Lo so può sembrare una banalità parlare su una rivista come questa di progetti audiovisivi che utilizzano l’infinito campionario di contenuti multimediali che popola la Rete. Del resto è ormai sempre di più sulla bocca di tutti, esperti del settore e non: il Web 2.0 è in arrivo, la super connessione è cosa ormai quasi fatta, i contenuti audio e video grass root saranno sempre più numerosi, di qualità, con ottime risoluzioni e soprattattutto liberi da vincoli di appartenenza e copyright.

Sono sicuro che la maggior parte dei lettori ha sentito parlare di You Tube (ma non dimentichiamo Flickr e alcuni altri) , il nuovo fenomeno americano che anticipa l’avvento della nuova era internettiana, ospitando sin da oggi al suo interno un quantitativo impressionante di video e musica, animazioni e immagini, in un caotico condensato capace ogni tanto di valorizzare fenomeni e personaggi con la rapidità esponenziale ormai tipica della Rete. Questa riflessione induce l’analista attento a non distogliere lo sguardo da un fenomeno già presente e in sicura e rapida ascesa: l’interpretazione di Internet come un unico ed enorme hard disk da cui attingere liberamente contenuti multimediali riutilizzabili in modalità differenti, seguendo tra le altrre cose quegli stessi dogmi (non c’è veramente più nulla da inventare) del cut&paste del sampling e del remixing che hanno fatto la fortuna della cultura elettronica contemporanea.

Questo magazine ha già posto attenzione al fenomeno presentando il progetto WJS di Anne Roquigny nel Digimag 12 dello scorso Marzo (www.roquigny.info/). Al contempo il progetto dell’artista francesce non è l’unico esistente, anzi: se da un lato è importante ricordare per esempio il progetto Vj-uberjeek di Amy Alexander, dall’altra non si può non provare sincera curiosità ed eccitazione di fronte alla piattaforma online in tempo reale Visitors Studio che consente la condivisione e l’utilizzo di materiale per performance audiovisive.
(www.visitorsstudio.org/index.php?diff=-120)

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Quello che mi preme sottolineare, e che appare chiaro già a molti, è la natura “meta” di questi progetti e l’attitudine ibrida dei loro creatori: netartisti forse, audio-video performer sicuramente, sperimentatori di forme estreme di networking in tempo reale di certo. A un certo punto le definizioni perdono di significato, le teorie (e coloro che sapientemente le dispensano in giro per il mondo) non riescono, a mio avviso, nemmeno a seguire le dinamiche e le evoluzioni in atto al giorno d’oggi tanto sono rapide e multiformi: di certo rimane affascinante pensare alla potenzialità che ha la Rete nel futuro delle performance multimediali “live”, soprattutto tenendo conto delle sagge parole espresse da un fine teorico e artista come Terre Thaemlitz nel suo saggio “The Crisis of Post Spectacle Live Contemporary Ambient Performance (edito in Italia da Nero Edizoni ma che potete anche leggere su www.comatonse.com)

Rick Silva con il suo Satellite Jockey, presentato nella sezione Digital a la Carte del Sonar 2006, fa un paso ancora ulteriore inserendo elementi importanti dell’etica hacker all’interno delle dinamiche sopra esposte. L’artista brasiliano è stato infatti in grado di hackerare il famoso tool Google Hearth, utilizzando ai propri fini la naturale dinamica del software di visualizzazione satellitare delle varie zone della Terra. Con questo tipo di approccio Satellite Jockey è quindi un progetto in rete, un’installazione o una performance di wjing in cui l’audio e il video sono presi in tempo reale da Internet e dalle rappresentazioni digitalizzate del mondo che ci circonda, in un dato momento e in un dato luogo. Le metafore e le parole potrebbero sprecarsi, le analisi socio-culturali e artistiche del progetto pure: per questo vi rimandiamo al concept generale scritto da Regine Debatty per la sua curatela del Digital a la Carte del Sonar. Per un’analisi più concreta di cosa significa essere artista multimediale alle soglie del Web 2.0, vi rimando invece alle parole dello stesso Rick Silva.

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Marco Mancuso: Come mai hai deciso di utilizzare un tool come Google Hearth? Pensi solo che sia una buona fonte di immagini e suoni o sei ovviamente interessato a un suo significato più profondo?

Rick Silva: Io lavoro più come un punk rocker che come un programmatore e piuttosto che costruire realmente qualcosa mi piace molto di più prendere un media/software già disponibile e utilizzarlo in un modo tattico. Ciò che quindi trovo interessante di Google Hearth è la sua caratteristica di essere uno spazio video in 3D che rappresenta una descrizione reale e concreta del nostro mondo che più si osserva e più appare astratta nella sua visione glitch e pixelata. Google Hearth è uno di quei tipici programmi che saranno sempre migliori, con immagini e suoni a risoluzione via via sempre migliore nel corso dei prossimi anni; anche se io ne adoro l’attuale versione caotica.

Marco Mancuso: Come funziona tecnicamente il sistema? Come hai hackerato il software?

Rick Silva: Diciamo che ho sperimentato in molti modi differenti sul software, ho creato dapprima mix di 30 minuti dove catturavo video dallo schermo e li remixavo con la musica. Più recentemente presso il Media Archeology: software cinema festival di Houston, ho fatto un live set utilizzando Google Hearth connesso direttamente a Internet, in full screen e utilizzando un po’ di overlays per aumentare l’effetto complessivo. Ho iniziato così a fare pratica su come lavorando dj e vj quando lavorano ai loro mix o ai piatti in consolle: conosco bene quali posti sulla Terra sono buoni in termini di musica e suoni, tenendo poi presente che posso mixarli in modo opportuno dal vivo utilizzando una tastiera midi e dei controllers. Quindi, nel caso del Sonar si è trattato di inserire questi file all’interno di un semplice sito web, nel caso però del Futursonic si tratterà invece più di un’installazione, in altri casi infine si tratterà di strutturare una live performance.

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Marco Mancuso: Pensi che il futuro del multimedia performer sarà legato alla sua abilità di utilizzare software hackerati piuttosto che software sotto licenza come sono oggi la maggior parte dei software utilizzati in campo grafico e musicale, salvo rare e felici eccezioni?

Rick Silva: Beh, è sicuramente molto interessante il fatto che Google Hearth abbia questa porta aperta per gli hacker, ne aumenta sicuramente le potenzialità. Per me quindi è molto più interessante l’aspetto tecnico ed estetico della performance, il contenuto e il tempo, rispetto al software che viene utilizzato.

Marco Mancuso: Quanto potrebbe essere importante la Rete nel futuro delle multimedia performances come un infinito hard disk di immagini e suoni e come uno spazio virtuale per il networking?

Rick Silva: Sicuramente i nostri desktop si stanno rapidamente trasferendo in Rete grazie al Web 2.0. Proprio ora sto lavorando su un progetto di “jockey” ancora differente con il netartist Abe Linkoln: abbiamo selezionato a mano e mixato centinaia di Rss Feeds in un unico mix scorrevole. L’unico rischio che si ha, soprattutto nel caso di una performance dal vivo, è che le immagini/suoni/video possono essere cancellati in ogni momento dalle persone stesse che li hanno uploadati. (www.rssjockey.com)

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Marco Mancuso: Ti consideri più un artista, un hacker, un audiovideo performer o piuttosto un netartista (se questa parola ha ancora un significato oggi)?

Rick Silva: Per questo progetto nello specifico penso che tutti questi termini che hai citato lavorino insieme in modo differente, ma sono tutti quanti validi. Non penso che in generale le persone apprezzino più molto il termine netartist poiché nessuno ha alla fine capito come fare soldi facendo il netartist. Ma in generale io apprezzo ancora oggi il termine e le idee che spingono molti artisti in Rete, non tanto per le loro velleità artistiche in quanto tali quanto appunto per il concetto di networking che li guida.

Marco Mancuso: Hai mai sperimentato Satellite Jockey in una vera live performance? Se sì, quali sono state le tue sensazioni ed esperienze?

Rick Silva: Sì, come ti dicevo mi è capitato di esibirmi con il Satellite Jockey. Mi piace tantissimo la sensazione di iniziare a navigare nello spazio di Google Hearth e improvvisamente zoomare proprio sullo spot dove si sta svolgendo la performance. Durante un esibizione a Houston tutto stava procedendo bene, io stavo navigando in tanti posti differenti con il software e così dopo un po’ la gente ha iniziato a venire da me e a dirmi, per esempio: “Ehi, questo è il posto dove sono nato in una cittadina in Perù, ci stavi girando attorno e scratchando un attimo fa”. A Houston questa performance di cui ti parlo era all’aperto, in un cortile pieno di alberi enormi: mi piace tantissimo l’idea che qualcuno possa vedere e sentire la performance in un posto come questo e poi tornare a casa e surfare Google Hearth sentendo le stesse cose in camera sua in cuffia.

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Marco Mancuso: Cosa ne pensi infine di altri progetti net-audio-video come il WJ-S project o piattaforme come il Visitors Studio?

Rick Silva: il concept del web jockey è sicuramente cool e sta girando e prendendo piede in tante forme differenti al momento (c’è anche un progetto di Amy Alexander chiamato vj-uberjeek). Non ho mai visto questi progetti dal vivo per cui non ne posso parlare con vera cognizione di causa. Personalmente è da tempo che osservavo il web come un enorme spazio remixabile in una performance, per cui questa evoluzione del web jockey non è per me un passaggio così straordinario ma un’inevitabile riflessione/metafora su ciò che facciamo tutti i giorni con la Rete. Sicuramente poi ci sono realtà come la Roquigny e Furhetfield che hanno iniziato a lavorarci anche perché vivono paesi migliori per trovare aiuti economici per sviluppare i loro progetti.


www.satellitejockey.net/

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