E’ considerato ” IL ” festival di musica e cultura elettronica d’Europa per eccellenza, o forse del mondo, ma in fondo, a ben vedere, questo è un equivoco. Il Sonar , infatti, è in realtà il Barcelona International Festival of Advanced Music and Multimedia Art. Musica e arte multimediale ‘avanzata’, quindi. Il che non significa per forza musica elettronica, evidentemente.

E’ ovvio e ormai assodato che la tecnologia e i linguaggi elettronici hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella comunicazione a nell’arte contemporanee più recenti. E, di conseguenza, per i primi 10 anni della sua storia il Sonar è stato sinonimo di ‘elettronica’ e ‘digitale’. Ma ora che l’ ‘organico’ è tornato a rappresentare un aspetto imprescindibile nei discorsi e nelle pratiche delle avanguardie creative, è proprio la fusione dei due universi, quello umano e quello tecnologico, a rappresentare il ‘qui e ora’, la cultura più avanzata, appunto. Almeno secondo gli ideatori e i curatori del Sonar.

Così, già da qualche anno (con più precisione: dall’edizione del decennale, nel 2004) il festival si preoccupa di esplorare queste ibridazioni, lasciando al pubblico dell’elettronica pura solo una parte della propria programmazione. Non a caso la grafica di questa ultima edizione puntava sul figurativo e sull’iper reale della fotografia, di storia e cronaca. E la line up includeva più ‘proposte’ o ‘variazioni’ sul tema ‘naturale-artificiale’ nella musica black o nipponica, che vere e proprie novità di musica elettronica.

Il messaggio, però, non è arrivato forte e chiaro come doveva. E l’effetto è stato straniante, sia per chi c’era prima del 2004 e si ricorda, ma anche per chi non c’era e ne ha solo sentito parlare: migliaia di anime perse, disorientate (anche se per lo più divertite) hanno affollano il Sonar del Dia e poi quello della Noche in cerca di suoni e ritmi sintetici, per ritrovarsi sempre più spesso immerse in qualcosa d’altro.

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Dimenticarsi ” IL” festival di elettronica e lasciarsi andare a questo festival di musica e arte avanzata è stata, così, la cosa migliore da fare. E per chi è riuscito a ri-sintonizzare i propri desideri su una realtà ormai mutata, il Sonar è stato ancora una volta un occasione di scoperte ed emozioni uniche. Il nostro viaggio personale ci ha visti fluttuare tra cose diversissime (folla e spazi permettendo, ma di questo parleremo con i tre bravi organizzatori del Sonar al più presto, e vi faremo leggere le nostre corrispondenze…). Di giorno ci siamo lasciati rapire dalle angeliche canzoni elettroacustiche dei sublimi Knife e dalle atmosfere folktroniche dei Tunng, dal noise elettrocorporeo del geniale Doravideo e dall’indefinibile e ipnotica miscela di stili e strumenti di Kimmo Pohjonen/Samuli Kosminen Kluster, dalla neo no-wave elettrica dei ruvidi Liars come da quella più melanconica dei Circlesquare, dalla miscela di soul e hip hop dell’MC Pete Philly e del suo Perquisite, e dalle sofisticate composizioni ai piatti dei campioni Birdy Nam Nam, dal gioco di Jack (funk del XXI secolo) e da quello dei formidabili Fat Freddy’s Drop (roots, dub, reggae, jazz o soul??? tutto ciò e pure qualcosa di più…). E poi eravamo lì anche per gli Scissor Sisters (comparsi a sorpresa), in un village finalmente in festa.

Anche di notte, per noi, si è trattato di un viaggio in più direzioni: nella storia della cultura black tramandata da Linton Kwesi Johnson, nel glittering glam di Goldfrapp, nel technoragga dei Modeselektor, nelle folli performances di Otto von Schirach, nelle rarefazioni di Dj Krush. Per poi goderci il più possibile quello che è stato concesso alla ‘tradizione’ elettronica, dai Pigna People a Audion, dal sempre immenso Jeff Mills a Dave Clarke….

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Come sempre, impossibile seguire tutto e, come sempre non sono mancati i momenti di delusione (rispetto ad aspettative sempre esagerate), come per la bossanova elettrificata di un (forse troppo?) morbido Senor Coconut o la disco ormai patinata degli Chic (grandi, grandissimi, ma non quando si dedicano ai medley dei loro best in chiave pop), per l’hip hop troppo prevedibile di Dj Shadow & co. (rap classico su basi ormai standard…perché?) o per la versione jazzy di Laurent Garnier (che, perdonateci, non ci appassiona come gli altri suoi progetti).

Peccato, infine, per un finale debole, con Richie Hawtin e Ricardo Villalobos che non si sono mai incontrati (ma qualcuno ha mai assistito ad un loro back to back davvero ispirato e potente? a noi è mancato il piacere…) e che ci hanno fatto vivere una interminabile attesa di un climax che non è mai arrivato. Per la prima volta, perciò, abbiamo accolto l’alba ballando il ballo del mattone con le braccia ancora lungo i fianchi e un espressione un po’ annoiata…comune a migliaia e migliaia di persone. Rispetto a questo tipo di incognite gli organizzatori possono poco, forse, se non iniziare a pensare ad artisti meno smaliziati e perciò più concentrati o divertiti, per lo meno per il momento in cui ci aspettiamo l’apoteosi di sempre.

Per fortuna la domenica, così come nei giorni precedenti, in spiaggia e nei club della città altre consolle hanno regalato emozioni forti e danze sfrenate. Riti privati e pubblici per cui la settimana del Sonar rimane la nostra (e quella di altri 100.000 circa) imperdibile ‘settimana santa’.

Que viva Barcelona….

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SONARMATICA, LO SPAZIO ACUSTICO DELLA CULTURA MOBILE

Se la musica al Sonar è cambiata, diventando più organica e superando lo specifico dell’elettronica in un’ibridazione sempre più stretta con altri generi, le proposte artistiche non musicali sono rimaste decisamente nell’ambito della cultura digitale e il focus è rimasto la media art. In altri termini, contrariamente a quello che è avvenuto sul versante musicale, dal punto di vista artistico non c’è stata sicuramente un’analoga virata nel mondo dell’organico (come dire, l’arte avanzata rimane quella multimediale digitale).

Curata da Drew Hemment, José Luis de Vicente, Óscar Abril Ascaso e Advanced Music, Always On chiude la serie che SonarMatica ha dedicato alle varie forme di rappresentazione del territorio e alla sua riscrittura digitale nel corso delle ultime edizioni. Il primo anno di SonarMatica, il 2004, è stato dedicato alle Micronazioni, cyber nazioni, paesi fantastici o progetti per nuovi paesi che assomigliano a nazioni indipendenti ma non sono riconosciute ufficialmente ed esistono quasi esclusivamente su carta, on line o nella mente dei loro demiurghi. Il 2005 è stato l’anno di Randonnée, un’esplorazione del paesaggismo del ventunesimo secolo che raccontava di fatto il modo in cui il digitale ha lentamente imparato a rappresentare, duplicare, “aumentare” e mappare il reale fino a farsi mondo autonomo disegnando una geografia dell’informazione che si sovrappone alla geografia fisica e la riscrive. L’edizione di quest’anno con Always On ha puntato tutto su mobile culture e locative media.

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Come spiega Oscar Abril Ascaso, la parola “on” ha due significati: in inglese significa “acceso”, “attivo” ecc. mentre in catalano significa anche “dove”. In questo senso la parola stessa incarna le due anime del progetto: la connettività e la pervasività della comunicazione mobile che ci rende sempre raggiungibili, on, potenzialmente sempre attivi nel tessuto mediale, e la riscrittura del concetto di luogo che questo salto comunicativo implica. Un salto ulteriore rispetto al “no sense of place” televisivo di Joshua Meyrowitz, un salto legato alla connettività diffusa e pervasiva della comunicazione mobile che ridisegna la geografia fisica e simbolica della metropoli come spazio fluido.

Sonarmatica 2006 in sostanza ha esplorato la declinazione contemporanea di quello che Marshall McLuhan negli anni Sessanta aveva definito spazio acustico, cioè la nuova dimensione esperienziale emersa con la diffusione dei media elettrici (telegrafo, radio, tv). L’evoluzione personale della comunicazione elettrica (cellulare, Walkman, Discman, iPod, RFID, GPS ecc.) fonde l’ambiente mediale con quello materiale in una fitta rete di relazioni incrociate che riscrivono il mondo e disegnano uno spazio senza più margini, attraversato da flussi di informazione pervasivi e sfuggenti come l’acqua. Da un lato l’iPod come personalizzazione del mondo basata sulla possibilità di aumentare la realtà immergendosi in un panorama mediale che si sovrappone come una pellicola al panorama fisico; dall’altro la connettività ubiqua e la prossimità pervasiva del cellulare. Proprio l’iPod e il cellulare sono le due tecnologie che Always On considera paradigmatiche dell’ecologia comunicativa contemporanea.

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Per esplorare questo spazio, alle opere espositive sono stati affiancati una serie di progetti partecipativi che hanno portato il Sonarmatica per la prima volta per le strade di Barcellona. Tra i progetti partecipativi segnaliamo il pervasive gaming di Day of the Figurine in cui centinaia di giocatori connessi via sms si sono sfidati per le strade della città in una partita che è andata avanti per i tre giorni del festival. Gli ambienti sonori di Sonic Interface ridefinivano invece l’ambiente fisico sovrapponendo paesaggi acustici registrati, riprodotti e manipolati in tempo reale; si passeggiava per la città indossando delle cuffie che riproducevano il panorama sonoro reale ma con leggere e inaspettate manipolazioni (suoni ripetuti, amplificati, ritardati, montati), creando un potente effetto di straniamento. Interessante anche il tagging via sms di location fisiche della città di Yellow Arrow, il Geocatching, una caccia al tesoro via gps, ma soprattutto interessante è risultata la nuova versione di Life:A user’s Manual in cui Michelle Theran vagava per le vie di Barcellona captando i flussi wireless delle reti di video-sorveglianza a circuito chiuso: ogni giorno alle 9 di sera l’artista ha invitato le persone a seguirla in un tour di hackeraggio dei circuiti di sorveglianza per le strade della città.

Tra i progetti espositivi segnaliamo l’ottimo Biomapping, un progetto che collega dati biologici (il Galvanic Skin Response) e location fisiche riuscendo in questo modo a disegnare una mappa che visualizza lo spazio urbano come geografia emotiva. Interessante si è rivelato anche Global Player, un lettore che non legge cd ma il globo intero, traducendo le superfici terrestri in frequenze sonore. E ancora .walk un progetto psicogeografico che elabora e propone una serie di istruzioni (software) sull’uso della città intesa come hardware e Zapped! un progetto a lungo termine che ha l’obiettivo di mappare la diffusione e le possibilità d’uso della tecnologia RFID (Radio Frequency Identification).

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Ottima quindi la direzione artistica del progetto ALways On che ha scelto il concept con la consueta puntualità e pertinenza rispetto al presente, e lo ha definito con competenza e precisione. Associando progetti espositivi e progetti partecipativi Always On ha tentato poi di riscrivere il dispositivo comunicativo della mostra, uno sforzo ulteriore che un tema come la cultura mobile richiedeva. L’introduzione dei progetti partecipativi è stata significativa in questo senso, ma dal punto di vista espositivo la mostra è rimasta impigliata nelle strategie del museo, con un allestimento dei progetti che era piuttosto a-sensoriale e concedeva poco all’interazione e all’esperienza hands on.

Recentemente in un articolo sull’arte elettronica (un commento sull’ultima edizione dell’Ars Electronica) Bruce Sterling ha scritto che uno dei problemi per cui la media art “non ce la fa” è che non è riuscita a sfondare nei musei ed è rimasta fondamentalmente al di fuori del mercato dell’arte. Ma la questione forse è proprio imparare a rimanerne fuori. Forse bisogna chiedersi se questo tipo di progetti possano ancora essere valorizzati dalle strategie espositive del museo e se abbia senso che i progetti stessi debbano in qualche modo piegarsi al dispositivo della mostra e della galleria d’arte (ma anche alle dinamiche del valore dell’opera nel mercato, dinamiche che non funzionano più con un’arte immateriale e transitoria come quella mediale). Forse bisogna chiedersi se il format della mostra, nata per esporre cose ‘morte’ (dall’esposizione delle merci nel mercato della prima Modernità, alla polverosa camera delle meraviglie del collezionista borghese) possa essere ancora la strategia adatta a presentare e valorizzare progetti come quelli presentati a Always On che sono partecipativi, responsivi, transitori ed emergenti: in una parola ‘vivi’.

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SONARAMA, TRA ALTI E BASSI DIGITALI

La sezione multimediale del Sonar (ancora troppo poco valorizzata a nostro avviso rispetto agli altri eventi di grande rilievo a livello internazionale) da sempre prende il nome di Sonarama che altro non è se non una panoramica (senza la pretesa di essere esaustiva ovviamente) di tutto ciò che è l’interazione sempre più stretta tra suoni, arti visuali e nuove tecnologie di comunizazione ed espressione. Con una serie di installazioni, di presentazioni di softwares e di concerti audiovisivi (ciò che francamente ha deluso di più di tutto il Sonar), questo è ciò che di valido abbiamo visto e incontrato di valido. Su quello che non è stato qui citato, preferiamo prenderci una pausa di riflessione:

– Installazioni

Lars Arrhenius (SE) – Urban Stories

Animazioni semplicissime e molto divertenti che mostrano lo svolgersi della vita quotidiana, in una città o in un condominio. Lars Arrhenius elimina le pareti che nascondono le vite private della gente e ne rivela sentimenti ed emozioni, con ironia.

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Mikel Nelson (UK) – After Kerouac

Nelson è un artista che crea ambienti che si apprezzano solo perché “non ci si deve passare la notte”, lavora con le paure, le angosce nascoste nell’animo umano. After Kerouac è una spirale claustrofobica dentro la quale si cammina apparentemente invano. Il movimento delle proprie gambe si annulla, cresce una sgradevole sensazione di immobilità, mentre le narici sono aggredite dal forte odore dei copertoni con cui sono state sporcate le pareti e che sono ammassati al termine di questo viaggio infernale, dietro una porta che, al momento di arrivarci, si ha davvero paura di aprire.

Sergi Giordà, Günter Geiger, Martin Kaltenbrunner, Marcos Alonso (ES) – reac table.

Questi artisti stanno sviluppando, presso l’università Pompeu Fabra di Barcellona, reacTable (mtg.upf.edu/reactable), sistema che hanno “suonato” durante i tre giorni della manifestazione presso gli spazi dedicati alle installazioni e che hanno presentato l’ultimo giorno nell’area delle conferenze. Il sistema è una sorta di tavola rotonda dove è possibile compartire la composizione ed esecuzione improvvisata di musica elttronica attraverso una tavola luminosa, degli oggetti che servano da generatori di suoni o loop, filtri, effetti, metronomi (da spostare, ruotare, toccare), una videocamera e un computer che gestisce un sistema basato su pd e openGL. Molto suggestivo dal punto di vista visuale e sonoro, l’installazione interattiva, per quanto giunta a un ottimo livello di maturità, è ancora in corso di sviluppo. È prevista per esempio la possibilità di suonare con altri reacTable ubicati in altri luoghi attraverso Internet.

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– Presentazioni di hardware/software:

Zoonar – Santiago Ortiz (CO) www.moebio.com

Già invitato alla recentissima edizione del festival OFFF, Moebio, icona sempre graditissima del panorama dell’avanguardia artistico-tecnologica spagnola, è tornato a mostrare il suo progetto Mytozoos, giunto a una nuova fase di sviluppo. Il sistema sonoro presentato un mese fa comincia infatti ora a essere integrato nell’applicazione dove gli insetti attraversano il corso della loro vita. Possibili ulteriori sviluppi che permettano organizzazioni in gruppo allo scopo di procacciarsi il cibo quando scarseggia.

Arduino – David Cuartielles & Alex Posada (ES) www.arduino.cc

Arduino è un progetto open hardware. A differenza dell’open software, un progetto di questo tipo ha dei costi di produzione che l’acquirente deve necessariamente coprire, ma i fabbricatori e i distributori non guadagnano nulla. Sul sito è disponibile il modello della scheda in modo che si possa fabbricarsela da soli, annullando i costi di spedizione che in alcune situazioni diventerebbero eccessivi. Arduino è una scheda seriale, USB o IDE, che fornisce entrate e uscite illimitate (si possono collegare in catena) in modo da creare sistemi interattivi che non facciano uso del mouse, ma di sensori e tutto ciò che suggerisce la fantasia. È utilizzabile con PD, Processing, Flash, Max/MSP. David Cuartielles, uno dei suoi creatori, ha mostrato come dal semplice accendere una lampadina, la scheda può essere utilizzata per manovrare sistemi complessi come robot e oggetti elettronici. Alla medesima presentazione ha partecipato anche Alex Posada dell’Hangar di BCN. Questo interessantissimo spazio è un luogo dove il laboratorio multimediale è focalizzato sul concetto di open: Arduino, PD e Processing la fanno da protagonisti. Qui si organizzano laboratori, residenze, consulenze di supporto per artisti che hanno bisogno di aiuto o materiali.

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– Concerti audiovisivi:

Earth, Wind & Firewire (ES) www.earthwindandfirewire.com

Fiori ed elementi manipolati con un noioso effetto mirroring dai due performer che indossano casco da pompieri e ciabatte infradito: suono pulito ma non molto propositivo

SXNDRX: Videoboxing (NL) www.mediawar.com/sxndrx

Sistema creato con lo zampino di steim, colosso della sperimentazione nei paesi bassi, scontro di box dove ai colpi fisici vanno a corrispondere scontri verbali su video. L’idea di partenza è potenzialmente interessante, ma musica banale e effetto finale in generale piuttosto debole.

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Toshio Iwai: Tenori On (Jp)

Forse la performance più interessante del Sonarama, sebbene poco coerente con il concetto di audiovisivo. Iwai confeziona infatti una performance avanti di dieci anni mediante l’utilizzo di un vero e proprio strumento di musica digitale interattivo. Una matrice 16×16 interattiva e suonabile, con la qale creare basi ritmiche e tappeti sonori, ulteriormente arricchiti dall’utilizzo di giocattoli elettronici, interfacce in micromusic e orpelli sensoriali per un live del tutto unico e inimitabile. Peccato la componente visiva costituita da delle semplici riprese di ciò che i performer facevano sul palco, per mezzo di microcamere posizionate sulle loro spalle

Ryoji Ikeda: Datamatics (JP) www.ryojiikeda.com

Gran finale del Sonarama. Punti, linee, particelle, piani, volumi, cosmi, effetti atmosferici e metereologici nel progetto Datamatics. Suoni poderosi in sincronio ovviamente perfetto ed elegante sotto i soffitti a cupola dello spazio del Santa Monica. Un finale esplosivo tra persone che fuggivano dai bassi o dagli acuti eccessivi (specie chi, costretto dall’incontenibile affollamento, si era dovuto posizionare proprio sotto una cassa) e techno-entusiasti che non potevano controllare la loro approvazione. Alla fine un vero esercizio di stile come ormai da troppo tempo ci ha abituato il maestro giapponese: un file Flash lasciato apparire per errore durante la fase di check rivela il trucco di un approccio all’audio-video eccessivamente freddo e distaccato, senza alcune emozione live, confermata dalla totale assenza dell’artista sul palco. Una forma espressiva a nostro avviso superata (leggetevi in questo senso il fantastico saggio di Terre Thaemlitz “The Crisis of Post-Spectacle Live Contemporary Ambient Performance”), sulla quale i curatori del Sonarama sono fortemente invitati a riflettere.

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– Demo tecnologiche:

Edirol VJ equipment showcase – VJ Masaru (JP) www.edirol.net

Presso gli spazi dell’auditorio, VJ Masaru, ballerino, disegnatore di moda, videomaker e VJ anomalo, ha presentato il sistema che ha sviluppato. Miminalista: animazione di semplice cerchio bianco su sfondo nero, che assume diverse identità a seconda del movimento, si moltiplica riflettendo la complessità del suono. Sincronizzazione di immagine con armonia più che con ritmo, ombre, porte scorrevoli, petali in volo, tutto al rallentatore, dilatando gli spazi e ammorbidendo l’atmosfera suggerita dal ritmo serrato.


www.sonar.es

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