Privacy e’ un termine assorbito dal quotidiano che il cittadino medio incontra su migliaia di disclaimer via web o su piccole note a piè pagina di formulari dalle banche, al supermercato sottocasa.

Il concetto di privacy, o il sentimento di privacy più attuale, non risponde necessariamente solo al senso comune di “essere in privato” come per il comportamento all’interno di uno spazio domestico (David Lyon, 1994, The Electronic Eye: The Rise of Surveillance Society, Minnesota University Press). Privacy ha sempre piu’ a che fare con le forme di negoziazione su quanto possa o non possa essere fatto con personali informazioni digitalizzate (Perri6, 1998, The future of privacy , London:Demos), via tecnologie sempre più sofisticate dalle CCTV, RFID, e altre.

Nella prima versione di privacy, quella tradizionale, la proliferazione di sorveglianza elettronica non ha intaccato direttamente la percezione del singolo individuo di essere in privato, ad eccezion fatta della spettacolarizzazione consenziente dello spazio domestico, ad esempio via web. Nella seconda versione il termine privacy invece coinvolge consapevolemente o spesso inconsapevolmente individui o gruppi di individui all’interno della sfera pubblica, dove l’uso di tecnologie di sorveglianza e’ legittimato: la raccolta, gestione e utilizzo di dati personali viene registrata ai fini di pubblica sicurezza a prevenzione di crimini di varia natura. La percezione dell’individuo come soggetto controllato in uno spazio pubblico diviene quindi controversa e richiama la natura duale del concetto di sorveglianza, protettiva ma al tempo stesso invasiva.

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Il mantra della paura dell’altro ha quindi contribuito a nutrire la psicosi della protezione, moltiplicando la produzione di tecnologie di sorveglianza con lo scopo di difendersi da attacchi ignoti. Come per uno strano parallelo con le possenti mura di cinta medioevali a protezione delle città e dei suoi abitanti, l’occidentale spazio urbano sembra necessiti di mura non più costruite da possenti pietre ma da elettroniche reti.

I nuovi bastioni a salvaguardia della città sono i nodi di una rete invisibile che produce giornalmente grandi quantitativi di dati e record di immagini che riproducono e rappresentano l’esperienza pubblica di migliaia di individui. I nodi si innestano in architetture esistenti, e lo spazio fisico è mediato da un panorama di videocamere, antenne e strumentazioni tecnologiche di trasmissione di informazioni digitalizzate a cui l’occhio umano del passante non bada o trova ormai familiare.

Tale strumentazione è posizionata in punti strategici ad alta intensità di frequentazione come ad esempio all’interno di un pubblico esercizio come di un bar, di un biblioteca o di un autobus, e in spazi come metropolitane, ferrovie e strade, la cui presenza è talvolta segnalata da cartelli come “telecamera amica”, “visibile eye”, e da altri simili messaggi rassicuranti. In quanto abitanti diventiamo quindi inconsapevoli protagonisti di monitoraggi e di narrazioni visive catturate nella rete invisibile di scambio dati. Provocatoriamente Mark Poster (Poster M.,1990, The Mode of Information, Cambridge: Polity Press) ha suggerito che i files prodotti su noi cittadini circolino senza noi stessi come extra corpi, con le loro storie e vite proprie.

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E se tali storie non fossero solo nei database di un elitario gruppo addetto alla protezione del cittadino e scappassero dalla rete per essere visibili in tempo reale proprio mentre passeggiamo o accediamo uno spazio pubblico? Spazio fisico e spazio sorvegliato-mediato si intercetterebbero, aprendo un gioco di specchi tra la produzione di immagini dell’occhio elettronico e la percezione del reale vissuto in ambiente urbano, scardinando e mettendo in discussione il concetto di fiducia protettiva del mezzo tecnologico e il concetto di privacy.

Michelle Teran, un’artista canadese, ha dedicato un suo progetto artistico chiamato invisibile networks-invisible narratives alla scoperta di quotidiane narrazioni e storie “invisibili” captate da strumentazione di sorveglianza. La ricerca spazia su letture di Michel de Certeau, Marc Augé, Gaston Bachelard, Georges Perec, Henri Lefebvre, e si concentra sull’esplorazione urbana attraverso la derive, come scoperta di nuovi spazi fisici che intersecano networks audio e video di trasmissione dati.

A maggio 2006, un workshop di circa una settimana ha coinvolto la città di Weimar in collaborazione con il dipartimento di architettura e media dell’Università del Bauhaus (svolto anche in altre città europee tra cui Bruxelles, Amsterdam, Barcellona, Berlino, nell’ambito di festival come Transmediale 2005, Sonar 2006) in attraversamenti di spazi urbani alla ricerca di narrazioni invisibili prodotte da strumentazione tecnologica di trasmissione dati e di sorveglianza.

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Il workshop si delinea come performance collettiva, impiegando una tecnologia semplice di uso quotidiano capace di captare le immagini prodotte dalle camere di sorveglianza che utilizzano reti wireless. Diffuse CCTV wireless sfruttano infatti lo spettro di onde radio che non è sottoposto a licenza: piccole antenne radio a uso domestico normalmente utilizzate per collegare dvd/vhs recording alla televisione, sono capaci di captare in tempo reale le immagini prodotte dagli occhi elettronici di sorveglianza. Una comune minidv video camera collegata al dispositivo di captazione permette di visualizzare le immagini raccolte dalle CCTV. Contemporaneamente con un computer portatile dotato di un wireless stumbler è possibile captare gli spot wireless e le voci automatiche ad esso collegate, di decodificazione numerica dello spot stessi.

Quindi una passeggiata in un quartiere diventa un’esperienza esplorativa plurisensoriale che costruisce geografie multilayer fatte di spazi fisici, di informazioni e di dati elettronici normalmente non percepibili dal comune passante. I partecipanti alla performance sono invitati a esplorare e osservare lo spazio urbano oltre la quotidiana percezione dello spazio fisico, sollevando attraverso l’esperienza diretta una serie di questioni sulla conoscenza e coscienza riguardante tecnologie di sorveglianza, sulla fiducia nello strumento elettronico e sulla presenza invasiva/protettiva di tale strumentazione.

Le battaglie per l’accesso pubblico ai dati, per la counter-surveillance e la più politicizzata libertà di movimento e di informazione non sono solo dirette alla decostrustruzione ambigua delle struttura di potere forti, ma anche alla crescita della coscienza comune perché soprattutto “la crescita della cultura della sorveglianza non è altro che una sfida alla nostra coscienza” (J.Mc Grath,2004 Loving the big Brother , Routledge).


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