essenziale, ancora una volta improponibile per una fruizione complessiva, in cui il sonoro originale è l’unico indizio di senso.

Diverse invece le premesse di Dark Empire di John Pilson: la ripresa dell’Empire State Building durante il black-out del 14 agosto 2003 – che aveva lasciato al buio la città di New York e buona parte della costa Est degli Stati Unit i-, diventa sia un hommage all’ Empire di Warhol (8 ore di ripresa statica notturna del grattacielo, costellato in quel caso di luci), sia un sinistro e allegorico simbolo della vulnerabilità di un impero già colpito duramente e immerso in una sorta di tenebra della ragione. In 22 minuti di silenzio assoluto si assiste al calare della notte sull’edificio, in un buio che fagocita man mano uno dei simboli della città che non dorme mai….

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Time Frame è in sostanza una mostra dalla doppia connotazione: se da una parte offre esempi lampanti di come il tempo possa venire manipolato nelle opere video, dall’altra lascia aperto un interrogativo sul tempo della loro fruizione estetica, specialmente in ambito museale. Oppure tutto è davvero relativo?.


www.ps1.org

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