Sardegna. Da qui nasce un percorso, un progetto stimolante, un’altra strada artistica meticolosa, sapiente e ben oliata fin dagli esordi, fra movimento e suono, coreografia e tecnologia, numeri matematici ed improvvisazione.

Un nuovo Sistema è già nato, per essere rappresentato e migliorato, una nuova ricerca ben strutturata ed affiatata evidente fin dal primo spettacolo Prometeo, o viaggio nel regno del non ritorno, che risale al 2001, sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Fisica dell’Università di Cagliari, per poi passare a diversi lavori che spaziano dal radiodramma come Euuxtacchio, ispirato liberamente alle poesie di Ted Hughes e i disegni di Leonard Baskin, alla installazioni video-sonore come Euxxta-chio, e il lungo metraggio Et Abyssum, ispirato al matematico italiano Leonardo Fibonacci.

Alessandro Carboni e Danilo Casti sono giovani artisti ma già ben inseriti e conosciuti nella “nicchia” del teatro contemporaneo, quello di ricerca e di prestigio, quel teatro più instabile che mai, più ridondante e affascinante che mai, espressivo e profondo per fisiologia, creativo ed estetico per necessità. Loro sono gli OOFF.OURO , parola nata dalla contrazione della parola Officina Ouroboros , gruppo di punta della nuova generazione performativa, che da Assemini passando per Londra e dai paesi dell’est europeo si sono spinti per vocazione drammaturgica sino al sud dell’India per preparare meticolosamente il loro ultimo lavoro, il Progetto AB.Q. Cercando l’origine dello zero. Tra matematica e danza , in collaborazione con l’Universita’ Central Saint Martin’s di Londra e l’Università di Calicut – School of Drama Aranattukara di Thrissur. Lavoro di ricerca intensiva che sarà presentato il 14 settembre a Forlì in occasione del Crisalide Festival 2006. La presenza è d’obbligo per partecipare a una sorta di happening moderno come non se ne vedono da tempo, per capire come si può reinventare l’alfabeto performativo del gesto, dello spazio e del suono secondo calcoli ben ordinati senza però stravolgere la culla della cultura, sia questa al di qua o al di là del Pacifico.

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Gli OOFF.OURO concentrano tutte le loro pratiche artistiche sul Sistema Trilite, una sorta di piattaforma metodologica innovativa. Questo Sistema è un organismo che nasce, circa quattro anni fa, dalla veemente necessità di conoscere il mondo, di innalzare le pareti su cui recintarsi e su cui esplorare e far coinvogliare la massima quantità di oggetti e fatti che si susseguono casualmente nel mondo. Il mondo è un agglomerato di luoghi su cui poggiano entità, oggetti, la cui connessione e combinazione nello scorrere del tempo, determinano gli eventi, ossia i fatti.

Ogni fatto deve prevedere la presenza di oggetti perché gli oggetti sono la struttura dei fatti e i fatti sono la struttura del mondo. L’intenzione di sviluppare un metodo di lavoro che ponesse diverse domande sulla funzione e ruolo del processo durante la costruzione dell’opera, permette di considerare il metodo come una entità che paradossalmente è instabile. Instabile nel senso di continuo crollo delle proprie certezze fino ad annullamento con la contraddizione della regola. Il processo in questo caso viene considerato come l’opera stessa. Il processo diventa la possibilità di costruzione del linguaggio, la rimessa in discussione della propria opera come entità organica, instabile e in continua mutazione, in continuo invecchiamento e rigenerazione durante il corso del tempo.

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La costante autoreferenza del Sistema, anche attraverso la rappresentazione di se stesso, diventa una modalità di auto verifica del proprio fare, del proprio processo di lavoro, che come entità mutante, crea nuovi percorsi e nuovi processi di lavoro. Questa idea di continua instabilità diventa frattale e intacca, non solo l’opera in quanto oggetto pseudo finito, ma anche la pratica stessa di OOFF.OURO. Attraverso tre stati diversi, il Sistema completa un processo di catalogazione, combinazione e rappresentazione di se stesso. Auto generativo, autoreferenziale, auto logico e ricorsivo, il Sistema rappresentando se stesso si fa entità chiusa. Un sistema chiuso, metafora del mondo. Specchio del mondo, il Sistema ha creato una struttura metodologica molto elaborata e precisa. Ha elaborato un linguaggio, ha creato un mondo avulso. Nonostante ciò la sua completa separazione permette di innalzare nuovi avamposti per esplorare il mondo.

ABQ – Mechanical extensions in four arithmetic operations è il primo studio nato dai risultati della ricerca condotta all’interno dell’Università di Calicut di Thrissur nel sud dell’India alcuni mesi fa. Prende origine dalla relazione che si instaura tra danza-musica-spazio-numero e improvvisazione, ponendo diverse e profonde questioni sulla relazione tra l’uso della matematica e processi creativi-metodologici della rappresentazione. Si sviluppa non per interessi spirituali o religiosi ma per quelli numerici, numero come entità, come unità grammaticale; esaurimento-Variazione-Combinazione saranno i tre percorsi di ricerca che costituiranno le basi di studio per la costruzione di una nuova coreografia.

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“L’idea era appunto quella di riverificare la mia pratica, senza temere la distanza – ci spiega scrupolosamente Alessandro Carboni – in una altro contesto geografico e sociale come quello indiano. Sono partito da Londra, dall’Europa, dall’Occidente, considerando Samuel Beckett, e il centenario della sua nascita, come un importante momento per riflettere sullo stato del teatro contemporaneo occidentale, ovvero sulla sua funzione. L’esigenza nasceva soprattutto nel considerare questa ricorrenza come ipotetico grado zero della rappresentazione, in cui lo zero, considerato come il “non-numero”, il nulla, diventa un’entità fisica, il fondamentale pilastro su cui far ruotare tutto il progetto. Ho cercato di attraversare Beckett soprattutto dopo aver osservato da vicino alcuni aspetti coreografici della sua opera, soprattutto l’utilizzo del numero come entità pura, come unità grammaticale. Infatti non potevo che partire da Quad, una coreografia per 4 danzatori.

In questa opera, i danzatori attraversavano le diagonali del palcoscenico quadrato evitando continuamente il centro, quasi come fosse una zona pericolosa, proibita. Il centro del palcoscenico diventava il grado zero, come un oggetto spaziale vuoto, azzerato da qualsiasi movimento. Beckett studia matematica, ma utilizza il numero procedendo all’inverso descrivendo soltanto il suo potere. Incominciò ad interessarsi ai sistemi di numerazione binari, il Gray Code usato soprattutto per sistemi di comando meccanici. Inoltre, introduce l’idea di sistema chiuso attraverso precise regole di entrata e uscita dei danzatori, utilizzando appunto la sequenza numerica del Gray Code come pura istruziona. Beckett ripulisce il movimento facendolo diventare pura funzione. La danza si trasforma in puro movimento di deambulazione, la camminata. […] Beckett elabora una essenziale “coreografia di istruzioni” per danzatori nella quale azione, tempo e spazio vengono precisamente calcolati.

Mi sembrava di trovarmi davanti ai primi esperimenti di macchine di calcolo, come la Macchina delle Differenze o al progetto per la Macchina Analitica di Charles Babbage oppure davanti al genio di Alan Turing che nel 1936 che, come sappiamo, inventò il concetto di Macchina astratta che, ancora oggi, sta alla base della teoria della computabilità. Quad di Beckett non solo diventava un pretesto per aprire come un ariete dei corridoi su cui far confluire diversi concetti intorno all’utilizzo della matematica e del numero nella danza e nella coreografia, ma diventava l’occasione per testare le sue potenzialità in altri contesti territoriali, lontani dall’occidente. Il baricentro della mia ricerca non poteva che spostarsi decisamente verso oriente. Intendevo ripartire da zero, seguire il suo spostamento geografico da oriente verso occidente. Ripartire dall’origine dello zero, ma per il verso opposto, dall’Europa verso l’India.”

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La necessità di creare una nuova e corretta posizione, di essere finalmente dentro lo spazio e immedesimarsi in esso non più solo parzialmente e frontalmente ma secondo traiettorie create dal corpo, il cosiddetto Passaggio di Stato; la necessità di trovare una sorta di equilibrio completo per far divenire Processo l’Opera, spostando il proprio fuoco in continuazione. La necessità di sviluppare azioni in tempo-reale concentrando e trasferendo gli elementi catalogati nel primo stato del Sistema Trilite, Tabula, poi combinati e sottoposti alla pressione dello spazio e dell’ infinito scorrere degli istanti del tempo, come avviene nella realtà. Necessità di un’ azione nata sull’istante che muore, e il prossimo istante che subito nasce, cavalcando il Tempo, senza prevedere nulla al di fuori dell’Istante. Necessità di combinazioni di Classe Binaria, Ternaria e Quaternaria come avviene nei tre atti messi in scena magistralmente nei principali palcoscenici d’ Europa: Genesi: “The vision of the world through an instant” ; Epigenesi: “..ovvero il paradosso del sistema” ; ed Anagenesi: “Etimo” che sarà presentato nella seconda tappa della rassegna IPERCORPO a Forlì il 28 e 29 ottobre prossimi.

Queste sono le necessità degli OOFF.OURO, o più precisamente le motivazioni estetiche essenziali che muovono e spingono il loro lavoro verso una metodologia assoluta e originale, stratificata nel percorso e specifica nell’atto creativo. L’immediatezza si fa largo attraverso l’importazione di schemi e proiezioni sulla scena, di tecniche corporee e procedimenti ritmici professionali, attraverso pratiche espressive se vogliamo codificate e smaterializzate nel loro essere hic et nunc. Siamo quindi di fronte a un rinnovamento delle pratiche del corpo e della visione teatrale, ricordando con un Régis Debray neanche troppo remoto che “nessun’arte, nessun genere di immagini è immutabile nella sua dignità” e che ogni epoca ha una sua aisthesis, una propria sensorialità collettiva.


www.ooffouro.org

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