L’ultima volta era stato esattemtne dieci anni fa, estate 1996. Sonambiente è tornato dopo una decade a far parlare di se ed è tornato a popolare di suoni e immagini le più raffinate location di una Berlino estiva sempre più bella, attraente e quest’anno folle di football. Grazie a un numero impressioante di installazioni, performances, eventi di arte visuale, di sound art, video proiezioni, esperimenti di radioart e con un occhio sensibile e attento ai più importanti talenti internazionali, Sonambiente vedrà dal 1 al 16 Luglio la partecipazione di oltre 40 artisti e 20 scuole d’arte, per far risuonare la capitale teutonica dalle fondamenta.

L’organizzazione e la curatela di un evento di queste dimensioni non è operazione semplice. Strutturare un network di appuntamenti dislocati su 5 differenti location mantenendo alta la proposta artistica e la fruzione anche tecnica del suono verso il pubblico presente, richiede preparazione ed esperienza. Elementi che non sembrano certo mancare a Matthias Osterwold, co-direttore (con Georg Weckwert) di Sonambiente Festival 2006 Berlino. L’incontro è avvenuto a Berlino nel maggio 2006 prima dell’inaugurazione della mostra e con Matthias abbiamo parlato del festival, di musica e non solo…

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Roberto Paci Dalò: A parte la scelta estetica e degli artisti, ho l’impressione che la vera protagonista del festival Sonambiente sia Berlino stessa, la città e i suoi luoghi. Penso che la sound art non possa evitare di avere una profonda relazione con i luoghi. Nel definire il programma del festival con Georg Weckwert avete lavorato, in un certo senso, come degli esploratori in una foresta chiamata Berlino. Cosa ne pensa?

Matthias Osterwold: Ci sono numerosi aspetti da tenere presente. Penso che l’approccio della sound art , in quanto arte formale, sia un riflesso di un dato spazio di una situazione sociale. In particolare è opportuno non solo presentare lo spazio stesso ma anche riflettere l’ambiente nel quale è immerso. In questo senso è vero che Berlino acquista un ruolo attivo: certe situazioni, edifici, certi spazi di presentazione giocano un ruolo attivo nel concept della mostra, ma è vero soprattutto da quando il muro di Berlino è crollato quindici anni fa e si è creato un melting pot di artisti. C’è una grossa spinta della città nel lavorare con le nuove instituzioni artistiche, le gallerie, ed è quindi essa stessa il motore produttivo dell’ arte in questo momento ed è soprattutto vero per gli artisti che si occupano di arti intermediali e di sound art , la nuova generazione di giovani artisti.

Tutto questo è intrinsecamente riflesso nell’esibizione, e per questo abbiamo pensato che Berlino fosse un luogo appropriato per Sonambiente. Non dobbiamo dimenticare che dieci anni fa abbiamo presentato la prima edizione di Sonambiente che era, nel 1996, ancora molto vicina alla riunificazione di Berlino, e la caduta del muro. Quindi, in confronto ad allora, c’è anche molta più libertà nel poter utilizzare l’intera città. Ciò significa anche nuovi edifici, “Unfarmietete Neubauten” (edifici sfitti) , per citare gli Einstürzende Neubauten. Saranno infatti utilizzati spazi ricavati da uffici vuoti e la moltitudine di palazzi di vetro sfitti, tipici della città di Berlino.

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Roberto Paci Dalò: Penso che esista una strana associazione con quello che avete fatto in passato. Mi sembra di capire che ci sia una continuità negli ultimi quindici anni per quanto riguarda il mettere insieme cose che secondo il mainstream non dovrebbero stare insieme. E una di queste cose è la relazione fra suono e immagine insieme a un continuo movimento tra cultura popolare e accademica. Mi sembra di capire che ci sia una continuità nel tentativo di avere insieme, nello stesso luogo e allo stesso tempo, la musica tradizionale, la nuova musica, la musica classica, sound art.

Matthias Osterwold: Bisogna sicuramente tornare indietro fino agli anni ’60 forse, ma in modo più visibile negli anni ’80, per notare come Berlino sia diventata sempre di più il centro di una specie di approccio musicale interdisciplinare, usando strumenti appartenenti ad altri generi come i visual o anche solo una certa nozione di forma d’ arte intermediale, fino a sviluppare ciò che poi verrà chiamata sound art , o klangkunst . Il termine era usato solo nella versione tedesca negli anni ’80, ma Berlino era comunque un vero centro produttivo. Intendo per quanto riguarda gli artisti, le instituzioni o le iniziative di promozione di queste forme d’ arte, nonchè la ricerca scientifica di questi fenomeni. In seguito gli artisti si trasferirono a Berlino e queste forme d’ arte cominciarono ad essere molto attive e molto influenti. Ma le radici si trovano sicuramente più in profondità nella storia, in tempi assai più lontani. È infatti una caratteristica delle avanguardie del ventesimo secolo il voler dissolvere le barriere fra i generi artistici, e sostituirle con nozioni di arte assai più ampie.

Berlino era quindi il luogo che offriva un terreno molto fertile per tutto questo, il luogo che ha reso possibile, come lei ha già ricordato, Augen und Hören, all’inizio degli anni ’80, o il programma artistico DAAD sempre negli anni ’80 Kunstverein Gelbe Musik, Freunde Guter Musik, Inventionen Festival di DAAD. Più tardi Kunst der Parochial, Podewil, Tesla. C’erano continuamente iniziative e instituzioni che supportavano queste forme d’ arte che hanno una posizione per nulla facile nel mercato dell’arte. Ma non bisogna limitarsi a vedere la questione dal punto di vista musicale. Anche nell’ ambito del pop o del rock nei primi anni ’80 cominciarono ad essere utilizzati dei video e allo stesso tempo nei club si incominciò ad associare sempre la musica con dei video e ciò si può estendere anche all’ambito della scena dei compositori che cominciarono a pensare ai visual, alla luce e così via. Ora per me, e per Sonambiente, questo è un aspetto altrettanto interessante, e gli artisti di visual art sono sempre più interessati nell’ integrazione del suono nei loro lavori.

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Roberto Paci Dalò: Non solo quindi una colonna sonora ma un materiale per la produzione artistica.

Matthias Osterwold: SI, un materiale per la produzione artistica, come una parte integrativa. Basta pensare alle esposizioni sopravvissute come la Biennale di venezia, Documenta eccettera: ci saranno forse un terzo, a volte anche metà, dei lavori che hanno a che fare in qualche modo con il suono, a volte udibile, a volte non udibile. Bisogna riflettere anche su questo, e su questo punto di convergenza in tutti i suoi aspetti.

Roberto Paci Dalò: Il suono si trova sempre nel lavoro degli artisti quando si comincia ad avere a che fare con i nuovi media. Dal momento che hai un video devi pensare anche al suono, e questo suono non può essere più una semplice colonna sonora o essere integrato al di fuori della post-produzione ma deve essere qualcosa che è parte integrante del lavoro. Basta pensare ad artisti come Carsten Nicolai/Alva Noto, che penso sia un ottimo esempio di artista berlinese che ha potuto costruire la sua estetica, che è allo stesso tempo attivo nella visual art e nella sound art al punto che il suo stesso lavoro visuale è in gran parte basati su processi sonori.

Matthias Osterwold: Carsten Nicolai è molto bravo, ed anche un ottimo esempio del tema in questione, in quanto nelle sue opere il processo tecnico per produrre suono e immagini è lo stesso, viene dagli stessi algoritmi, gli stessi circuiti. Questo è un approccio veramente completo e ci riporta all’ importanza della tecnologia digitale che in qualche modo ha un ruolo neutrale nei riguardi dei media. È uno strumento che poi può essere trasformato in differenti formati, può essere associato a differenti sensi.

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Roberto Paci Dalò: Grazie alle nuove tecnologie, è possibile avere un data base anche composto da diversi tipi di dati che provengono da immagini e da suoni, che poi si possono riconvertire in ulteriori formati. Quando si riesce a non perdersi in queste tecnologie digitali è possibile lavorare in una maniera molto minimalista e sviluppare progetti basati su particelle microscopiche. L’approccio digitale ha in ogni caso a che fare con la memoria e la storia in maniera molto profonda e Berlino è uno dei pochi luoghi in tutto il mondo dove si può parlare di rovine in una maniera contemporanea. Penso ad alcuni artisti, come Paul DeMarinis per esempio, che si occupa di tecnologie e la maggior parte delle volte con materiali “vintage”. È davvero interessante ascoltare le voci di Hitler o Stalin che sono in qualche modo attivate solamente attraverso le tecnologie odierne.

Matthias Osterwold: Certo, ma questa è dialettica. L’ esibizione di tutte queste tecnologie digitali, accessibili e relativamente economiche per il proprio interesse, come una specie di strumento feticista per mettersi in mostra sta diventando sempre meno interessante, allo stesso modo in cui succede nei confronti del virtuosismo. La dialettica se ce l’hai puoi benissimo usarla, ma allo stesso momento bisogna abbandonarla in modo da poter riflettere qualcos’ altro, forse la storia, forse cose molto semplici, le condizioni sociali o qualcos’ altro. E penso anche che Paul DeMarinis sia un maestro della dialettica, e questo da forza ai suoi pezzi e fa parlare di lui, perchè lui è un artista che ti lascia scoprire un sacco di cose su differenti livelli, utilizzando vecchie tecnologie ma anche vecchie icone e vecchi motivi. Si relaziona moltissimo con la storia e con la memoria. E’ un artista molto forte.

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Roberto Paci Dalò: Alcuni artisti si relazionano con oggetti ritrovati (ogni tipo di oggetti: suono, video, materiale ritrovato in archivi, pratiche di riscrizione) e sono capaci di mostrarci un luogo, normale e banale, in un modo del tutto differente. Per me questo è un approccio molto interessante, anche perchè attira anche un altro tipo di pubblico, che non è solo fatto di specialisti, ma anche di persone di generazioni e formazioni diverse. Persone che forse non sono coinvolte nel mondo dell’ arte ma sono coinvolte nel posto in cui vivono, nella loro città. E il fatto che si presentino lavori in spazi pubblici rende le cose differenti, perchè lo spazio pubblico non è solo una spazio: è uno spazio sociale, uno spazio politico. Questi luoghi cambiano e in particolare cambiano nella percezione delle persone che normalmente vi si trovano.

Matthias Osterwold: La sound art molto spesso appartiene o è in qualche modo relazionata a una filosofia di non separazione fra vita e arte. Non vi è più l’ idea di opere d’ arte isolate ed ermetiche che ergono delle alte barriere di conoscenza, di pre-informazione sociale. E questo si può dire per la maggior parte, o almeno per una gran parte delle opere di sound art . Si tratta invece di un intervento discreto che non spinge l’ascoltatore verso qualcosa, ma è già lì come un invito a percepire scoprendo così di avere un ruolo attivo nell’ interazione con l’opera d’ arte. E ci sono alcuni pezzi che hanno anche una particolare attitudine interattiva – tecnicamente interattiva – oppure sono un’ invito all’opera d’arte stessa. La storia dell’ estetica ci porta a un’ idea di separazione fra arte e vita, che è anche l’idea di Soziale Kunstwerk, plastico sociale, la scultura sociale di Joseph Beyus. il suono come scultura, come un oggetto.

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Roberto Paci Dalò: Questo genere di procedimenti si basano sul fatto che si possa percepire veramente il suono come un’architettura invisibile. Così si hanno due luoghi con la stessa importanza, e dove si è nello stesso tempo: quello visivo e quello acustico. Ma questi due mondi si spostano creando qualcosa di diverso. Una cosa interessante del suono negli spazi pubblici è il livello di irritazione che può produrre. La gente è talmente abitata a vedere immagini che a un certo punto non se ne accorge più. Ma il suono, e il particolare il suono ripetitivo, è ciò che spesso disturba veramente le persone. Un piccolissimo suono ripetuto per qualche ora in un posto normale non è nulla di speciale. Ma come accade che questa cosa insignificante possa diventare così potente dal punto di vista percettivo?

Matthias Osterwold: Succede quando lo si isola. Il suono è il medium più accessibile di tutti, le orecchie non si possono chiudere!

Roberto Paci Dalò: Vero, ma allo stesso tempo la percezione del suono è molto elaborata. Si possono ascoltare 20 fonti diverse allo stesso tempo e selezionare tutti i volumi, tutti i livelli. Ciò non accade con le immagini ma con il suono risulta estremamente complesso, e tridimensionale.

Matthias Osterwold: A volte succede che un’opera d’arte sonora produca una reazione irritante, negativa. Capita di avere esperienze del genere. E’ un equilibrio molto sensibile e complesso da mantenere, e questo ci porta alle forme di presentazione. Quando si presenta un’ opera d’ arte sonora bisogna essere molto cauti nel deciderne la forma di presentazione perchè le onde sonore si sovrappongono naturalmente. Mi è capitato di vedere esibizioni che erano molto caotiche, a volte cacofoniche. Suonare insieme differenti opere d’ arte sonore, in qualche modo sottrae l’essenza del lavoro singolo perchè allo stesso tempo ne interviene un altro. Questa è una delle ragioni per le quali selezionamo così tante location differenti, e proviamo a farlo sistemando le singole opere negli edifici. In questo modo l azione è prevista anche nella visita delle opere, perchè bisogna spostarsi da un posto all’ altro.

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Roberto Paci Dalò: In quale modo tutti questi aspetti possono relazionarsi? Non soltanto per quanto riguarda la relazione fra il dominio visivo e quello sonoro, ma anche per quanto riguarda la produzione. Janet Cardiff e George Bures Miller sono un buon esempio perchè sono sempre al lavoro con il suono, avendo a che fare con le istituzioni, e hanno successo. Ci sono molti altri casi che non hanno altrettanto successo e famosi visual artists che sono sconosciuti nel mondo della musica.

Matthias Osterwold: Per l’artista questo è un punto cruciale. Tutti vogliono vivere con l’arte, come aspetto economico, ma è una questione di creazione di spazi, reti, dove i lavori possono essere sviluppati e creati. Sei molto fortunato se trovi un sound artist in un contesto di visual art, ed è una cosa molto strana che sound artist riconosciuti non siano poi così ben piazzati nel mercato della visual art. E’ davvero molto difficile da spiegare. Non ho una risposta chiara a questo quesito. Potrebbe essere che alcuni sono promossi meglio, vengono scoperti in maniera più efficiente, o che sono stati fortunati a essersi trovati lì, o forse che usano strategie più efficaci di autopromozione. Sono però certo che molti artisti nemmeno ci vogliono arrivare a questa situazione…

Roberto Paci Dalò: Il punto è che ci sono alcuni lavori fatti da sound artist negli ultimi 20 0 30 anni che sono veramente affascinanti, e che sarebbero assai interessanti da sentire ora in un contesto di visual art. Come riuscite a convincere una certa instituzione che un certo lavoro di sound art è interessante per loro? Intendo, in quale modo Hamburger Bahnhof dovrebbe essere interessata a Carsten Nicolai, come è successo qualche mese fa, o a Gordon Monahan, che è un artista fantastico e che si sposta continuamente fra questi due territori?

Matthias Osterwold: La risposta è semplice. Coinvolgere la visual art è necessario, in quanto alcuni lavori di visual art , sono molto poco sviluppati in termini di suono. Persiste ancora una certa ignoranza, o una certa trascuratezza dell’aspetto musicale. Si può dire che alcuni visual artist dovrebbero curare di più questo aspetto, così come dovrebbero i curatori. Ma poi ci si accorge che molto spesso esiste una specie di blocco nei confronti della musica.

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Roberto Paci Dalò: Questo significa una mancanza di educazione sul suono nelle scuole d’ arte? Ed è quindi interessante, per esempio, un certo aspetto di Sonambiente di scuola temporanea. Ma questa educazione, per Sonambiente, dovrebbe avvenire prima, durante e dopo?

Matthias Osterwold: Penso che sia necessario per le scuole d’arte riflettere il processo e lo svilupparsi di queste discipline artistiche intermediali, incluso il suono. È una cosa indispensabile, così come è necessario che i musei e le instituzioni dell’arte si accorgano e si curino del fatto che esistono queste opere integrative. Ciò significa programmi, e significa anche architettura. Mi fa sempre molto arrabbiare il fatto che i nuovi musei, costruiti con enormi somme di denaro non prevedano spazi che si possano realmente prestare e siano adeguati alla presentazione di questi lavori intermediali. Questo significa trascuratezza dell’aspetto acustico e se le scuole integrassero tali strutture sarebbe già un passo avanti. Sonambiente Laboratorium include venti nuovi arrivati dagli instituti d’arte, e allo stesso tempo ci sono delle cattedre che rappresentano questo approccio integrativo. Ci sono per esempio Christina Kubisch alla Hochschule der Bildenden Künste Saar , Ulrich Ellerand alla Hochschule für Bildende Künste Braunschweig , Berhard Leitner alla Universität für angewandte Kunst Wien, come architetto nella scuola di architettura di Vienna insegnando suono, Nicolas Collins, al Chicago Art Institute e persino Weimar con Robin Minard.

Infine, in qualche modo è supportato anche il “no labelling” per avere una migliore integrazione anche con il mercato artistico, perchè gli artisti devono vivere e gli instituti di finanziamento hanno sempre più difficoltà. L’aspetto commerciale in questi settori dell’arte non può essere trascurato.

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Roberto Paci Dalò: Infine, esistono dei progetti sul web nell’ambito del festival? Sono previsti dei contributi a distanza?

Matthias Osterwold: Si, ma d’altra parte devo dire che, viste le limitate possibilità, il sito di Sonambiente sarà qualcosa di più convenzionale su quel frangente, limitandosi alla presentazione e alla documentazione delle esibizioni, anche se in realtà questo non è del tutto vero, perchè abbiamo alcuni progetti web e di open network. Verrà instituita una struttura aperta invitando altri artisti e coinvolgendo collaborazioni remote mentre altre opere sono pensate direttamente per il web, ma non sono interattive. Penso che quindi questo sia un processo in via di sviluppo che deve essere supportato e moderato adeguatamente.

Roberto Paci Dalò: Mi piace l’idea del sito web che diventa “il” laboratorio. Il luogo quindi che prosegue oltre la mostra ed esce dal suo ruolo di catalogo.

Matthias Osterwold: Ha assolutamente ragione. Abbiamo già discusso molto di questo e ci sono iniziative come Klangkunst Forum, che è una piattaforma di soundart in rete, che probabilmente verrà creata. Ed è nei piani del sito di Sonambiente di aggiungere più materiale e documentazioni sul festival, sulle cose che accadono. Vedremo cosa riusciremo a fare, perchè servono fondi e un minimo supporto materiale per mantenere questi siti web per molto tempo.


www.sonambiente.net/

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