Milan è semper Milan. Ha potenziale, ma non si applica. È la scolaretta delle città d’Italia: quella che potrebbe, ma non si spreca. Quella che spesso si accontenta di fare il minimo indispensabile. Quella che fa scena, ma molte volte non ha molto di nuovo da dire.

Abulica e indolente, la Milano che si mette in mostra non tradisce il suo carattere e lo fa troppo difrequente utilizzando nomi altisonanti come schermo alla mancanza di volontà di sperimentare (e rischiare), contrapponendosi sempre di più a quell’humus undergorund di persone, professionisti e artisti che lavorano per inveritre questa sempre più deprimente tendenza.

Abbiamo avuto un chiaro esempio di quanto sia profondo questo scarto tra apparenza e qualità in occasione della Milanesiana, manifestazione promossa dalla Provincia. Il festival, alla sua settima edizione, si è aperto alla Triennale con 77 Million Paintings, un’installazione audiovisiva targata Brian Eno e presentata come “eccezionale evento artistico/visivo”. Di eccezionale, in realtà, c’è stato solo l’imponente dispiego di mezzi messo a disposizione dall’organizzazione.

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Ad accogliere il visitatore nell’atrio della Triennale, 21 schermi piatti di altissima qualità disposti secondo moduli orizzontali e verticali per abbracciare ambienti percettivi diversi. Nei monitor, un flusso visivo ininterrotto era gestito da un software che autogenerava combinazioni virtualmente infinite tra circa 300 immagini create da Brian Eno negli ultimi vent’anni. L’ambiente musicale era condotto in modo da offrire allo spettatore la possibilità di fruire di un irripetibile unicuum con le immagini. Il supporto informatico era offerto da Intel Integrated Performance Primitives per Apple.

Come dicevamo, il potenziale c’era, ma solo in termini di budget. Se l’intenzione dell’organizzazione era quella di dare lustro alla manifestazione all’ombra di un nome rilevante come quello di Eno, attirando un pubblico di curiosi richiamati dalla sua notorietà, l’operazione è perfettamente riuscita. Se invece l’intenzione era offrire un vero e interessante scorcio sullo stato dell’arte generativa di oggi, non ha colto nel segno: parlava chiaro il vagolare inquieto dei desolati spettatori dallo sguardo perplesso e dallo sbadiglio represso. I più giovani erano stupiti maggiormente dall’impatto della struttura che dal contenuto in sé, mentre alcuni settantenni sono stati avvistati mentre pisolavano beati sui divanetti.

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Il perché è ovvio: Brian Eno, musicista polistrumentista, principe della musica ambient, è considerato unanimemente un genio in materia sonora; osannato e stimato per la sua produzione musicale, è meno conosciuto come artista visivo. Il motivo c’è e non si deve aver timore reverenziale ad ammetterlo: i suoi lavori in campo visivo dicono poco.

Esteticamente apprezzabili, mancano di spessore e freschezza e, soprattutto, non dicono niente di nuovo a chi si interessa di software art. I meno ingenui non si sono fatti ingannare: ospitare la sua installazione è sembrato uno spreco a chi si orienta nelle arti multimediali, a chi avrebbe potuto nominare decine di altri rappresentanti più incisivi e sperimentali degni di offrire uno spaccato su questo scenario, nomi che in Italia trovano spazio solo in realtà minori, all’interno di festival ed eventi che faticosamente trovano sponsor.

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Quella della Milanesiana ha rappresentato così l’ennesima occasione mancata. Al contrario di quanto succede nelle altre capitali europee, dove si sceglie di dar visibilità a quelle personalità che destano un interesse sempre più vasto e trasversale, a Milano si continua a preferire il nome celebre e insipiente, si continua a viaggiare con il freno a mano tirato perdendo l’opportunità di investire nella diffusione di qualcosa di nuovo. La città continua a esporsi al rischio di cristallizzarsi in un’ottica provinciale, priva di spunti creativi e sorda alle esigenze di un pubblico sempre più esteso e preparato.

Mentre a Milano continuano a mancare le idee, noi rimaniamo in attesa di un segnale.


http://music.hyperreal.org/artists/brian_eno/

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