Una serie di sigle stanno minacciando il nostro futuro. Sembrerebbero suoni senza senso e invece sono “leggi e direttive” dal contenuto assai discutibile (dmca, eucd, dra…). A detta di chi le ha volute e ideate, servono a regolare i comportamenti nella fruizione delle informazioni attraverso i mezzi elettronici, ad armonizzare alcuni aspetti del diritto d’autore nella società dell’informazione, a tutelarci e a garantirci nell’era del digitale. Invece pongono restrizioni e impongono controlli, limitano la condivisione e impediscono il proliferare della cultura. Difficile credere che sia per il bene di tutti e di sicuro non ci credono i “pirati informatici” che in Svezia si sono mobilitati fino a formare il PiratPartiet, il “Partito dei Pirati”.

Se le leggi che dovrebbero difenderci e proteggerci, in realtà ci nuociono e minacciano, non ci stupiamo affatto se dei pirati lottano, più dei nostri attuali governi, per le nostre libertà fondamentali. Ma chi sono veramente i pirati?

Qui in Italia, la distinzione tra pirata e criminale è sottile e impercettibile, forse inesistente. C’è chi si batte perché si capisca almeno la differenza tra hacker e criminale e chi, indignato, si oppone all’equazione hacker-pirata informatico. In Svezia, il prossimo 17 settembre, i pirati si presenteranno con i verdi alle elezioni del parlamento svedese ( riksdag ). Altro che criminali e truffatori. Ex dipendenti di aziende informatiche, piccoli programmatori e giovani studenti cresciuti con la tecnologia. Hanno un manifesto e persino un programma: ridurre il copyright, abolire i brevetti, rinforzare il diritto alla privacy. Non è poco per un “single issue party ” – così definiscono il PiratPartiet di cui fanno parte -, un partito cioè che ha deciso di occuparsi solo di determinate questioni e che mira a difendere e a tutelare solo precisi diritti.

.

Il PiratPartiet nasce il primo gennaio 2006 su internet, di cui interpreta le aspirazioni e difende e sostiene le lotte. Tra gli altri suoi obiettivi, cari al popolo internauta più attivo e consapevole: liberalizzare il filesharing, abbattere il drm, promuovere il software libero/open source nel settore pubblico. Alle potenzialità della rete deve anche gran parte del successo e del consenso ottenuto finora. Sul web, infatti, riesce a raccogliere in poche ore tutte le firme necessarie per presentare le candidature (poi ufficialmente consegnate il 10 febbraio). Grazie ad internet, la notizia della nascita di un partito pirata arriva ovunque e si forma un vero e proprio “movimento globale”. Oggi si contano numerosi partiti pirata: in Francia, Stati Uniti, Belgio, Austria, Germania, Spagna, Russia. Altri stanno per nascere. Ce n’è uno persino in Italia. Quello svedese, però, incide in maniera più concreta sulla realtà politica.

Come molti partiti ambientalisti degli anni ’80, il “Partito dei Pirati” è contro le grandi corporation che impongono alla società costi ingenti. Anche i brevetti e il copyright rendono infatti più costosa la cultura e l’innovazione. “Il copyright – si legge nel manifesto – non bilancia gli interessi del creatore nel recuperare gli investimenti e l’interesse della società nella creazione di cultura. La legge è totalmente indirizzata verso gli interessi del creatore”.

Per favorire la diffusione della cultura, dicono i pirati, è necessaria una legge che non abolisca totalmente il copyright così da non rimuovere l’interesse finanziario del creatore, ma che crei un’equità tra interesse finanziario e interesse della società. Perché tale equità vi sia realmente, il copyright dovrebbe riguardare solo le attività a scopo di lucro (quindi nessun copyright sul filesharing no profit) e non dovrebbe affatto coinvolgere ciò che è diverso dalla copia esatta. Dovrebbe, inoltre, proteggere le opere per un tempo sufficiente a coprire ogni tipo di investimento. “Se guardi all’industria, chiarisce Rickard Falkvinge, fondatore del PiratPartiet, per ogni investimento fatto viene normalmente calcolato un ammortamento in pochi anni, diciamo cinque anni. Noi pensiamo che questo sia un termine ragionevole”.

.

Per tutelare il copyright, bisognerebbe controllare qualsiasi comunicazione privata, perché è proprio in queste comunicazioni che avvengono le violazioni di copyright. Poiché il diritto alla privacy, in una società democratica, dovrebbe essere sacra e intoccabile, spetterebbe al copyright fare un passo indietro. Cosa che in realtà non avviene.

La recente direttiva sulla conservazione dei dati (nota come Data Retention Act ), del resto, nasce proprio a questo scopo: controllare. “Obbliga compagnie telefoniche e Internet Provider a registrare e conservare informazioni riguardanti ogni nostra singola telefonata, ogni mail inviata o ricevuta, ogni sito web visitato e persino la posizione in qualsiasi momento di ogni telefono cellulare…tutto questo mortifica la libertà di espressione, riduce il diritto alla libera associazione e viola l’articolo 12 della Dichiarazione dei Diritti Umani dell’Onu”. Il Piratpartiet lotterà perché venga abolita, ma fino a quando le leggi non cambieranno e il diritto alla privacy sarà realmente rispettato, afferma Falkvinge, “noi abbiamo l’obbligo morale di proteggere i cittadini dagli effetti della sorveglianza sistematica”.

E un modo per ora l’hanno trovato: si chiama Darknet. E’ un servizio internet commerciale, offerto da Relakks, lanciato il 14 agosto scorso, dal costo di 5 euro mensili, con cui inviare e ricevere file in assoluto anonimato. Una parte degli introiti servirà a finanziare la battaglia dei pirati contro il copyright.

.

Che un “Partito dei Pirati” nasca e si affermi in Svezia non è affatto un caso. Qui la legislazione a favore dei detentori del copyright, come in altri paesi europei, compreso il nostro, è divenuta in questi anni più rigida. “Vogliamo sottolineare – si legge ancora nel manifesto – l’orrenda decisione del 1 luglio 2005 con la quale il nostro governo ha deciso di criminalizzare milioni di cittadini. In materia di copyright è stata scelta una strada che va nella direzione opposta rispetto al sentire dell’opinione pubblica”. Tanto più che la Svezia è la patria del peer to peer (gli svedesi che si scambiano file in rete sono 1,2 milioni), del PiratByrån e del Pirate Bay.

Il PiratByrån o Pirate Bureau (“Dipartimento dei Pirati”), è un centro di ricerca anti-copyright, sostenitore della cultura libera, tenuto in gran conto sia dai media che dalla popolazione svedese. Ha prodotto vari documenti sulla condivisione in rete e organizzato proteste e manifestazioni a favore della libera circolazione dei saperi e del diritto alla copia. Molti dei suoi membri fanno oggi parte del PiratPartiet.

Il Pirate Bay è invece un punto di riferimento per chi ama condividere file con Bit Torrent, un ricchissimo archivio di musica, film, software, giochi, distribuzioni linux liberamente scaricabili. Se n’è parlato tantissimo a partire dallo scorso 31 maggio quando i suoi server sono stati sequestrati e il sito è stato oscurato. Il Take Down, voluto e istigato dal MPAA, ha scatenato forti reazioni non solo nel mondo del P2P, tra hacker, smanettoni e studenti, ma anche tra la gente comune, che non ama affatto stare sotto il giogo degli USA e che ha considerato l’operazione repressiva un “inutile spreco di soldi pubblici”.

.

Gli svedesi, insomma, sono particolarmente coscienti delle tragiche conseguenze di certe leggi e direttive, tengono alle proprie libertà e non vogliono affatto rischiare di perdere alcuni diritti fondamentali. E’ proprio questa loro determinazione e particolare sensibilità, politica e sociale, a far ben sperare per il futuro del PiratPartiet.

L’ultima prova da superare (si fa per dire) è lo sbarramento del 4%. Sono solo 225.000 voti e nel “paradiso per la pirateria internazionale”, come con spregio è stata definita la Svezia da John G. Malcolm, i pirati potrebbero davvero farcela a varcare la soglia del riksdag . E’ quel che noi tutti ci auguriamo.


www2.piratpartiet.se

www.piratpartiet.it

www.relakks.com

www.generazioneblog.it/piratpartiet-il-partito-dei-pirati

www.piratbyran.org

www.thepiratebay.org

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn