Lo scorso 15 luglio, presso l’ex fabbrica di colore Ciriè, è stato presentato The Garden, installazione di Valerio Tricoli e John Duncan presso l’ecomuseo IPCA. Il lavoro presentato è parte del progetto Eco e Narciso. Cultura Materiale/Musica a cura di Daniela Cascella e Rebecca De Marchi. L’edizione 2006 ha coinvolto otto musicisti sperimentali in cinque installazioni site-specific: i lavori sono stati caratterizzati esclusivamente dal mezzo sonoro senza l’ausilio di nessun altro linguaggio espressivo. Protagonista il suono, capace di uscire dai contesti tipici di fruizione e inteso come veicolo spazializzante capace di rivalutare lo spazio e di alterarne l’espressività.

L’ex fabbrica Ciriè, dopo anni di chiusura, presenta il fascino malinconico dei luoghi abbandonati. L’aria statica, una fotografia materiale di un passato recente. Una porta aperta sui ricordi, immagini invisibili delle centinaia di presenze che, quotidianamente, hanno attraversato e vissuto il luogo. Lo spiazzo principale del complesso accoglie l’ingresso dello spettatore. Quante persone avranno calpestato quel cemento? Quali segni, della storia e della memoria, porta su se stesso?

Sulla sinistra sono decine d’ampolle contenenti vernice a catturare l’attenzione, allineate; sembrano attendere la chiamata del proprio nome. A un primo sguardo trasmettono serenità, ma quando si scopre cosa intendono rappresentare, il sentimento che si prova è totalmente differente: ogni ampolla giace in memoria di una persona deceduta a causa dell’impianto. Il colore, fonte di felicità, è stato per molti la nascita della sofferenza.

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Dalla zona aperta, in cui la curiosità e i pensieri possono ancora vagheggiare liberamente, in cui le domande prive di risposta iniziano a presentarsi timidamente, ci si sposta nella parte dei reparti di produzione. Alla sensazione di apertura si sostituisce una forma di costrizione, la piazza ampia si muta in passaggio costretto, convogliato, dominato dagli alti edifici. Ti guardano, ti riconoscono, sei osservatore dei loro segreti.

Una prima sala: buio spezzato, tubi, scale, vetri, un vuoto saturo. Il suono è potente, l’eco del respiro assordante delle macchine ormai immobili. Un drone che si mostra lento preceduto e accompagnato da clamori e crepitii. La forte sensazione di trovarsi al cospetto di quegli uomini, lavoratori, delle loro esperienze, della loro sofferenza. Rapisce.

La seconda sala: un ambiente ampio, completamente vuoto, un riverbero naturale magnifico. Ci si affaccia e i suoni s’incrociano con quelli provenienti dalla prima, un dialogo tra i reparti dell’industria. Alla sensazione surreale si aggiunge un ulteriore elemento capace di disorientare splendidamente. Alcuni suoni vengono fatti risalire dal vano di una scala diretta verso i sotterranei, un’entità, nascosta alla vista, che saltuariamente ricorda la sua presenza.

La terza parte, all’aperto, il suono non ha una provenienza ben definita. Ci si trova di fronte a un grosso edificio, imponenti strutture metalliche alla sinistra, l’opera investe lo spazio libero di fronte ad essa propagandosi verso tutti gli edifici circostanti. Il suono appare come un’entità sollevata da terra, è materiale. Fluttua e si sposta nell’aria, ti parla. Improvvisamente, compaiono voci indistinguibili: il ricordo del quotidiano lavoro, del passato, prendono forma..

Un lavoro di mesi, una grande capacità di far rivivere il luogo. Il suono, non essendo confinato in un micro-spazio, è libero di esplodere e avvolgere l’ascoltatore. Le registrazioni, effettuate tutte nell’impianto, hanno saputo catturare la presenza invisibile che ancora si muove nel colorificio. Una presenza di uomo/macchina, che per inerzia continua a rendere vivo l’ambiente in cui ha freneticamente prodotto per anni.

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Le morti sul posto di lavoro rimangono ancora, in Italia, ma soprattutto nei Paesi recentemente investiti dalla nuova fase industriale/produttiva, un problema silenzioso, ma concreto. Aver ideato e realizzato The garden rappresenta socialmente un messaggio significativo.

L’opera di Tricoli e Duncan raggiunge inoltre due obbiettivi estremamente importanti: da un lato la realizzazione di un lavoro di notevole valore estetico e dall’altro sintetizza la possibilità d’incontro tra archeologia industriale ed arte. Nasce un documento storico capace far rivivere la memoria, un inchino per gli ex lavoratori del colorificio.


www.provincia.torino.it/culturamateriale/en/ecoEnarciso/

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