Dal 24 al 27 giugno, presso gli spazi del CCCB (www.cccb.org), si è tenuta la tappa barcellonese dell’Art Tech Media 06 diretto e coordinato da Montse Arbelo e Joseba Franco. La manifestazione itinerante si articola nel corso di diversi mesi e ha luogo presso diverse sedi in tutta la Spagna (Tenerife, A Coruña, Vitoria, Salamanca, Murcia, Bilbao, Barcelona e Madrid). Si tratta di un incontro tra artisti, organizzatori di eventi, direttori di musei, pensatori, commissari, galleristi, agenti culturali, politici per riflettere sulle tematiche nevralgiche dell’era delle nuove tecnologie.

Le tavole rotonde sono accompagnate da proiezioni, che al CCCB hanno avuto luogo durante le prime due giornate e nelle ore che precedevano le conferenze. L’affluenza è stata bassa, se si pensa a quanto interessanti erano le tematiche proposte, ma a giudicare dal numero delle sedie disponibili l’organizzazione era preparata a una dimensione piuttosto intima. Forse, come sempre, i mondiali di calcio hanno avuto la meglio su uno scambio di idee riguardo a come interpretare il momento storico in rapida e radicale trasformazione, e per questo ancora sommamente magmatico, nel quale tutti quanti viviamo.

Forse chi è realmente immerso nelle nuove tecnologie tende sempre a volare un po’ troppo con la fantasia. Il titolo della manifestazione, il tema e i nomi degli artisti e delle strutture coinvolte facevano presagire un’atmosfera fortemente multimediale, con stazioni interattive, installazioni e chissà che altro. Niente di tutto questo. Come si è detto, nella grande hall del CCCB, oltre a un paio di computer dove consultare il sito dell’Art Tech Media, si è sfruttato solo il grande schermo su cui proiettare lavori non sempre interessanti e non sempre particolarmente avanguardistici, né in merito di contenuti né di tecnica. Basta che qualcosa sia realizzato in digitale perché meriti di essere esibito in un evento come questo? Il tema è emerso, ovviamente, nel corso delle conferenze.

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Lunedi 26 il tema era l’artista indagatore ed erano invitati per partecipare alla discussione e presentare i loro lavori Marcel.lí Antuñez Roca, attualmente in sospetto che ciò che è nuovo non è più abbastanza nuovo, anche se sempre attivo nelle sue eccellenti produzioni tutt’altro che prive di innovazione; Ximo Lizana, che ha portato testimonianze di diverse possibilità proposte anche da altri artisti, come graffiti di led e ologrammi visibili a 360° creati direttamente da modellazioni 3D realizzate sul computer; Natalia Rojas (www.nataliarojas.com), che ha mostrato i video di alcune istallazioni da lei realizzate dove si cercava, con espedienti molto semplici ma d’effetto, di trovare nuovi modi per coinvolgere il pubblico. All’incontro ha partecipato anche Pedro Soler, direttore tecnico dell’Hangar (www.hangar.org), centro di produzione di arti visuali a Barcellona nato da poco nell’ex quartiere industriale Poble Nou e già estremamente attivo e promettente.

Il tema della discussioneè se la Spagna riesca o meno a forgiare sperimentatori di grande portata e se le istituzioni pubbliche (nel mirino soprattutto le università) contribuiscono a questo sviluppo o rimangono congelate nel loro ruolo di trasmettitori più che di generatori di cultura. La conclusione comune è che il problema come sempre sono i fondi a disposizione, che devono comunque essere distribuiti anche ad altre aree di ricerca e non permettono di spingersi troppo oltre. Il discorso, tranne nel caso di alcuni timidi tentativi, è rimasto piuttosto limitato alla Spagna, mentre uno sguardo leggermente più panoramico che si spingesse al di là dei confini nazionali avrebbe aiutato a fare confronti più consistenti e a trovare proposte più concrete.

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Questa veduta un po’ troppo domestica ha permeato anche e soprattutto la seconda giornata di incontri. In questa sessione si è parlato soprattutto del ruolo dei media nelle nuove tecnologie e si è fatta molta teoria rispetto a chi è l’artista digitale, cos’è l’arte digitale e quale dovrebbe essere la figura del critico di queste nuove discipline. Il tono generale della discussione, fortunatamente non avallato da tutti i presenti, ha confermato che rispetto a questi argomenti non c’è ancora una reale chiarezza di idee.

Qualcuno ha sostenuto che un critico non deve avere una preparazione di stampo tecnico, ma il classico bagaglio di conoscenze di storia dell’arte, poichè quanto sta accadendo oggi è del tutto nuovo e necessita di nuovi criteri e punti di vista. Lo si nota nel processo di creazione di un’opera digitale (per esempio quando si parla di codice di programmazione) il quale è cruciale per valutarne la creatività e la genialità nonchè per educare il pubblico a fruirla; così come nel concetto e nel fenomeno dell’hacking (non nella sua accezione criminale, ma nel suo significato di superamento dei limiti, di sfondamento delle barriere, di aggiramento e di utilizzo di uno strumento per scopi non previsti) che non è più qualcosa che accade solo nel sottobosco.

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Tutti si sono dichiarati coscienti dell’eclettismo e dell’accavallamento dei ruoli di artista, ideatore, creatore, produttore, distributore, promotore, organizzatore, eccetera, ma molti si sono poi contraddetti denunciando la superficialità della preparazione soprattutto di critici e giornalisti. “The medium is the message”, ha detto Marshall McLuhan, il profeta dell’era elettronica, e se cerchiamo i contenuti di questa arte sempre più “destrutturata” forse dovremmo provare a destrutturare i criteri che finora si sono adottati per ciò che non era questo. Navigare di più e con maggiore consapevolezza, dare spazio a chi agisce e plasma la materia elettronica, cercando di capire cosa pensa, cosa cerca, cosa fa e perché. Forse dovremmo finalmente abbandonarci all’idea che in questa era di “confusione” le espressioni artistiche, i fenomeni sociali e le modalità di comunicazione sono tre aspetti inscindibili che vanno considerati insieme, in un dialogo aperto, liberandosi di ogni presunzione e allargando lo sguardo perché abbracci tutto il “villaggio globale”.

Sarebbe meglio dare maggiore spazio agli artisti (o ai creativi che si avvalgono delle nuove tecnologie), che come all’OFFF di Barcellona, riescono a seminare la conoscenza e la capacità di interpretazione che sono necessarie per tentare di dipingere un quadro significativo della situazione e che quando riescono a ottenere dei fondi sono in grado di organizzare le manifestazioni più interessanti con il background adatto per mettere a fuoco gli elementi più importanti.


www.artechmedia.net

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