Haiku e Karaoke, Ikebana e computer graphic. Tradizione millenaria e tecnologie d’avanguardia si mescolano nei video dell’ultima generazione di artisti asiatici: assimilata e superata infatti la lezione dei media tradizionali, il video diventa il loro mezzo d’espressione principale per interpretare una realtà in accelerazione costante.

All’Asia Society di New York, fino al 6 Agosto 2006, la mostra Projected Realities: Video Art From East Asia (dedicata alla memoria di Nam June Paik, scomparso all’inizio di quest’anno) presenta sei videoartisti dall’Estremo Oriente. Una carrellata sulle produzioni di un’area che ha vissuto un boom economico, e di conseguenza tecnologico, enorme, accompagnato da cambiamenti radicali anche a livello sociale.

Ecco gli elementi attorno a cui gravitano le realizzazioni di questi circa-trentenni che vivono in pieno la nuova rivoluzione, con prospettive e modalità di rappresentazione inedite, senza però scordare le proprie radici culturali e, perché no, la leggerezza di un’infanzia passata da poco.

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Così, lo spazio di un parcheggio visto dall’alto diventa “terreno di gioco” per Junebum Park (1976, Corea del Sud), che in I Parking si diverte a fingere di muovere macchine e passanti sovrapponendo al filmato quello delle proprie mani; mentre gli spostamenti di un gruppo di scolarette assumono l’illusione di un “gioco del 15” in Puzzle. E che dire degli esercizi Shaolin di Kuang-Yu Tsui (1974,Taiwan), che in Eighteen Copper Guardians in Shao-Lin Temple and Penetration: The Perceptive parodizza con una video-performance i film di arti marziali facendosi lanciare sulla nuca una serie di oggetti, nel tentativo di “percepire” e identificare gli oggetti senza vederli.

E’ dalla Cina che arriva inoltre una satira del karaoke: nel video di Wang GongXin (1960) i cantanti improvvisati, sovraimposti sui denti di una bocca enorme, si lanciano in improbabili e dissonanti performance. Extraterrestri emigranti e sfruttati sono invece i PiNMeN, esserini animati al computer dal giapponese Bak Ikeda (1964), le cui tragicomiche avventure da 1 minuto ciascuna sono anche scaricabili su videofonino.

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La tradizione si ritrova nel lavoro dei giapponesi Kazuhiro Goshima (1969) e Mami Kosemura (1975). Il primo, in Fade Into White # 4 , intesse un viaggio onirico attraverso forme e modellini architettonici: le carrellate lente e lo zoom, che esplorano i particolari degli oggetti, il bianco e nero accentuati e il tappeto sonoro creano un effetto visuale che sembra volersi riferire all’Haiku, una forma di composizione poetica giapponese. La seconda dispone piante stagionali, le fotografa e crea poi delle composizioni animate che si rifanno ognuna a una stagione diversa, segnando un richiamo alla pittura su pannelli e all’arte di disporre i fiori.

Variegati nelle forme e nei contenuti, questi artisti dimostrano una comune tendenza a rielaborare la realtà con profonda ironia e inventiva, accompagnate da una notevole padronanza dei mezzi di produzione. Una scena che meriterebbe sicuramente più interesse da parte dell’Occidente.


www.asiasociety.org

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