La tradizione del pensiero storico moderno ci induce a pensare all’arte e alla scienza come due sfere separate. Da una parte la scienza, il regno del razionale, del cognitivo e dell’indagine, dall’altra l’arte il campo della creatività, della sensorialità e dell’intuitivo.

Così come sottolinea Martina Heßler nel saggio “Bilder zwischen Kunst und Wissenschaft. Neue Herausforderungen für die Forschung” (“Le immagini tra arte e scienza. Nuove sfide per la ricerca”, in Geschichte und Gesellschaft , nr. 2, 2005) è solo a partire dal 18simo secolo che tale polarizzazione di scienza e arte ha assunto un corpo istituzionale: su di un versante incontriamo l’artista, immerso in un mondo di gallerie e mostre, nonché nel circuito borghese del mercato dell’arte, dall’altro lo scienziato, immerso negli istituti di ricerca, nelle organizzazioni militari, spesso chiuso nell’ambiente del laboratorio, talvolta più impenetrabile di un atelier, con tutto l’immaginario sociale che circonda entrambe le figure.

Tale modello dicotomico, che riflette l’orizzonte antropologico della cultura occidentale di natura-cultura, si è rivelato fondamentale nell’elaborazione dell’idea di progresso positivista e nella costituzione di una filosofia della scienza che ha avuto il merito di porre le basi della “scientificità”, ovvero di un metodo razionale di ricerca e verifica di settori quali la sociologia, la politica, la psicologia, ecc. che tradizionalmente venivano affrontati come attività spirituali e non, come in seguito, “scienze dello spirito”.

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Esistono tuttavia delle forti analogie, contaminazioni e comunanze tra l’operatività, le fonti e i risultati di queste due sfere che lasciano presupporre la porosità del confine. Innanzitutto la vicenda storica dell’arte e della scienza affonda le proprie radici nel terreno comune del Rinascimento, dove le due aree erano unificate e difficilmente distinguibili (la scienza veniva infatti considerata “filosofia naturale”) e gli scienziati-artisti non distinguevano tra le speculazione artistiche e quelle scientifiche.

Alcuni testi come Picturing Science, producine Art di Caroline A. Jones o di Ernst. P. Fischer Das Schöne und das Biest. Ästhetische Dimension in der Wissenschaft hanno messo in evidenza come scienza e arte utilizzino entrambe in maniera massiccia le immagini come strumento di visualizzazione del sapere, ma anche di riflessione, e quindi come esse diventino, spesso involontariamente nella scienza, fonte di riflessione estetica, tali da lasciar presuppore l’esistenza di una “estetica della scienza” ( Wissenschaftsästhetik ).

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Da queste importanti intersezioni tra arte e scienza parte il consorzio di ricerca Sci-Art finanziato dalla Wellcome Trust (in collaborazione con British Council, la Calouste Gulbenkian Foundation, The Arts Council of England, The Scottish Arts Council, Nesta, The Wellcome Trust). Nelle parole della direttrice del progetto Verity Slater (in un’intervista rilasciata ad Alessia Erlingher che sul tema ha scritto una tesi di laurea) “il progetto Sci-Art favorisce e finanzia collaborazioni tra artisti e scienziati che esplorano le tematiche sociali, etiche e culturali della biomedicina. Gli artisti hanno in questo modo la possibilità di lavorare con ogni mezzo creativo, collaborare con ricercatori scientifici e professionisti.” Lo scopo fondamentale di questa collaborazione è la ricerca di forme di comunicazione della scienza a diverse tipologie di pubblico che possano superare le barriere specialistiche del linguaggio scientifico perché, così continua Verity Slater “penso che al giorno d’oggi l’interazione con il pubblico sia più importante che in passato: si cerca di informare gli individui e le comunità in modo che possano riflettere in modo costruttivo sulle idée proposte dalla scienza medica”.

Ma le affinità tra gli artisti e gli scienziati non si esauriscono nelle collaborazioni gomito a gomito. Quando gli artisti si rivelano degli ottimi mediatori della cultura scientifica, l’indagine deve proseguire oltre, nella direzione cioè degli elementi comuni dell’operatività scientifica e artistica che ha come fondamento la creatività e la sperimentazione, mentre lo scopo ultimo è la ricerca dell’innovazione e l’indagine universale del mondo partendo da modelli teorici. Antesignano e profondo studioso di questo aspetto è il filosofo della scienza Paul Feyerabend.

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L’epistemologia tradizionale individua nel metodo il problema principale della ricerca scientifica: ovvero, come creare una prassi della “ricerca della verità”? Popper suggerisce attraverso ipotesi, esperimenti, raccolta di dati, osservazioni, scarto di supposizioni o riformulazione di ipotesi. Secondo Feyerabend invece, forte critico di Popper, questa è una semplificazione della logica della scienza. Essa non consta solo di fatti e di conclusioni, ma anche di interpretazioni, di errori, di sentimenti e pregiudizi che lo scienziato porta con sé nell’universo della scienza. Il punto di vista è pluralistico e la dinamica è storica e interculturale (vanno recuperate anche le tradizioni culturali premoderne come scientifiche e non etichettate semplicemente come irrazionali).

La scienza non è né superiore ad altri campi del sapere, né essenzialmente “ragionevole” e “metodica”. Vale a dire che essa non progredisce solo quando è compresa nei rigidi steccati della ragione e del metodo, ma è appunto quando supera questi steccati, grazie alla casualità, a interpretazioni devianti, a paragoni infondati, che spesso accade qualcosa di notevole. In Science as an art del 1984, Feyerabend propone la visione della scienza come di un’arte della ricerca della verità, mentre l’arte, così come la consideriamo noi, ha il compito di offrire le scelte multiple della verità e della realtà.


www.fas.harvard.edu/~hsdept/faculty/galison/picturing_science.html

www.wellcome.ac.uk/node2530.html

www.scienzarte.it/attivita/attivitaintervistasciart.htm

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